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Tavola Rotonda

Argomenti che possono provocare il dibattito, questioni complesse, spunti di riflessione da esplorare assieme

Abolire le insufficienze (no, non è il 6 politico)

in Tavola Rotonda di
I voti insufficienti sono un’inutile tortura, lo scopo dell’insegnante è rilevare gli apprendimenti, non quello di punire: la proposta di Paolo Fasce, ex docente e neo dirigente

In un capitolo della mia tesi di dottorato ho dimostrato che i voti sono una prassi che non ha fondamento scientifico. In un articolo su un blog de Il Secolo XIX, dove parlo di scuola in un contesto generalista, mi sono divertito a mettere in ridicolo le valutazioni assegnate nella scuola italiana.

Esistono studi molto seri e riflessioni altrettanto profonde emergono dalle prassi consolidate che traspirano violenza. Penso a quando, in genere nelle prime settimane di una classe prima, gli alunni disabili, non essendoci ancora un Piano Educativo Individualizzato, sono torturati da valutazioni gravemente insufficienti laddove il maestro Manzi scriverebbe “Fa quel che può, quel che non può non fa”. La scuola si è trasformata in un delirio valutativo (si pensi al voto, per quest’anno scampato, di Educazione Civica) che assorbisce molte energie didattiche, senza un vero ritorno nei risultati a medio o lungo termine, come mostrano diverse indagini puntualmente riportate dai quotidiani in tono scandalistico. Analisi e studi sempre ineccepibili, ma latitano le controproposte.

Esistono soluzioni altrettanto serie e pratiche altrettanto profonde, ma nella scuola secondaria sono state abolite le S.S.I.S., ridotte da due ad un anno col T.F.A. e quando il F.I.T. sembrava dare respiro alla preparazione pedagogica e didattica degli insegnanti di questo segmento, connettendola, addirittura con il reclutamento, ecco puntuale l’abolizione di uno strumento che avrebbe formato docenti con competenze nella psicologia dell’età evolutiva, nelle dinamiche di gruppo, nella pedagogia speciale, nell’inclusione scolastica e, naturalmente, nella didattica disciplinare. Tutto sostituito da ridicoli 24 CFU spesso conseguiti secondo modalità così povere da risultare imbarazzanti.

È la legislazione vigente ad essere fonte di problemi insospettati, pur essendo avanzata e inesplorata in molti contesti, perché nessuno pensa che il voto sia uno strumento innaturale, essendovi educato fin da bambino. Denuncio questo abbaglio e, nel presente articolo, avanzo una proposta, tutto sommato molto semplice: abolire le insufficienze, in un modo molto simile a quello che avviene nelle università.

Il male affonda addirittura nel Regio Decreto 653 del 4 Maggio 1925 che all’art. 79 recita: «… I voti si assegnano, su proposta dei singoli professori, in base ad un giudizio brevemente motivato desunto da un congruo numero di interrogazioni e di esercizi scritti, grafici o pratici fatti in casa o a scuola, corretti e classificati durante il trimestre o durante l’ultimo periodo delle lezioni». Tutti i PTOF riportano quindi la frase “congruo numero di voti” e tutti gli insegnanti sono costretti a darli. Il rischio è quello di soccombere di fronte al giudice a seguito di un ricorso. A scuola si inseguono gli studenti per dare dei voti, all’università sono gli studenti che vanno a prenderseli.

Una prima considerazione porta a notare che le prassi si siano troppo spesso addensate sul voto scritto e sul voto orale anche secondo modalità anacronistiche (si pensi ai temi, ancora scritti con la penna d’oca). Il Regio Decreto, invece, di fatto autorizza a dare il voto ai quaderni, agli esercizi fatti a casa e, naturalmente, a quelli che possono essere fatti a scuola in isole di lavoro solidale, sinergico, attivo.

Propongo di suddividere la programmazione annuale dell’insegnante, possibilmente progettata e condivisa in seno ai dipartimenti disciplinari, in unità didattiche. Fin qui, nessuna novità. Lo studente dovrà quindi dimostrare di avere raggiunto gli obiettivi minimi per ciascuna di esse. Anche questi ultimi vanno dichiarati nella programmazione, in particolare per quanto dettato dalla normativa sull’inclusione scolastica. Tutti devono sapere qual è lo scopo del gioco (in modo tale che le risorse familiari vengano ben spese) e gli obiettivi minimi. La partita deve quindi essere fair. I voti, quindi, potrebbero essere: “apprendimento in via di maturazione” (senza indicazione di un numero), laddove non si rilevi la sufficienza. Poi, propongo: A, B, C per le sufficienze che possono essere tranquillamente ridotte a tre livelli.

Il numero di voti, di conseguenza, dipende dal numero di unità didattiche che, invero, potrebbero anche essere accorpate nella rilevazione, dove queste siano di modesta entità. I due e i tre, non esisterebbero più. La sospensione del giudizio sarebbe legata alle unità didattiche per le quali non si è ancora rilevato il livello di sufficienza. Le medie dei voti non sarebbero più possibili. La giurisprudenza si dovrebbe completamente ricostruire anche entrando nel merito di certe prassi e non meramente facendo la media dei voti che sarebbe istituzionalmente sufficiente, ma non certo significativa. E i disabili con programma differenziato, o con obiettivi minimi, non più torturati.

Una scuola senza voti è possibile?

in Approcci educativi/Tavola Rotonda di
L’assillo della valutazione sta invadendo anche la scuola primaria, generando una pressione continua tutta a svantaggio dell’apprendimento. Come fare? Enrica Ena condivide la sua esperienza nei suoi post

Valutazioni e voti. Nel suo blog Enrica Ena racconta il suo modo di stare in classe. Ecco due estratti da due post:
…Mi piace l’idea di una scuola che all’essere concentrata sul valutare ogni singolo passo, sappia scegliere il riportare al centro ciò che conta: il costruire, con tutti, sempre. In una scuola che sappia fare questo, la valutazione c’è, non può non esserci, ma gli alunni non si accorgono di essere valutati perché il momento della valutazione non è distinto da quello dell’apprendimento, vuol dire che valuto sempre e non valuto mai (il riferimento è all’idea di valutazione formatrice di Charles Hadji). Questo modifica completamente il clima di classe. Gli alunni si concentrano solo sulle proposte e, non essendoci competizione data dall’attesa del voto o del giudizio dell’insegnante, trovano spazio favorevole l’apprendimento collaborativo, l’aiuto reciproco, la cura l’uno dell’altro. Ed è proprio grazie al supporto continuo tra pari – la più importante risorsa di cui disponiamo e ancora poco valorizzata – che tutti crescono.
In uno scenario di questo tipo, assumono molto spazio l’autocorrezione, l’autovalutazione e la valutazione tra pari…

(Il post originale: Scuola senza voto? Perché?)

… Scegliere di fare scuola eliminando i voti e qualunque altra forma di giudizio, ha significato, nel nostro caso, fare spazio importante all’autovalutazione e ai colloqui con i bambini. Percorsi che chiedono coerenza fino alla fine. Pertanto, il giorno delle consegne, accanto al documento ufficiale rivolto alle famiglie, ce ne sarà uno che verrà consegnato personalmente ai bambini e che parla la loro lingua. Un documento, certamente più “morbido”, più snello e più colorato, ma che contiene la stessa serietà che ha guidato l’autovalutazione finale e il colloquio all’interno del quale è stata discussa. Sono impegni in più, certamente, ma ti lasciano con la piacevole sensazione di sapere di aver fatto in modo che la valutazione sia davvero al servizio della crescita dei bambini, e non solo in termini di apprendimento…

(Il post originale: Verso le consegne: la valutazione rivolta ai bambini)

Il blog di Enrica Ena: https://enricaena.blogspot.com



Credits immagine: “illustrazione di Juan Gedovius da Trucas”, Logos Edizioni

Il (finto) ritorno dell’educazione civica a scuola

in Ora di Alternativa/Tavola Rotonda di
Nasce con un gran pasticcio lo sbandierato ritorno di Educazione Civica tra le materie scolastiche (l’anno prossimo). Serve? A cosa serve? Le riflessioni di Valerio Camporesi

Abolita a suo tempo per ragioni mai chiarite (ma si suppongono finanziare, come sempre accade nel mondo della scuola laddove si decide sulla base delle esigenze del bilancio e non di studi specifici), successivamente riapparsa in forma talmente nebulosa tanto che che nessuno, anche in sede di esame di maturità, sapeva bene di cosa si trattasse (una vera e propria “non materia”, come era stata definita da “La tecnica della scuola”), l’Educazione Civica tornerà – forse – sui banchi di scuola a settembre 2020.

Il parere non vincolante del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione per quest’anno è stato negativo e il neo Ministro Fioramonti ha deciso di dare alle scuole il tempo per organizzarsi. Anche se le scuole, totalmente lasciate nell’incertezza, si sarebbero comunque arrangiate come al solito, tra qualche mugugno e qualche punta di stupore peraltro ormai rassegnata.

Al di là delle question burocratiche, la domanda rilevante è un’altra: l’Educazione Civica, a scuola, serve? A cosa serve? Per dire un chiaro “sì” basta guardare l’attualità, soprattutto gli inquietanti strafalcioni della maggior parte degli utenti dei social media (cittadini con diritto di voto) che, nel commentare la recente crisi politica, hanno dimostrato di conoscere poco o nulla sul funzionamento delle istituzioni del paese in cui abitano. “Non è un governo eletto!” è stato il leitmotiv preferito (e spesso urlato). Peccato che viviamo in Italia e non negli Stati Uniti, dove i governi si eleggono davvero, e che l’Italia sia una Repubblica Parlamentare in cui i governi si fondano sul voto parlamentare.

Peraltro, alla politica ‘da bar’ non si può opporre la politica dei tecnocrati, dei ‘sapienti’ che soli sanno cosa sia il bene comune: in una democrazia il dibattito deve essere aperto, disponibile per tutti, a patto che si sappia però di cosa si sta parlando: di qui l’urgenza di un insegnamento che formi cittadini coscienti di ciò che pensano e di ciò che dicono, perché nessuna scelta e nessuna capacità critica può fondarsi sull’ignoranza.

Ma l’Educazione Civica era ed è necessaria anche per altri motivi: quant’è importante, ad esempio, conoscere i propri diritti (sul lavoro, nella società), in un mondo che tende sempre più a ridurre gli spazi della libertà e del diritto (si pensi alla condizione di molti lavoratori o alle recenti misure restrittive verso la libertà di manifestare)! Quei diritti, per esempio, che la nostra Costituzione garantisce, o meglio dovrebbe garantire, come quello – all’articolo 36 – che sancisce il diritto del lavoratore a una retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (sic!).

E quanto è importante – in un’epoca di disaffezione diffusa verso la politica, in cui “La politica mi fa schifo” sembra una frase elegante con la quale presentarsi a una persona – far capire invece che la politica è una dimensione rilevante della realtà e della nostra vita quotidiana e che, per usare un vecchio motto, se tu non ti interessi di politica la politica si interesserà a te. La politica non è il chiacchericcio vuoto di mestieranti ma è la gestione della polis e da questa dipendono i nostri ospedali, le nostre scuole, i nostri ponti. Viene quasi il sospetto che sia anche per questi motivi che l’Educazione civica sia stata fatta scomparire, perché avere cittadini che sanno e che pensano è sempre scomodo per chi gestisce il potere.

Certo, ci vorrebbero insegnanti preparati e, soprattutto, una materia con un nome e cognome, con un’ora in più e con un docente titolare: ma, come sempre, in Italia sulla scuola non si spende, e l’attuale formula vaga, approssimativa, per la sua reintroduzione conferma questa regola. Ma è una regola che, con cittadini maggiormente coscienti dei propri diritti e dei propri doveri e del loro vivere entro una polis, forse un giorno potrà cambiare; perché, come si leggeva al primo rigo del mio vecchio libro di Educazione Civica (allora c’era davvero, con tanto di libro di testo), “L’uomo non può vivere isolato”.

Credits immagine: particolare di una illustrazione di Emanuele Luzzati tratta da “La Costituzione è anche nostra”, Edizioni Sonda

Libri di testo: perché non aiutano a pensare?

in Tavola Rotonda di
Francesco Rocchi spiega perché, a suo parere, i libri di testo eliminano ogni ruolo attivo da parte degli studenti che non sia “ricordare e ripetere” (e fornisce qualche strategia alternativa)

Tra gli insegnanti italiani e le case editrici dei libri di testo talora c’è, sia pur sotterranea, una certa tensione. Io sono tra coloro che trovano nei manuali delle mie materie (italiano e storia) uno strumento non proprio ideale e qui vorrei provare a spiegare perché.

Nonostante la manualistica italiana sia un mercato vasto e conteso da numerose case editrici, l’offerta di libro di testo non è particolarmente varia o diversificata, ragion per cui è agevole fare un discorso complessivo. La ragione di tale conformismo è semplice: tutti le case editrici, in un modo o nell’altro, tendono verso lo stesso modello, quello fissato dalle Indicazioni Nazionali per i licei. E’ vero che ci sarebbero anche le Linee Guida per tecnici e professionali, ma questo non aiuta granché: per quanto riguarda la materia su cui mi soffermerò di più in questo articolo, italiano, i libri di testo per le scuole tecniche e professionali sono semplicemente una versione più breve dei manuali liceali, alleggeriti di qualche sezione considerata troppo difficile o specialistica. La maniera pacifica con cui viene accolta questa gradazione della difficoltà è già di per sé molto irritante, perché è frutto di una implicita svalutazione delle capacità e delle aspettative degli studenti non liceali, ma forse non è il problema principale, anche considerando che, curiosamente, questa semplificazione non si estende alla storia del biennio, i cui libri, dedicati principalmente alle civiltà antiche, sono gli stessi in ogni tipo di scuola superiore, nonostante il classico e lo scientifico tradizionale abbiano un focus particolare sulla classicità che giustificherebbe ampiamente una differenziazione

Cos’è dunque che non mi piace dei libri di testo? In sostanza, potrei dire la loro monumentale ponderosità, ma non è tanto la semplice voluminosità ad essere un problema, quanto le scelte di fondo che hanno portato ad una tale esplosione di carta (e di megabite, data la presenza obbligatoria di libri digitali). Il problema è l’affastellarsi di capitoli, paragrafi, sezioni, specchietti, note, digressioni al fine di soddisfare ad abundantiam le indicazioni ministeriali.

Si potrebbe pensare che avere così tanta grazia di Dio non possa che essere positivo (meglio abbondare, si dirà), ma in realtà a me non sembra proprio così. Al di là del peso e del costo di questi libri, che incidono profondamente tanto sui portafogli dei genitori quanto sulle spalle dei figli, i libri di testo nascondono dietro questo rutilare di materiali sempre lo stesso approccio didattico: introduzione ad un’epoca, introduzione ai singoli autori, (presentati sempre con lo schema “vita ed opere”) e infine i brani antologici, corredati di introduzione, commento, parafrasi, note, mappe, riassunti, schemi ed esercizi.

Se ne ricava talora l’impressione di un libro per autodidatti: tutto è spiegato più volte, ogni difficoltà è risolta con una nota esplicativa e nessun brano è privo dell’indicazione di come vada letto e considerato (quando non viene direttamente proposto in una parafrasi modernizzata senza l’originale antico). In più, le teorie critico-letterarie sono prese con grandissima serietà ed esposte come dati di fatto: Leopardi ha avuto tre fasi di pessimismo, il Seicento è un’epoca di decadenza, le varie correnti letterarie sono presentate in maniera così netta e precisa con la loro schiera di autori che si rischia di scambiarle per ordini professionali.

In realtà, questo non è nemmeno un approccio per autodidatti: è un approccio da omogeneizzato, da cui è escisso ogni ruolo attivo da parte degli studenti che non sia “ricordare e ripetere”. Di nuovo, c’è una sfiducia di fondo nelle capacità e nelle competenze degli studenti: ogni brano deve arrivare agli studenti mediato da quel gigantesco apparato di cui dicevamo, al fine presumo di esorcizzare la possibilità -evidentemente catastrofica- che uno studente possa avere un dubbio un incertezza, e che se la risolva da sé.

Un simile setting però non si limita a forzare in uno schema prefissato soltanto gli studenti: coinvolge anche il docente. Questi sceglierà dal libro i materiali che preferisce (dato che sarebbe materialmente impossibile “fare tutto il libro”), ma fatta questa selezione quel che ci si aspetta da lui è semplicemente che in classe spieghi quel che sul libro c’è già, ma potrebbe ancora presentare qualche difficoltà agli studenti.

In una tale situazione gli svantaggi sono due: il primo è che gli studenti sviluppano nei confronti del libro un atteggiamento fideistico. Il libro è il Verbo, il docente è ancillare. Se trovo questa cosa insopportabile non è soltanto per orgoglio personale, ma perché una maniera di ragionare così pedestre la si vorrebbe sradicare ogni volta che si presenti, non fomentarla. L’altra è che ogni volta che il docente vuole fare qualcosa di autonomo, la prima cosa da fare è, molto spesso, proprio togliere di mezzo il libro di testo.

Per spiegare questo paradosso, vorrei portare ad esempio una tecnica didattica che impiego con profitto ed è giocoforza alternativa al libro di testo.

Molto spesso porto in classe brani (scelti con estrema cura) di cui non indico l’autore, o il genere di appartenenza: sono gli studenti che devono capirlo. Se fornisco delle note esplicative, è per passaggi realmente oscuri (su cui ho magari faticato io stesso) o per parole davvero desuete. Lo sforzo di capire il testo da sé e formulare delle ipotesi (giuste o sbagliate interessa relativamente poco) è molto formativo e motivante, ma è un’attività che non si può in alcun modo svolgere su libri strutturati nel modo che dicevamo prima.

Non solo: poiché trovo importante fornire una periodizzazione storica dei testi che leggiamo e ci tengo molto che l’impalcatura cronologica sia ben interiorizzata, questo lavoro di lettura “anonima” dei testi spesso lo faccio portando in classe più testi di epoche diverse, anche lontane tra di loro. L’idea è che che un’analisi contrastiva possa far emergere i caratteri salienti di ogni epoca in maniera vivida e facile da interiorizzare (senza le indebite semplificazioni che nascono nel momento in cui il focus dell’attenzione non è più sui testi ma solo su un apparato fine a sé stesso), ma è impossibile muoversi in tal senso se i testi tocca recuperarli su tre o quattro volumi diversi, che spesso gli studenti ancora non possiedono.

Eppure non è che io sia ostile al sostegno, talora molto comodo, di un manuale preconfezionato. Semplicemente, mi servirebbe un manuale adatto allo scopo: agile, con poche ma chiare definizioni, una buona periodizzazione, un ricco glossario (n sostituzione delle note a pié di pagina), pagine di critica “vera”, di alto livello, e soprattutto una selezione di testi che punti alla sintesi, non all’enciclopedismo.

Non è un desiderio che credo si realizzerà molto presto: un simile manuale metterebbe in difficoltà le case editrici, timorose di perdere quote di mercato, e forse non piacerebbe nemmeno a molti docenti che tutto sommato trovano agevole affidarsi al libro di testo senza avventurarsi molto al di là di esso.

Però, vivaddio, nulla ancora mi impedisce di fare come mi pare, nelle mie classi.

Credits foto: particolare da https://photogrist.com/street-george-natsioulis/

L’incontro con un libro non nasce dalle frasi a effetto e non nasce dagli slogan

in Tavola Rotonda di
Cinzia Sorvillo, docente a Orta di Atella (CE) ci parla del ruolo del docente nel facilitare l’incontro con un libro (con un ricordo d’infanzia)

Quando si parla di libri e ragazzi, o più genericamente di lettura e scuola, ecco che si sollevano sempre accorati appelli che ci richiamano all’importanza di quell’atto intimo, lento e dilatato che chiamiamo lettura. Basta fare un giro sul web o frequentare un pochino la scuola, che ci si trova sommersi di iniziative e campagne che promuovono la lettura con tanto di slogan a effetto. Con tutta questa promozione, dovremmo immaginare folte platee di studenti lettori, circoli di giovani amanti della lettura e tante persone appassionate a quell’antico e misterioso oggetto che sfalda muri e rompe argini.

Eppure gli italiani leggono poco! Basta guardare qualche statistica e i risultati che emergono appaiono agghiaccianti. Anche l’articolo apparso tempo fa nel Corriere, riporta questo titolo assai poco confortante (almeno per noi docenti): Uno studente su tre esce dalle medie senza sapere leggere, scrivere e far di conto. E allora? Perché i nostri allievi non leggono nonostante il proliferare di iniziative promosse nelle scuole?

Su questo tema hanno parlato e si sono interrogate tante persone ben più esperte di me, semplice insegnante di una scuola media della periferia campana (L’Istat ha messo in rilievo come in Campania, Calabria e Sicilia, più della metà degli studenti siano ad un livello inferiore a quello richiesto dalle Indicazioni Nazionali). Immaginiamo una scuola media della periferia del Sud Italia, luoghi in cui sovente i libri non sono proprio il pane quotidiano che masticano gli studenti, in cui librerie non esistono, biblioteche comunali nemmeno, e magari non c’è neanche una biblioteca scolastica. Anche io sono cresciuta in una periferia di un paese del Sud e ricordo vividamente quella sensazione di assenza di libri che mi circondava: nel mio paese non c’erano né librerie né biblioteche. Nonostante tutto, io cominciai a leggere. Come? Grazie a un incontro.

Scuola media. Un giorno un uomo abbastanza anziano venne a scuola con diversi libri. Nell’androne c’era una cattedra su cui erano adagiati un po’ alla rinfusa dei testi e a noi studenti fu data la possibilità di prenderli in prestito. La prof. di italiano ci mandò fuori per dare uno sguardo. Arrivò il mio turno. Uscii dalla classe e guardai tutti quei libri sparpagliati su questa cattedra. Alcuni erano vecchi, altri nuovi, alcuni erano pieni di immagini, altri sembravano quasi dei manuali. Poi guardai il signore, un uomo in carne ed ossa seduto con un libro in mano, con occhi sprofondati in quell’oggetto. Un’immagine che ancora ricordo immortalata nella mia memoria quasi come una fotografia.

Era incantevole quello sprofondamento, quella presenza che era lì, eppure era altrove.

Lui non prestò attenzione alla mia timida presenza, immerso com’era in quelle pagine. Alla fine decisi di chiedergli cosa stesse leggendo! Io non sapevo cosa scegliere, così pronunciai grosso modo queste parole: –Mi può consigliare un libro che mi faccia stare come stava lei fino a cinque minuti fa? – Lui mi osservò e lesse una pagina di un libro per me. Storie di ragazzi che per un motivo o per un altro, diventavano delinquenti e il carcere minorile (così si intitolava il libro) era l’epilogo a cui erano costretti. Tuttavia la mancanza di libertà che si creava in quel luogo generava una nuova, più vera e autentica libertà. Si chiamava: speranza. Speranza di cambiare, speranza di migliorare, speranza di rinascere.

Quella fu la mia iniziazione simbolica alla lettura. Quel libro non era un capolavoro della letteratura, però la parola viva di quell’uomo fece nascere in me una curiosità che si concretizzò nella lettura di quel libro, che aprì le porte a tutte le letture successive. Tutta questa mia personale storia per dire cosa? L’incontro con un libro non nasce dalle frasi a effetto e non nasce dagli slogan. L’incontro con un libro nasce attraverso l’Altro, una testimonianza, cioè attraverso l’incontro con un lettore in carne ed ossa che, magari, legga con te e, perché no, per te. A me bastò un incontro di pochi minuti, forse i nostri ragazzi hanno bisogno di un insegnante che crei spesso nell’aula quell’incontro, leggendo con e per loro. Quel giorno accadde per me un incontro vero, con un libro vero e una persona vera che leggeva. Nessuna pubblicità, nessuno slogan… Solo una persona che leggeva.

Credits: Matteo Perdon, Italia Non solo spettatore Acquarello, pastelli, digitale (BCBF 2019 “Il bambino spettatore”)

Bocciatura sotto esame: promossa o rimandata?

in Maschile singolare/Tavola Rotonda di
Ivan Sciapeconi, docente di scuola primaria, tra dichiarazioni di esperti e quotidiani disastri, riflette sull’utilità (o meno) della bocciatura e sul ruolo della scuola. A modo suo

Prima ha cominciato Crepet, lo psichiatra, e ha detto una cosa un po’ semplice, alla portata di tutti: a scuola bisogna tornare a bocciare. A chi tocca tocca e giù legna. Sarà per la posa un po’ charmant, sarà perché è sempre in televisione, ma Crepet è uno che si fa seguire e ho sentito un sacco di gente confortata da quello che ha scritto.

Poi è toccato a Recalcati, lo psicanalista. Se possibile, Recalcati è ancora più charmant di Crepet e come Crepet se n’è uscito con una storia tipo che la scuola deve tornare ai tempi che furono: lezioni frontali a tutte le ore. Chi c’è c’è e giù legna. Anche Recalcati ha confortato un bel po’ di gente che conosco e mi è venuto da pensare che gli psicologi hanno questo di bello: confortano.

Ora, per una pura coincidenza, durante tutto questo dibattito sulla bocciatura, ho avuto a che fare con un idraulico per una storia di carte bollate. Una roba messa lì per vedere se sai risolvere problemi. Lui, l’idraulico, è un ragazzo a posto. Lo dico subito, uno piuttosto sveglio. Ha avuto qualche brutta esperienza con la scuola, ma può capitare e a lui è capitato. Detta con le parole degli psicologi charmant è stato bocciato. La prima volta. La seconda, invece, non si è lasciato incastrare e ha cambiato scuola: ha abbassato un po’ le aspettative. Va da sé che, se cambi scuola, cambi amici e abbassi le aspettative a sedici anni, l’autostima frigge ad altissime temperature. È andata così, al mio amico idraulico.

Poi, con l’autostima fritta, ha mollato tutto ed è andato a lavorare. Senza sapere l’inglese, senza saper interpretare una legge, senza riuscire a compilare una certificazione, senza riuscire a calcolare una percentuale con sicurezza. Normale, diranno gli charmant: se non riesci a studiare vai a lavorare. Però, ironia della sorte, proprio di questo aveva bisogno il mio amico idraulico per non naufragare tra le carte bollate: calcolo di percentuali, interpretazione di testi complessi (normative), traduzione di un breve testo di inglese, ricerca di risorse online.

Io non lo so come funziona il mondo degli charmant perché un po’ mi sfugge, ma qui da noi può capitare di aver bisogno di un idraulico, un imbianchino o un parrucchiere. Quindi, se ci pensi, qui da noi è abbastanza importante che i parrucchieri sappiano qualcosa sulla chimica dei prodotti che ti mettono in testa. È abbastanza importante che la scuola faccia il suo dovere, magari per far capire agli alunni che la “qualità” è importante. Così, se uno da grande va a fare l’imbianchino, riflette sulla “qualità” della vernice da metterti in casa e tu eviti di respirare schifezze per anni. E poi, sì, è abbastanza importante che la scuola riesca a insegnare come scrivere le carte bollate, anche nel caso in cui uno si trovi a fare l’idraulico.

Ecco, un po’ questo e tanto altro ancora dovrebbe fare la scuola. E bocciare un povero Cristo non so come possa aiutarci, tutti quanti.

Supplenze tra burocrazia e didattica: proposte operative

in Tavola Rotonda di
Analisi e suggerimenti di Francesco Rocchi sulla questione delle assenze dei docenti. Possono, i colleghi, iniziare ad usare le ore di supplenza in modo efficace?

Come Paolo Fasce, anche io ho letto l’articolo di Susanna Turco per l’Espresso dedicato all’esperienza di rientro nella scuola italiana di Ottavia Nicolini, precipitata dalla Germania sul cosiddetto “potenziamento”
in una scuola superiore della periferia di Roma. Nonostante certe sbavature un po’ “pulp” da parte della giornalista, l’articolo è assai accurato.
Le questioni che l’articolo affronta sono sostanzialmente due: quella dello “status” e delle attività dei docenti “non di materia”, come i potenziatori e gli insegnanti di sostegno, e quella delle supplenze. Paolo Fasce ha già approfondito la prima e io concordo quasi del tutto con lui.

Per quanto riguarda la seconda questione, è bene dire chiaramente che nonostante la scuola italiana abbia un problema assai serio con le supplenze (da chiunque siano svolte), noi generalmente lo minimizziamo considerandolo soltanto dal punto di vista della gestione burocratica dell’orario scolastico, o al limite della sorveglianza da garantire. Una questione più sindacale che didattica, si direbbe.Ed è su questo che vorrei soffermarmi. Le ragioni per cui le ore di supplenza finiscono per essere uno spreco di tempo sono più di una.

La prima e più banale è che in una scuola italiana i docenti lavorano da soli. Nel momento in cui un professore risulta assente, quindi, nessuno sa cosa intenda fare nelle classi che ha lasciato scoperte. Ovviamente ci sono gli studenti e il registro di classe, ma da queste fonti ci si possono aspettare solo risposte estremamente vaghe, in primo luogo perché non è detto che un docente comunichi ai suoi studenti l’argomento delle lezioni future e in secondo perché il registro riporta quanto è stato già fatto, non quel che c’è da fare.

Una seconda ragione è che il supplente molto spesso viene nominato con pochissimo anticipo, quasi sempre il giorno stesso, e questo rende materialmente impossibile prepararsi qualcosa da fare in una classe sconosciuta. E bisogna aggiungere che nella nomina dei supplenti per supplenze occasionali non si ha quasi mai cura di mandare in classe un professore della stessa materia dell’assente. Non è per trascuratezza o disinteresse, ma per mancanza di alternative e, fondamentalmente, di soldi.

In altre parole, le supplenze sono gestite con tale pressopochismo che pare quasi sia la scuola stessa a suggerire agli studenti che quello delle supplenze è tempo perso. E gli studenti non si fanno certo pregare: ogni supplenza è un terno al lotto per cui festeggiare rumorosamente. Non di rado mi è capitato di dover ricordare a classe festanti che gioire per l’assenza di un docente significa di fatto gioire della sua malattia, ma tant’è.

Non è solo che la vita scolastica italiana talvolta è così noiosa, piatta e confusa che può essere considerato sano volerne essere talora dispensati, è anche che per come è organizzata la nostra didattica, fare di meno e restare inerti è premiante sul darsi da fare e non voler perdere neanche un’ora.

Facile capire perché: nella nostra routine, la didattica altro non è che lo stratificarsi di argomenti in maniera lineare. In letteratura si studia un autore dopo l’altro, in storia un secolo dopo l’altro, in matematica un teorema dopo l’altro, ecc. ecc….man mano che si va avanti le cose d ricordare sono sempre di più, le interrogazioni diventano più difficili, le “pretese” dei docenti sempre più pressanti.

Siccome però l’obiettivo degli studenti in generale non è di voler essere quanto più esperti e preparati in ogni materia, ma soltanto prendere un buon voto o perlomeno la sufficienza, è chiaro che diminuire il carico di lavoro rende la vita più facile a tutti. E’ una distorsione plateale del senso della didattica e dello studio, ma nella scuola italiana questo approccio rappresenta la normalità, il senso comune. La plastica dimostrazione di quanto dico la si riscontra in quelle serrate contrattazioni a cui gli studenti costringono i docenti per evitare di dover portare alle interrogazioni troppi argomenti “ormai passati” (la cosiddetta “ripetizione”).

Non se ne esce con qualche predica o con le buone intenzioni. Se ne esce strutturando diversamente la didattica della scuola, a tutti i livelli.

Un buon punto di partenza sarebbe quello di modificare sostanzialmente la valutazione, in modo da renderla il volano della didattica. Come? Un’idea che caldeggio da tempo è quella di eliminare l’abborracciata valutazione sommativa in itinere attuale e di sostituirla con un sistema di esami annuali o al limite semestrali, il cui programma viene stabilito a monte dalla scuola stessa e comunicato agli studenti all’inizio dell’anno.

Oggi gli studenti sanno che, tra interrogazioni e compiti, devono racimolare un tot numero di voti durante l’anno scolastico, senza preoccuparsi di sapere se hanno lavorato tanto o poco o se hanno ancora lacune. L’importante è che le caselline dei voti siano state riempite sul registro e che la media sia soddisfacente. Una volta ottenuto tutto questo, si possono tirare i remi in barca. Non importa se si è durevolmente imparato qualcosa o l’essersi messi in discussione: tutto è secondario rispetto alla cabala delle medie e dei voti.

In un sistema con un esame finale annuale e con un programma chiaro fin dall’inizio, invece, si è costretti a non cercare scuse: la promozione uno se la guadagna soltanto se ha lavorato bene per tutto un anno e ha fatto proprio i fondamentali di ogni materia, in modo da passare l’esame conclusivo (ovviamente nulla impedisce che durante l’anno si facciano esercitazioni, beninteso).

Se lo studente in tal modo è responsabilizzato, allora lo è anche la scuola, che è chiamata a costruire il suo curriculum, implementarne la realizzazione ed eliminare tutti gli ostacoli (tra cui quello delle assenze dei
docenti). E un tal compito è realizzabile soltanto con i docenti che lavorano in team su basi comuni, cosa che ha tantissimi vantaggi, tra cui quello di potersi sostituire gli uni con gli altri, all’occorrenza. Non è una cosa cui siamo abituati, ma non è nemmeno un progetto poi tanto astruso. Non servirebbe molto, giusto dei docenti entusiasti e motivati…

Le classi del “Gnente” e la didattica passiva della scuola italiana

in Tavola Rotonda di
Cosa può fare un Dirigente Scolastico per favorire evoluzioni didattiche?

Sul numero di domenica 18 agosto 2019 de L’Espresso appare un articolo a firma di Susanna Turco dal titolo “Francoforte-Roma e ritorno: l’anno spericolato della prof nelle classi del Gnente”, sottotitolo: “Quarant’anni, laurea in filosofia, Ottavia Nicolini (figlia di Renato, l’inventore dell’Estate romana) dopo un decennio in Germania è stata richiamata come docente “potenziato”. Ecco la sua esperienza in un istituto al confine della Capitale”.

Da futuro dirigente scolastico mi sono posto il problema delle ore di potenziamento, che ritengo simili a quelle di Attività Alternativa all’Insegnamento della Religione Cattolica e, pure, a quelle nelle quali l’insegnante di sostegno “sostituisce” la/il collega di posto comune. Si tratta di tre situazioni nelle quali l’ambiente, cioè gli studenti, abituati a didattiche direttive e frontali, si sentono largamente autorizzati a non fare niente. Nell’anno in cui sono stato insegnante di Attività Alternativa in una classe formata da persone a me sconosciute e sulle quali “non avevo alcun potere”, sono riuscito a fare un paio di lezioni. Poi lo sforzo sarebbe stato immane e ho dovuto ripiegare sullo studio assistito nel quale era ampia la possibilità del dolce far niente. Da insegnante di sostegno è stato più semplice “prendere il potere”. Qualche volta perché ero “insegnante misto” e quindi, semplicemente, ho fatto la mia materia. Più spesso perché nel corso delle lezioni in compresenza avevo comunque costruito la mia immagine di insegnante nei confronti degli studenti. Sia chiaro che anche da insegnante di matematica mi è stato difficile entrare in una mia classe in un’ora di assenza improvvisa di una collega e fare la mia materia,. Le lamentele sono forti e negli ultimi due anni credo di esserci riuscito non già perché “sono un bravo insegnante”, ma perché per un anno sono passato al ruolo di vice preside che, fornendomi di un investimento gerarchico, ha alterato della grossa, a mio vantaggio, le percezioni degli studenti.

Nella scuola italiana, tuttavia, non tutti possono essere nominati vice presidi, non tutti sono grandi e grossi (non è indispensabile né necessario, ma aiuta), non tutti sono esperti, radicati e strutturati (idem), quindi abbiamo un problema di sistema perché tante ore sono buttate letteralmente via e ciò che si assicura a scuola è la mera vigilanza. Mera vigilanza significa vilipendere tutte le belle parole che descrivono la professionalità docente nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro che, di fatto, si riduce a garantire tutele molto basse nella piramide di Maslow.

L’articolo che nel presente intervento sostanzialmente commento, nel descrivere l’esperienza di un’insegnante di filosofia assegnata in un istituto tecnico (ci sarà bisogno di “educazione filosofica” nei tecnici? io penso di sì), rientrata in Italia grazie al potenziamento della Legge 107/2015, mette in evidenza alcune deprimenti differenze tra il sistema passivizzante italiano e il sistema attivistico tedesco.
È necessario citare un breve passo dell’articolo:

In aule che, a dispetto di quanto ci si aspetterebbe, sono assai più fredde di quelle di Francoforte («la maglia di lana mi è servita a Roma, non in Germania»), l’inizio di qualsiasi ora di lezione era, anzitutto, un rotondo no. Assolutamente no. «La prima difficoltà era farsi ascoltare, superare quel rifiuto, rompere il muro del niente. In Germania, soprattutto se sei un docente italiano, nell’anno di affiancamento che è previsto ti insegnano a superare il metodo della lezione frontale: quella in cui tu parli e gli studenti stanno zitti e ascoltano. I tedeschi pensano che l’Italia sia didatticamente più indietro di quanto non siamo in realtà, ma è vero che quel metodo la scuola italiana, almeno quella che ho visto io, non l’ha ancora davvero abbandonato. E va anche detto che io stessa, dopo anni nelle scuole tedesche non vedevo l’ora di tornare al metodo frontale: zitti e ascoltate, basta con questa interazione». Però poi, abituata a classi curiose e aperte agli stimoli, ha ritrovato l’oppositività italiana. «Un’opposizione fortissima a qualsiasi proposta fuori dall’attività scolastica, quella che prevede che tu stia fermo ad ascoltare la lezione, oppure che giochi col cellulare durante le pause. A un certo punto, a caccia di attività terze, ho provato a far costruire una playlist a una classe: ognuno indicava la sua canzone preferita, poi si votava, alla fine avremmo ascoltato le prime tre classificate. Un modo per fare stare insieme i ragazzi che li ha pure entusiasmati. Ma è stato difficile gestire anche quello». Si dice che chi si ama si ascolta, là era persino difficile accettare che qualcun altro aprisse bocca. «I ragazzi parlavano sopra, non rispettavano i turni, non sapevano collaborare. Uno magari per l’entusiasmo saltava in piedi sopra il banco, un altro faceva partire una cassa bluetooth grossa come un bollitore nascosta sotto un mucchio di cappotti, un altro lanciava in aria il telefonino. Complessivamente, ho trovato studenti che rispondevano soltanto all’imposizione delle regole: di fronte alla severità sono timorosi, se devono stare zitti lo sanno fare, ma se invece gli chiedi di stare attivi, se gli dai la libertà, impazziscono, non sanno come gestirla, non sanno che farsene perché non è più un’attività scolastica, non è obbligo, e allora non hanno la casella corrispondente: è gnente. Come se tutto il sistema fosse organizzato per esaltare la passività: una cosa diversa li manda in tilt, e allora si parlano addosso, non sanno regolarsi. Che poi è una questione culturale, è quello che succede anche fuori, in qualsiasi talk show dove vince chi parla più forte».

Ecco, siamo di fronte ad una insegnante esperta, che non solo è stata formata, ma ha anche praticato didattiche attive (in Germania). Nella scuola italiana, tuttavia, la sua professionalità matura è disinnescata, diventa una risorsa latente perché non è in grado di fare un altro tipo di scuola. Gli studenti non la riconoscono come scuola, sono abituati alla routine lezione-studio-interrogazione-voto-oblio. Quanto accaduto alla prof.ssa Nicolini è sostanzialmente quello che succede anche a legioni di docenti formati dalle Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario e dai successivi Tirocini Formativi Attivi e, in buona misura, a quelli (soprattutto quelle) formati a Scienze della Formazione per il primo segmento di istruzione. In questi casi la formazione non è mancata, ma la pratica si infrange subito sulle dinamiche della scuola italiana che tritura le novità, tanto è vero che nella scrittura di un PON mi divertii a scrivere, nel campo in cui mi veniva chiesta dove fosse l’innovazione: fare davvero quanto qui dichiarato, noto per essere “innovativo” da cinquant’anni, ma non si fa.

Tornando all’inizio, continuo a chiedermi cosa possa fare un Dirigente Scolastico per favorire evoluzioni didattiche. Di certo può impedirle, come mi capitò quando feci approvare dal Collegio dei Docenti una proposta di didattica tra pari per i corsi di recupero, ma appena stesi una bozza di circolare il Dirigente mi scrisse che se intendevo applicare tale metodologia mi avrebbe revocato l’incarico in quanto il risultato doveva essere garantito dalla mia stessa professionalità docente. È quindi già una gran cosa non impedire le didattiche attive, ma soprattutto penso che un Dirigente Scolastico debba attivare una riflessione condivisa sull’inclusione degli insegnanti non di posto comune perché spesso vivono di luce riflessa e devono quindi essere “illuminati pre bene”, autenticamente, nelle prassi, non solo nell’esplicito, ma nell’implicito, nel linguaggio del corpo, nei fatti.

Credo che, infine, dovrò fare tesoro di un commento di Antonio Vigilante che, nelle discussioni sui social su questo stesso tema, ha scritto: “Temo che un DS possa far poco per indirizzare la didattica, sul piano per così dire della forza. Ma conosco DS che riescono a farlo con l’entusiasmo”.

Scuola: il nodo irrisolto della cattedra mista

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Paolo Fasce, professore di matematica applicata e informatica, analizza una rigidità apparentemente ineliminabile della scuola italiana

Esiste una rigidità molto significativa nella scuola secondaria che è legata alle “classi di concorso“. È una rigidità apparentemente ineliminabile, un(‘)insegnante di latino non può insegnare anche elettronica. Eppure ci sono esempi in Europa dove le materie insegnate da una persona sono molto diverse proprio perché questa professione è pensata e progettata a monte, già nella selezione per la formazione iniziale degli insegnanti che vengono individuati all’università. Un po’ come per medicina. Una volta che uno è laureato, sceglie la specializzazione, ma se queste sono sature, si adatta. Ed ecco che dopo un triennio di “laurea generica” si possono formare insegnanti di “elettronica e geografia” o altre coppie bizzarre similari.

Nella nostra scuola di “cattedre miste” ne esistono già due. Si tratta di “Matematica e Scienze” nella scuola secondaria di primo grado e di “Matematica e Fisica” in quella di secondo. Poi esiste il fenomeno delle abilitazioni plurime. Ad esempio io lo sono in matematica applicata e informatica (nota: uso nomenclature vecchie, ma ben note a tutti). Personalmente sostengo anche l’esigenza della cattedra mista “Matematica e Tecnologie” nelle scuole medie per compensare la mancanza di personale in questo segmento, in particolare in matematica, consentendo quindi di attingere non solo alle lauree “biologiche” ma anche a quelle “tecniche”.

Esiste una proposta, quella della cattedra mista “materia+sostegno” che ha lo scopo di recuperare risorse latenti tra gli insegnanti di ruolo passati ad insegnare la propria materia, ma specializzati sul sostegno. Io non credo a Babbo Natale e quindi ritengo che una cattedra del genere, per essere concretata e diffusa sul territorio, oggi resa materialmente possibile dal D.Lgs.66/2017, dovrebbe essere incentivata e l’unico modo che mi pare sensato sia quello delle ore eccedenti. In questo modo, distribuendo i casi tra gli insegnanti di ruolo, si eviterebbero situazioni imbarazzanti di insegnanti senza specializzazione pescati da graduatorie senza garanzia di professionalità e ci si troverebbe a recuperare risorse preziose presenti e inutilizzate a scuola: la professionalità e l’esperienza.

Quanto è classista la scuola italiana? C’è davvero libertà di scelta?

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Da una relazione del Miur sugli studenti con disabilità una riflessione di Francesco Rocchi: nessuno avrebbe oggi il coraggio di sostenere che la scuola non debba essere aperta a tutti o che l’istruzione non debba essere universale e gratuita, ma la forma mentis non è cambiata.

Lo scorso maggio il MIUR ha pubblicato una importante relazione sugli studenti con disabilità nella scuola italiana, con una ricca serie di dati statistici. Tra le varie tavole, ce n’è una  che illustra in maniera assai eloquente un problema che a rigor di logica non dovrebbe essere legato al classismo scolastico, ma nei fatti lo è, e assai fortemente: la distribuzione degli studenti disabili scuola secondaria superiore italiana.
La tavola è la seguente:

Si confronti la percentuale di studenti disabili in istituti professionali (evidenziato in giallo) con il dato complessivo della scuola italiana e poi in particolare con la percentuale dei licei. Negli istituti professionali i disabili sono cinque volte quelli nei licei. Se andassimo ad analizzare i singoli indirizzi, probabilmente troveremmo dati ancora più divergenti tra professionali e licei classici o scientifici tradizionali.

Non può essere un caso. C’è una ragione dietro questa evidente discrepanza, che viene ben illustrata dal grafico che mette in relazione il tipo di disabilità con la scelta della scuola:

Se gli alunni con disabilità visiva vanno principalmente ai licei e quelli con disabilità uditiva o motoria si distribuiscono abbastanza uniformemente nei tre ambiti liceale, tecnico e professionale (anche se con percentuali per i professionali più alte rispetto al corrispondente dato globale di un 19.5% di studenti iscritti ad un professionale), nei professionali la percentuale di studenti con disabilità cognitive sono più della metà del totale: il 52%.

Questo dato è il la plastica rappresentazione di una concezione assai diffusa nell’istruzione e nell’opinione pubblica italiana, una concezione tanto brutale quanto semplice: sia i docenti che orientano sia le famiglie che si fanno orientare pensano che il professionale sia “la scuola degli scemi”. Ovviamente, nella categoria degli “scemi” bisogna inserire, oltre ai disabili, anche gli stranieri e i poveri, come l’anno scorso alcuni licei classici di centro-città hanno candidamente messo per  iscritto nel proprio RAV, salvo poi essere giustamente travolti dalla pubblica indignazione. Se guardassimo alla distribuzione degli studenti BES e DSA troveremmo una polarizzazione assai simile.

Non si tratta di nulla di particolarmente nuovo, come sa chiunque abbia dato anche soltanto una scorsa distratta a “Lettera a una professoressa” di don Milani. Anzi, è corretto parlare di una tenace persistenza del classismo italiano, che sopravvive ad ogni cambiamento, sia pure in forme cangianti e, se vogliamo, dissimulate.

Nessuno infatti avrebbe oggi il coraggio di sostenere che la scuola non debba essere aperta a tutti o che l’istruzione non debba essere universale e gratuita, ma la forma mentis non è cambiata (e in qualche modo convive con l’indignazione per l’esplicito classismo dei licei cosiddetti “di tradizione” di cui dicevamo prima): le scuole italiane sono incasallate in una rigida e minuta struttura gerarchica, con il liceo classico e lo scientifico tradizionale in cima ad una scala su cui poi si dispongono i licei meno nobili, i tecnici ed infine i professionali. Sotto i professionali ci sono i corso di formazione professionale, i diplomifici privati e l’abbandono scolastico.

Questa scala la conoscono bene gli studenti che, in difficoltà in qualche liceo, spesso si fanno tutta la trafila “discendente”, andando di bocciatura in bocciatura verso l’abbandono o l’iscrizione in qualche diplomificio privato. L’opinione pubblica non sembra considerare come particolarmente problematico tutto ciò. Quella forma mentis di cui si diceva prima spiega e giustifica tutto questo con la retorica della selettività: alcune scuole sono molto buone e ti offrono un’ottima formazione, ma bisogna meritarsele, un po’ come una rigorosa accademia militare o un’università della Ivy League. Se non sei capace di restare in una scuola del genere, qualche altra scuola più caritatevole si prenderà cura di te abbassando le aspettative e gli standard educativi.

E’ la prospettiva di chi considera l’istruzione un privilegio e pensa che alcune scuole, grazie all’intrinseca superiorità delle materie che insegnano, siano qualitativamente altre rispetto a tutto il resto. Il latino e il greco, in particolare, sembrerebbero operare come potenti incantesimi di tipo esoterico: offrono grandi poteri, ma non possono essere offerti che ad una ristretta cerchia di studenti selezionati. E’ una sorta di strana equazione: quanto più una materia è formativa, tanto più sembra essere esclusiva.

A ragionarci anche soltanto per un attimo ci si rende conto che tutto questo non sta in piedi: se certe materie fossero davvero così formative dovrebbero essere impartite a tutti, non ad una cerchia selezionata. In più, l’eccellenza del liceo classico non viene dalla sua (asfittica) didattica delle lingue morte, ma dal fatto di essere “di tradizione” e di raccogliere gli studenti economicamente e socialmente più avvantaggiati (quei licei dello scandalo lo dicevano pure a chiare lettere, d’altronde); i problemi dei professionali, specularmente, vengono dal fatto di essere oggetto di una selezione sociale inversa.

La cosa più inaccettabile di tutte, però, è l’idea che possa essere considerato normale e non preoccupante il fornire a circa metà della popolazione studentesca italiana, quella che si raccoglie in tecnici e professionali e anche nei licei non nobili, una istruzione esplicitamente considerata di serie B -ammesso e non concesso che gli insegnanti di tecnici e professionali offrano davvero una didattica di serie B.

E’ l’esito inevitabile di quell’approccio “para-universitario”: come non tutti possono essere dottori, non tutti possono essere buoni diplomati liceali, o diplomati e basta. “Pazienza!” sembrano dire i sostenitori della scuola tradizionale (che pure inorridirebbero all’idea di essere definiti classisti).

E invece non c’è da avere alcuna pazienza. I tradizionalisti possono rimanere concentrati quanto vogliono sul quadretto oleografico dell’istruzione italiana che loro difendono, ma chiunque sia abituato a guardare un po’ più lontano si rende perfettamente conto che il non aver dato una buona istruzione ad un giovane significa ritrovarsi nel giro di pochi anni a dover trattare con un adulto fragile e bisognoso di assistenza, invece che con un lavoratore solido ed indipendente.

Se si vuole modificare la scuola italiana, quindi, bisogna riuscire a portare il dibattito pubblico sulla necessità di ampliare l’istruzione di eccellenza fino a farla diventare universale. Bisogna trovare gli argomenti per rendere plasticamente visibile il senso e lo scopo di un’istruzione pubblica non classista che fornisca una formazione eccellente a tutti.

Non è un compito facile: il nosro gentilianesimo è ancora molto forte. E non si può nemmeno continuare a polemizzare sterilmente con i docenti di latino e di greco, anche perché il problema non sono le lingue morte che insegnano e che vale la pena di continuare ad insegnare (magari meglio), ma la retorica che le circonda.  Il giusto approccio al dibattito pubblico non è dunque lo scontro frontale con i licei di tradizione, ma con la positiva proposizione di alternative valide e universali.

I primi da convincere sono spesso gli insegnanti medesimi. Uno dei pilastri del classismo italiano è proprio l’orientamento in uscita dalle medie: i consigli orientativi sono quasi invariabilmente basati sulla tassonomia che abbiamo visto sopra, e sono spesso seguiti fiduciosamente. Nonostante gli insegnanti siano infatti spesso contestati per i voti che mettono o per le note che mettono, sull’orientamento in uscita non ci sono grossi conflitti, perché tutto sommato tanto le famiglie quanto i docenti condividono la stessa prospettiva. Allo stesso modo, nei primi anni delle superiori assistiamo ad un’ulteriore canalizzazione dovuta al fatto che fin troppi tra i docenti pensano che lasciare gli studenti più in difficoltà a scuole “facili” sia meritorio e legittimo, con il risultato di confermare agli occhi degli osservatori esterni tutti i luoghi comuni sulle scuole “facili”. E’ una dinamica profondamente ingiusta, contro cui bisogna lottare.

Questo significa impegnarsi a rinnovare la didattica e a renderla sempre più trasparente nei suoi legami con la società circostante, nonché provare a trovare quanti più agganci possibile con il mercato del lavoro e con l’università (che non può più essere lo sbocco dei soli licei nobili). Significa anche  costruire la prospettiva di un futuro diverso da quello in cui è la scuola “giusta” a definire il tuo ruolo nella società. Significa riuscire a mostrare alla società che i talenti e le possibilità per contribuire fattivamente ad una società migliore si possono esplicare in qualsiasi tipo di scuola, non solo in quelle privilegiate.

Si comincia in classe, con il lavoro di ogni giorno, parlando di didattica in ogni sede possibile, con entusiasmo e competenza. Non vedo altre strade.

Francesco Rocchi è docente di italiano e storia all’I.T.C.G. Fermi di Pontedera, fa parte del gruppo di docenti che cura il blog Condorcet. Ripensare la scuola e collabora con la rivista online iMille

La filosofia e il negativo: il tempo per essere veri

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Le riflessioni di Antonio Vigilante, prof di filosofia, dopo un dialogo con i suoi studenti iniziato con una domanda: com’è studiare questa materia?

I momenti più belli dell’anno scolastico sono i primi giorni di giugno, quando il programma è ormai finito e, liberi dall’incombenza delle lezioni, è possibile parlare seduti sull’erba, godendosi il sole e la compagnia. In uno di questi momenti ho provato a fare un bilancio dell’anno con gli studenti di quarta. Una classe che ho preso quest’anno, e con la quale c’è stato qualche problema iniziale dovuto alla sensibile differenza di metodo tra me ed il docente dell’anno precedente. In quest’anno scolastico abbiamo attraversato più di mille anni di filosofia, dalle certezze del pensiero medievale fino alle inquietudini kantiane. Come è andata, dunque?

Dopo qualche complimento di rito viene fuori un aggettivo che, nonostante la bella giornata, mi gela: deprimente. Studiare filosofia è stato deprimente. Poiché so che spesso i ragazzi danno alle parole un significato un po’ diverso da quello corrente, chiedo spiegazioni. E viene fuori che la filosofia è deprimente perché toglie ogni certezza. Non abbiamo assistito solo al crollo della visione del mondo medioevale. Non abbiamo seguito solo Cartesio nel suo dubbio metodico. Ci siamo interrogati anche sulla validità dello stesso cogito cartesiano. Quanto è solida la certezza di noi stessi? Chi siamo davvero? Hume ci ha gettato addosso un bel po’ di domande; con Kant siamo finiti ad interrogarci sulla realtà di ciò che vediamo.

E ci siamo fatti poi mille domande morali.

È possibile, ad esempio, dimostrare che è sbagliato uccidere qualcuno? Certo, lo sappiamo tutti che è sbagliato, ma come dimostrarlo? La maggior parte dei miei studenti hanno attraversato il dubbio. Molti di loro si dichiarano atei o agnostici. Ma qui c’è qualcosa di diverso: di più radicale. Deprimente vuol dire, mi pare di capire, destabilizzante. Può essere, naturalmente, che sia una mia interpretazione autoassolutoria (terribile pensare di aver passato un anno a deprimere delle persone); se così non fosse, significherebbe che ho fatto più o meno il mio lavoro. Perché la filosofia, per come la vedo io, è soprattutto questo. Un acido gettato sulle cose allo scopo di essenzializzarle, metterle alla prova, rivelarne la natura (o l’assenza di natura).

Una attività corrosiva nei confronti di fedi, ideologie, convinzioni, che si esercita anche verso le stesse filosofie.

So che per molti la filosofia non è questo, o non è solo questo. Altri amano la pars construens: il sistema, la solidità rassicurante di una interpretazione del mondo, la certezza di appartenere a una scuola. Mi pare anzi che sia questa la percezione dominante della filosofia. Quella che dà origine a figure come il consulente filosofico, uno che ti aiuta a orientarti nella tua stessa vita, e che certo non può essere una persona deprimente, né destabilizzante. Resto convinto tuttavia che la filosofia sia, nella sua essenza, questa azione di spietata verifica, più che di edificazione della verità.

Mi piacerebbe poter dire che questa attività è anche importante per la nostra democrazia – che esige la critica più di ogni altra cosa -, ma cadrei in due errori, uno pedagogico e uno filosofico: considerare valido ciò che si fa a scuola non per sé, ma per i risultati che porterà in futuro per il singolo o per la collettività (mentre la scuola deve essere fondata sulla sensatezza di ciò che si fa qui ed ora) e cercare una giustificazione fondata sull’utile, che è una categoria che la filosofia sottopone a critica non diversamente da ogni altro fenomeno (compresa la democrazia e la società).

La filosofia è deprimente anche in un altro senso, più aderente al significato corrente del termine. Un filosofo che amo molto, Giuseppe Rensi, scrisse un libro intitolato Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte. Ogni filosofia, in realtà, è un confronto con queste cose. Una discesa nel negativo, che può essere più o meno radicale, compiuta con la fune di sicurezza di qualche fede o senza alcuna garanzia di uscirne. Una attività imbarazzante. Siamo nella società della positività: della giovinezza, dei sorrisi, della gioia di vivere ribadita in ogni immagine televisiva, in ogni post su Instagram.

Siamo nella società che ha bandito la vecchiaia e la morte, e per la quale il dolore è un inconveniente da cancellare con adeguate dosi di anestesia.

Un’aula scolastica in cui si discuta di morte, di male, di sofferenza diventa un posto strano. Una situazione umana sempre più rara, in qualsiasi contesto sociale. Una situazione deprimente, destabilizzante, forse. Una situazione nella quale, sospese verità rivelate, fedi, certezze e ideologie, è possibile provare qui ed ora ad essere veri.

Gli adolescenti hanno paura, anche di vivere, e la comunità educante dove sta?

in Tavola Rotonda di
paura
Una riflessione della professoressa Cinzia Sorvillo su paure e disagi degli adolescenti, tra fatti di cronaca, serie tv e pericolose sfide online

In questi giorni di fine anno scolastico, quando i docenti sono affastellati da scartoffie che parlano una lingua asettica e lontana dal reale, quando gli adempimenti finali, le medie e le virgole sembrano essere le uniche parole che echeggiano nelle sale professori, accade che in Olanda una ragazza di 17 anni abbia scelto di non vivere più. Noa e il suo lasciarsi andare ad Ade, dopo il rifiuto dello Stato a concederle l’eutanasia, dovrebbe generare in noi adulti (soprattutto in quelli che come me hanno a che fare ogni giorno con gli adolescenti) un turbamento immenso che però non dovrebbe arenarsi nello sconforto, ma tradursi in seria volontà di azione.

In un articolo uscito su Repubblica qualche giorno fa, quando ancora in Italia si parlava di eutanasia, il professor M. Recalcati ha posto una domanda a se stesso e a tutti noi: “Non è forse compito degli adulti contrastare in ogni modo – anche attraverso le Leggi – la spinta alla morte, sia essa quella della violenza sia essa quella dell’autodistruzione? Non è forse loro compito quello di testimoniare l’esistenza dello splendore del mondo nel pieno dell’atrocità del mondo?”.

Ovviamente a una domanda del genere tutti noi dovremmo rispondere ‘sì’, che noi adulti abbiamo il dovere di mostrare che anche dall’atrocità della vita può nascere quella ‘ginestra’ capace di portare bellezza dove la lava sterminatrice porta solo morte e deserto (Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi/I danni altrui commiserando, al cielo/Di dolcissimo odor mandi un profumo,/ Che il deserto consola. Leopardi, La ginestra)

E allora penso che qualche anno fa una serie tv andata in onda su Netflix, 13 Reasons Why, portava sullo schermo le tredici ragioni per cui Hannah Baker, un’adolescente americana, sceglieva di affidare alla morte, la fine del suo dolore. Quell’anno insegnavo in una terza media strepitosa, e molti ragazzi cominciarono a chiedermi se avessi visto la serie. ‘Prof l’ultima puntata è da brivido’, mi dicevano. Non conoscevo la serie e non sapevo che fosse la traduzione filmica di un libro di Jay Ahsher, Tredici, edito da Mondadori.

Poi accadde che durante le stesse settimane in cui giovani e meno giovani si lasciavano irretire da questa serie tv, sempre questi miei alunni mi chiesero cosa ne pensassi del fenomeno (montato ad arte ma con ripercussioni nella quotidianità) della Blue Whale. E una mia alunna mi disse anche: ‘Prof ho paura’.

Gli adolescenti hanno paura: paura di sbagliare, paura di essere giudicati, paura dei compagni, paura di non farcela… paura di vivere!

La protagonista di Tredici sceglieva di morire perché annientata dalla violenza della vita (anche una violenza fisica), Noa è stata ammazzata dalla violenza subita e dalla depressione, qualche settimana fa una ragazza malese di 17 anni ha affidato a un sondaggio su Instagram la sua scelta di morire, e la violenza del pollice verso, come quello delle arene romane, ha decretato la sua fine.

Anche la stessa Noa aveva postato su Instagram la sua scelta di lasciarsi andare alla morte, mentre la protagonista di Tredici, affidava a delle musicassette, tutte da ascoltare post mortem, le tredici ragioni che l’avevano portata a farla finita.

È assordante la nostra assenza in tutti questi casi. Noi adulti non ci siamo mai.

Le morti si annunciano in rete o si esibiscono quando tutto è finito e noi adulti assistiamo impotenti a questi spettacoli di autodistruzione. I genitori di Hannah amavano la figlia ma erano all’oscuro di tutto e niente hanno potuto, i genitori di Noa hanno assistito inermi alla fine della loro bellissima figlia, il loro amore non è bastato. Io sono madre e insegnante, ho vissuto anche io l’adolescenza e conosco anche il senso di molti dei disturbi o disagi che abitano le vite di molti adolescenti. Anche io in molti momenti ho pensato di non farcela, anzi di non desiderare più di farcela, eppure sono ancora qui, a desiderare ancora e a vivere ancora.

Se Hannah dedicava tredici ragioni alla sua scelta di morire, io vorrei trovare in quella storia, che secondo me va letta a scuola e con l’insegnante, tredici ragioni per scegliere di vivere, anche quando la vita diventa atroce e il deserto emotivo sembra chiudere ogni possibilità. Vorrei testimoniare a tutte le Hannah del mondo che la violenza è solo ‘una’ faccia dell’Altro, ci sono anche tanti Altri che conoscono l’amore e il rispetto.

Vorrei testimoniare a tutte le Noa del mondo che se 17 anni sono stati orribili, ci possono essere altri 17 anni bellissimi, ma se muori, sei morto, non esisti più, non potrai più conoscere, sapere, guardare, odorare, ridere, piangere e rinascere.

Vorrei dire a tutte le Hannah del mondo che morire non significa porre fine al dolore ma porre fine alla vita che è anche altro dal dolore e che nessuna cassetta ti consentirà di riscattare quella violenza che hai pensato di vendicare con le audiocassette.

Noa, vorrei dirti che esiste anche la possibilità del desiderio, che la battaglia che avevi cominciato per riformare il sistema sanitario olandese affinché non si muoia di dolore psichicio, poteva continuare anche grazie a te, vorrei dirti che potevi continuare a lottare e a militare per aiutare tutte le Noa del mondo.

Vorrei dire a tutte le ragazze come Hannan e come Noa che esiste anche l’amore, non solo lo strupro e che se muori non potrai mai conoscerlo.

Vorrei dire a tutti gli adolescenti che ognuno di noi può trovare almeno una ragione per vivere, perché solo se vivi puoi anche morire simbolicamente e rinascere realmente. Solo se vivi puoi attraversare la morte senza morire.


Didattica differenziata: dalla teoria alla pratica, mondi lontani

in Ora di Alternativa/Tavola Rotonda di
Sarah mazzetti didattica differenziata
Valerio Camporesi analizza la questione: una didattica differenziata per ogni alunno resta probabilmente un traguardo irrealistico, ma qualcosa si può e si deve fare

Per parlare di didattica differenziata si può partire dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo del 2012: “ogni scuola deve pensare al proprio progetto educativo per persone che vivono qui e ora, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato. Alla scuola l’arduo compito di praticare l’uguaglianza del riconoscimento delle differenze”. Si capisce fin da qui la complessità del tema, che tocca anche, ma non solo, le questioni degli alunni con handicap o altri deficit (più o meno chiaramente) accertati. Per loro infatti sono predisposti rispettivamente appositi piani educativi personalizzati (PEI) e una certificazione di bisogni educativi speciali (BES). E sono sigle che spesso alle orecchie degli insegnanti suonano come un incubo e che si traducono in quantità di modulistiche da riempire, spesso con fini meramente burocratici.

Ma il tema è molto più complesso e riguarda tutti gli studenti che possono essere inseriti in un’area di svantaggio, sempre più ampia anche a causa degli effetti delle disparità economiche e sociali sempre più marcate.
La scuola ha indubbiamente fatto un suo percorso verso l’elaborazione di una pluralità di forme e contenuti differenziati al fine di raggiungere quelli che – anche in sede di documentazione europea – vengono definiti i grandi obiettivi della scuola: inclusività, intelligenza e sostenibilità. I programmi stessi sono ormai adeguati a questa esigenza, tanto che – a testimonianza di questa ‘flessibilità‘ – anche in sede ministeriale si parla di Indicazioni e non di programmi ministeriali.

Fin qui tutto bene: sorge, in seguito, una domanda: come attuarla davvero, la didattica differenziata? Si può davvero pensare di non trovarsi di fronte alle solite grida manzoniane quando pensiamo alle classi delle nostri scuole, spesso sovraffollate e prive di mezzi e strutture adeguati?

È, questo, uno dei tanti casi in cui alle parole non sempre sembrano corrispondere i fatti che, in parte, hanno preso una piega opposta
Per citare un esempio: le ore di compresenza introdotte negli anni Ottanta, quattro ore assai preziose nelle quali la classe veniva divisa in due o più gruppi differenziati per fasce di livello permettevano che la didattica differenziata venisse svolta davvero. Purtroppo, come è noto, le ore di compresenza sono state eliminate dalla riforma Gelmini.
Spesso si dice riforma, ma si legge “tagli selvaggi finalizzati a ragioni di bilancio” (e di distruzione consapevole dell’istruzione pubblica?).
Di riforma, in effetti, si dovrebbe parlare solo nel caso di una modifica fondata su studi scientifici e valide ragioni pedagogiche, elementi assenti in questa come in molte altre … riforme.

È, invece, questa dell’inclusività, una sfida decisiva per la scuola e la società italiana, se davvero si vuole ridurre la crescente emarginazione degli strati sociali più deboli.

Basti pensare alle esigenze che vengono dal mondo degli alunni stranieri: manca una seria programmazione – con tanto di investimenti – sui laboratori di Italiano lingua 2.
E sono sempre maggiori i condizionamenti che le disparità di ceto sociale determinano sui percorsi di vita degli studenti che trovano sempre più raramente ella scuola un luogo in cui colmare lacune di partenza dovute al loro status sociale.

Non si può far niente, dunque? Niente affatto: ogni scuola è un mondo a sé, con risorse esperienze e persone diverse, e non mancano casi in cui la differenziazione della didattica può essere praticata.
Una parte la può giocare anche il dirigente scolastico, intervenendo nell’organizzare modi e tempi dell’attività didattica e insistendo verso una didattica inclusiva.

Qualcosa (più di qualcosa) può fare l’insegnante: acuire il suo sguardo, per esempio, e saper cambiare di volta in volta. Non tutte le classi sono uguali. Una didattica differenziata per ogni alunno resta un traguardo irrealistico ma un insegnante che ascolta può decidere quali strategie usare.
Banalmente, magari in una classe è meglio non intestardirsi con il Parini (con il dovuto rispetto) ma trovare alternative, leggere insieme qualche pagina del giornale o, magari, vedere insieme un approfondimento sull’attualità.

Perché – una cosa è certa – se la scuola negli anni non è ancora cambiata abbastanza, gli studenti lo sono senz’altro.

Credits immagine: Sarah Mazzetti http://www.bolognachildrensbookfair.com/media-room/photogallery/illustratori-selezionati-2019/9141.html

La telecamera in classe è davvero una buona idea?

in Maschile singolare/Tavola Rotonda di
sicurezza
La riflessione del maestro Ivan sull’ultima novità in fatto di sicurezza: la telecamera in ogni classe un po’ ci sta. Però a pensarci bene…

Quando ho sentito questa cosa della telecamera nelle scuole, mi sono detto: “un po’ ci sta”.

In un Paese che non si fida più dei politici, di quelli che vengono da fuori e che guarda con un po’ di sospetto anche chi ha un mega curriculum, perché ci si dovrebbe fidare degli insegnanti?

Così, quando ho letto che dopo gli asili e le scuole dell’infanzia le telecamere dovrebbero essere accese anche nelle classi dei più grandi, mi sono detto: “un po’ ci sta”, specie perché dovrebbero servire per difendere prof. e maestri dalle aggressioni di studenti e genitori.

Per quanto mi riguarda, a parte la scocciatura di vestirmi da fighetto tutti i giorni (perché se so che c’è una telecamera in giro, un po’ ci tengo a non fare brutta figura), per il resto non ho problemi con le telecamere, io. Non voglio dire di trovarmi a mio agio, ma un po’ di spettacolo posso pure farlo.
Solo che questi signori che hanno pensato di mettere le telecamere nelle scuole son tutte persone che hanno dimenticato i detti antichi, quelli di una volta. Prova a seguirmi.

Il genitore è a casa o al lavoro o per strada e dà un occhio al telefonino per vedere quel che succede a scuola. A questo punto, il povero genitore, magari un papà, vede il proprio figliolo alzar la mano e prendere la parola:
Ieri mio papà ha dormito sul divano e la mamma ha pianto. E tanto, anche.” Son cose che capitano. Sì, certo, il papà può dormire sul divano, poverino, ma capita soprattutto che i bambini raccontino tutto quel che succede a casa.

Il segreto familiare non esiste, a scuola. I bambini depositano sulla cattedra dei maestri intenzioni di voto, giudizi sui vicini, evasioni fiscali, truffe anche solo immaginate, piccole diatribe e grandi guerre. Fortuna che a scuola ci sono i maestri, gente seria e capace di filtrare.

Per tornare ai detti di una volta, quello che i signori delle telecamere non hanno preso in considerazione è che “il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”.

Tu pensi un modo per controllare quello che succede in classe e ti ritrovi in mano uno strumento per sputt… (sì insomma hai capito) la famiglia: la mamma ieri è tornata a fare la ceretta dopo mesi perché esce con le amiche e il papà non l’ha presa bene (o viceversa, non vorrei essere accusato di sessismo).

E non pensare che basti togliere l’audio: come controllare la pressione psicologica, la violenza verbale? Come fidarsi pienamente del cinema muto?

Ecco, la conclusione è banale, ma come tutte le cose banali di tanto in tanto va ricordata perché la gente dimentica facilmente le conclusioni banali e i detti antichi.

La crescita è una grandiosa manifestazione di fiducia. Nessuno è mai diventato realmente grande sotto lo sguardo indagatore delle telecamere, degli educatori, dei genitori. Tu dai fiducia e il bambino ti torna a casa con l’esperienza, il confronto, l’elaborazione di un punto di vista diverso.

La fiducia è il più grande antidoto alla paura e forse per questo fa così paura.

“Prof. perché dovremmo leggere?” Scuola, lettura e norma

in Tavola Rotonda di
lettura sette minuti dopo la mezzanotte
La riflessione di Cinzia Sorvillo, docente di secondaria inferiore, sulla lettura. Classici o novità? E perché? L’esperienza in classe con “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness e Siobhan Dowd

Il titolo ‘provocatorio’ che ho dato a queste riflessioni, l’ho pensato come ipotetica domanda che potrebbero pormi degli alunni.

Prof, perché dovremmo leggere? Che significa che leggere è importante, se poi ci mette un libro in mano, ce lo assegna per le vacanze e ci chiede una relazione? Un’altra domanda, che peraltro spesso i miei alunni tredicenni mi hanno rivolto, è stata anche questa: Cosa leggere?

Ci lamentiamo del fatto che gli alunni non sappiano leggere, ma poi quanti docenti non leggono mai in classe qualcosa che vada al di là del brano di antologia o del paratesto dei libri di storia della letteratura?

Quanti docenti, inoltre, sono rimasti fermi alle loro vecchie letture scolastiche ‘classiche’ e non si sono mai cimentati nella lettura di un testo per ragazzi? Quanti docenti, ancora, estromettono testi più vicini nel tempo  e nello spazio solo perché ritenuti indegni in quanto ‘troppo nuovi’ (autori che secondo alcuni puristi, non essendo ancora passati al vaglio del tempo, non possono essere considerati ‘letteratura’) e i loro autori troppo ‘impegnati’ o troppo di ‘parte’?

Come possiamo pretendere di avere degli alunni lettori se non cominciamo direttamente noi a incontrare i libri e ad usare il libro come veicolo di apertura e non di chiusura? 

Umberto Eco diceva che la lettura è un’operazione faticosa, innaturale e che ci vuole tanto esercizio e pratica.

Ecco, cominciamo ad andare in libreria, entriamo nella sezione per adolescenti, compriamo un libro e leggiamolo. Poi passiamo ad un altro libro, più profondo e ‘difficile’, e di volta in volta alzeremo un po’ l’asticella, fino ad arrivare a proporre le letture del ‘canone’.

Qualcuno potrebbe dire: E gli autori essenziali quando li facciamo? -.

Per molti docenti, il corpus di testi che la scuola ha l’obbligo di proporre, sono solo quelli del cosiddetto canone letterario. In altre parole, l’apertura alla letteratura contemporanea sarebbe una sorta di attività inutile, sterile o addirittura pericolosa.

Imbrigliati in un catalogo letterario fermo, si preferisce dedicare due o tre ore di lezione a Giambattista Marino, piuttosto che provare a leggere qualche pagina di un autore contemporaneo che per i  ragazzi potrebbe essere più stimolante perché sentito come più vicino e perché ‘parlante’ una lingua che non si avverte come ‘straniera’.

Il fenomeno Wattpad, che da anni produce milioni di giovanissimi lettori e ‘scrittori’, ci offre la misura di quanto innanzitutto i ragazzi sentano un bisogno intrinseco di leggere e raccontare storie, ma anche della deriva che il processo della lettura può assumere, se gli adulti non sono capaci di dialogare con le nuove generazioni.

E la scuola cosa deve fare? Arroccarsi in una norma chiusa, graniticamente sistemata nel passato, estromettendo l’altro e il nuovo, o porsi come mediatrice tra tradizione e innovazione?

Io insegno alle medie, pertanto la mia priorità è insegnare ai miei studenti a leggere e ad incontrare i libri e, inoltre, sono abbastanza libera nella scelta degli autori, visto che non ho una storia della letteratura da portare a termine. 

Provo un amore smodato per alcuni ‘autori’ classici, come Dante, Boccaccio, Goldoni, Manzoni, Montale, Pirandello, Flaubert, Orwell, e la lettura ‘diretta’ di questi scrittori non manca mai nelle mie lezioni, tuttavia cerco di aprirmi al nuovo con grande fiducia, nella convinzione che ci siano tantissimi libri che possano fungere da volano per aprire le menti dei miei allievi e che possano aiutarmi affinché il libro diventi un incontro in grado non di alzare i muri, ma di romperli.

Inoltre non credo sia necessario leggere in classe un intero libro.

A volte basta portare un romanzo in classe e, semplicemente, cominciare a leggere.

Legge il prof e la sua voce si propaga, la sua espressione interpreta, le sue pause attirano, il suo tono si alza e si abbassa, le sue parole diventano veloci e lente, appena sussurrate o fatte straripare.

I ragazzi cominceranno a incontrare una storia in cui troveranno qualcosa di loro e leggeranno quel libro.

Qualche alunno dirà: Prof come si intitola il libro? Domani chiedo a mamma di comprarlo – Mentre qualcun altro farà: – Prof, me lo presta?

Spesso i primi a perdere il desiderio siamo noi docenti, ci arrendiamo alle carte, alla fuffa burocratica, alla regola o alla ‘norma’ e ci demotiviamo, pensando che tutto ormai si stia perdendo nel vuoto dei social e dell’assenza di educazione, di rispetto e di desiderio.

E invece no.

Spesso mi sono ritrovata in classi con ragazzi tredicenni che non avevano mai letto un libro e che in casa non hanno libri.

Cosa deve fare un docente con questi ragazzi? Deve partire dalla vita di Dante o deve cominciare con la lettura di qualcosa di più prossimo al suo mondo?

Con i miei alunni leggo tanto.

I libri che sono rimasti più impressi nei loro ricordi e che hanno dato più frutti (anche in termini di competenze, giusto per usare anche le etichette) e che poi hanno spesso fatto da apripista anche alla lettura di testi letterari ‘alti’, sono stati quelli che abbiamo cominciato a leggere in classe e che non fanno parte del cosiddetto ‘canone’.

Libri letti prima da me, vissuti da me, che hanno infiammato me, nonostante non fossero ‘altissima’ letteratura, e che poi ho ‘testimoniato’ con la mia parola a loro.

Quest’anno ho portato in una mia seconda il romanzo Sette minuti dopo la mezzanotte di P. Ness. Lo avevo letto io prima a casa ed ero stata catturata dalla forza del desiderio del protagonista, Conor, aiutato a sopravvivere al mondo, alla separazione dei genitori e alla malattia della madre, dal suo inconscio (almeno io l’ho letto così) che si manifestava attraverso dei sogni a occhi aperti, di notte, sette minuti dopo la mezzanotte, quando accadeva che si ergeva, di fronte a lui, un mostro!

A prendere le sembianze del mostro era un antico tasso, l’albero che si trovava di fronte alla casa del ragazzino. Era un mostro po’ particolare perché non impauriva Conor, ma gli raccontava delle storie! Queste erano storie che raccontavano di una realtà che è molto più complessa di quella che appare a un primo sguardo, lo sguardo censore della ‘Legge’ che giudica in maniera manichea cosa sia il Bene e cosa il Male.

E quella Legge, purtroppo, il giovane protagonista la covava dentro di sé, un legge inflessibile che non gli consentiva di raccontare a se stesso la ‘sua’ di storia. 

Conor aveva paura di quel mostro interiore che lo avrebbe giudicato.

Ed ecco che il tasso (la fantasia, il sogno, l’inconscio) gli andò in soccorso per far sì che, attraverso le quelle storie un po’ strane che raccontava (del resto il sogno è sempre bizzarro), Conor riuscisse finalmente a dirsi la verità, quella verità di cui tanto aveva paura e che ogni notte prendeva la forma dell’incubo, questa volta di un incubo vero che lo faceva svegliare spesso di soprassalto, madido di sudore e paralizzato dalla paura.

Quale fosse questa scomoda verità di Conor, non voglio spoileralo qui, però io in questo splendido libro, ho fatto esperienza della grande forza del sogno e della fantasia a darci una possibilità di rinascita. È un libro che racconta una storia e che parla di storie, un libro che ci mostra quanto le storie abbiano la capacità di parlarci, di leggerci…

Quando lessi i primi capitoli in classe, mi trovai di fronte degli occhi ipnotizzati, incantati.

Non era forse il mio trasporto per la verità di quel libro che mi aveva letto, commosso e acceso, a propagarsi in quella classe e ad accendere i loro sguardi? Eppure l’autore non compare nei libri scolastici e non fa parte del ‘canone’.

Fatto sta che diversi ragazzi hanno acquistato il libro e lo hanno letto, altri se lo sono fatti prestare!

[…] Basta così Conor O’Malley, disse il mostro, con dolcezza. Questo è il motivo per cui mi sono messo a camminare, per dirti questo, di modo che tu possa guarire. Devi ascoltare.

Conor deglutì ancora. – Ti ascolto.

La vita non si scrive con le parole, disse il mostro. Si scrive con le azioni. Quello che si pensa non conta. La sola cosa importante è ciò che si fa.

Ci fu un lungo silenzio, e Conor riprese fiato.

– E allora cosa devo fare? – chiese infine.

Devi fare quello che hai appena fatto, disse il mostro. Dire la verità.

– Tutto qui?

Credi sia facile? Il mostro alzò due enormi sopracciglia. Tu eri pronto a morire piuttosto che dirla.

Conor si guardò le mani, disserrandole infine.

– Perché quello che pensavo era terribilmente sbagliato.

Non era sbagliato, disse il mostro. Era solo un pensiero, uno su un milione. Non era un’azione. […]

Chiudo con questo passo tratto da Massimo Recalcati, in L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, 2014


“La Scuola apre mondi. La sua funzione resta quella di aprire mondi. Non è solo il luogo istituzionale dove si ricicla il sapere dello Stesso, ma è anche potere dell’incontro che trasporta, muove, anima, risveglia il desiderio”.

Testo inviato da: Cinzia Sorvillo, Scuola Secondaria Primo Grado Massimo Stanzione di Orta di Atella (CE)

Ossi Edizioni: la scolastica che (purtroppo) ancora non c’è

in Tavola Rotonda di
Simona Pastore (Similasti), “OSSI Edizioni” (courtesy: Simona Pastore)
Dalla tesi di laurea di Simona Pastore, che ha ideato Ossi Edizioni, una casa editrice con testi per la scuola, emerge una interessante riflessione sulla scolastica attualmente in uso nelle secondarie superiori

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