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Attività in classe

Progetti, percorsi e lezioni da replicare in classe

A Pandino (CR) la lezione ispirata da “Clorofilla dal cielo blu”

in Attività in classe di
Laura Pedrinazzi, docente in una seconda primaria dell’IC Visconteo di Pandino, legge “Clorofilla dal cielo blu” di Bianca Pitzorno e la lezione prende vita

I libri che leggiamo tutti insieme nascono dalla penna degli autori e dalla mia voce ma i bambini tirano fuori ogni volta una storia nuova. Questo, assecondare l’onda del pensiero dei bambini che ascoltano, è un lavoro che non si può programmare preventivamente, è necessaria un po’ di improvvisazione (sempre supportata da un pensiero ben preciso). Io di solito mi lascio guidare da una scintilla, un desiderio, una domanda che viene spontaneamente dai bambini e permetto che sia proprio quella a guidare la mattinata, perché far vivere un libro ai bambini con attività vere credo sia la miglior forma di valorizzazione e promozione che possa esserci. Mi spiego meglio partendo da un esempio pratico successo poco tempo fa in classe.

Stavo leggendo ai bimbi “Clorofilla dal cielo blu” di Bianca Pitzorno e i bambini, giunti ormai a metà della vicenda, stavano cominciando ad entrare sempre di più in quel groviglio di emozioni e “radici” che speravo incontrassero e quella mattina di fine ottobre, come per magia, il groviglio è uscito dal libro e ci ha presi per mano.

La storia narra di una bimba-pianta aliena che, atterrata sulla Terra, si trova in pericolo di vita a causa dell’aria inquinata che è costretta a respirare; così una strana combriccola formata da tre bambini, una portinaia e uno scienziato, si trovano ad affrontare strane avventure per poterla salvare.

La tematica mi è molto cara ed è assolutamente in linea con il costante lavoro di consapevolezza ecologica che quotidianamente io e le colleghe portiamo avanti. I primi frutti di questo lavoro li stiamo già raccogliendo e mi è sembrato proprio un ottimo segnale quello dell’interesse dei bambini verso una frase che m’ero fermata ad approfondire per un discorso meramente lessicale e che invece ha avuto su di loro una ricaduta più forte. La frase è stata “Altre piante che i bambini con conoscevano erano cresciute dappertutto, ovunque trovassero un po’ di terra o muschio, o tra gli interstizi tra i mattoni”, dopo aver spiegato il significato della parola interstizio, i bambini hanno continuato a riflettere e discutere su quelle erbette coraggiose che si avventurano a vivere la propria vita non su un prato ma tra i mattoni, sui muretti, nelle crepe del cemento…

Come non cavalcare, quindi, quest’onda positiva? Terminato il capitolo ci siamo messi il giubbotto e siamo usciti dalla scuola per esplorare il marciapiede antistante l’edificio scolastico e scovare tutte le erbette ribelli che lì abitano. Ci siamo trattenuti fuori non più di un quarto d’ora ma è stato sufficiente perché i bambini rientrassero calmi e concentrati e cominciassero a lavorare (non facendo quello che era stato preparato dalla maestra ma quello che avevano deciso di fare proprio loro!). Abbiamo riportato sul quaderno la citazione del libro che ci ha fatti riflettere – scrivendo in rosso la parola “interstizi” cioè l’arricchimento lessicale da cui era partita la riflessione – poi ciascuno ha disegnato una “fotografia” di ciò che aveva osservato e scritto in autonomia quello che era stato il lavoro della mattinata: c’è stato chi si è focalizzato su un’informazione del libro e chi sull’esplorazione del marciapiede. Come vorrei mostrarvi un video del silenzio e della concentrazione durante il lavoro sul quaderno! Io ne sono rimasta stupefatta e felice. Quando sono i bambini a creare l’alchimia di lavoro è sempre un momento speciale.

Un museo della scienza in classe

in Attività in classe di
Come creare un museo della scienza a scuola, aperto a visitatori esterni, partendo da un albo illustrato: l’esperienza raccontata dalla voce dell’insegnante, Claudia Ferraroli

Un paio di anni fa, in giro per le scuole con i laboratori ispirati ad alcuni giochi educativi da me progettati, finisco nella piccola scuola di montagna che mi ha visto felice alunna. L’emozione è stata tanta, anche nel constatare che nulla era cambiato nel frattempo: pochi bambini curiosi, verde intorno e un forte turn over di insegnanti, scoraggiati dalla ubicazione disagiata della scuola. Decido così di dare una mano e per il nuovo anno scolastico vengo reclutata dalla preside attraverso una messa a disposizione. Inizia così la mia avventura nel mondo della scuola, con l’esperienza di una cinquantenne e l’entusiasmo di una neolaureata.

Tra le materie che insegno c’è scienze. Mi trovo per lo più a che fare con pluriclassi di pochi bambini e l’impostazione diventa laboratoriale. Si lavora per competenze, questa parola così nota e contemporaneamente poco conosciuta nel mondo della scuola. Si tratta di sollecitare attitudini e potenzialità ed utilizzare le singole discipline come strumento formativo, non come obiettivo. Per stimolare curiosità e meraviglia nei bambini e fare emergere il loro pensiero critico, gli studenti sono invitati a conoscere direttamente attraverso il contatto con l’elemento naturale, in questo caso piante e animali, a individuare dati, formulare ipotesi, applicare strategie. Per cui ogni argomento viene affrontato in classe attraverso domande e resoconti di esperienze personali.

Gli aspetti positivi vengono valorizzati ed integrati con conoscenze che gli allievi non sono ancora in grado di possedere. Le rielaborazioni di quanto emerso diventano giochi su singoli argomenti, canzoni, libri in formato gigante scritti dai bambini, piccole drammatizzazioni. In particolare per il programma di scienze che va dalla prima alla quarta classe, ho proposto ai bambini di creare per la fine dell’anno scolastico un museo della scienza, aperto a visitatori esterni. Un museo dinamico, esperienziale ed attivo. Per dare maggiore risalto alla proposta ho letto in classe l’albo illustrato: “ Kubbe fa un museo” Electa kids editore . Narra la storia del tronchetto Kubbe, collezionista meticoloso, che ha raccolto, classificato, etichettato e fotografato troppe cose, fino a quando non ha più spazio in casa. Che fare? Kubbe ha la straordinaria idea di aprire un museo. L’entusiasmo di Kubbe è stato contagioso anche per i bambini della piccola scuola di montagna. Il materiale naturale non manca; basta uscire dalla porta o guardare dalla finestra e le idee su come proporre il progetto tante, integrate dalla sottoscritta che ha giusto il vantaggio di avere una visione d’insieme del programma e che comincia a prendere nota di tutto quello che emerge direttamente dai bambini.

Gli argomenti che vengono trattati, sempre partendo da domande, riflessioni, spunti personali trasformati in prodotti creativi ed artistici, sono di volta in volta rielaborati nell’ottica del museo. La fine dell’anno arriva e per i primi di giugno organizziamo la mattinata al museo, invitando le famiglie a farci visita. Usiamo un’aula e disponiamo i banchi a ferro di cavallo, creando una sorta di percorso e dando la possibilità ai bambini di posizionarsi dietro i banchi per interagire con i genitori. Gli alunni si dividono in piccoli gruppi, ognuno del quale si occupa di un singolo settore del museo.

All’inizio del percorso troviamo i bambini di prima che hanno lavorato ed approfondito i cinque sensi,fondamentali per fare esperienza del mondo che ci circonda. Abbiamo creato delle scatole sensoriali, che raccolgono oggetti, cibi, profumi e tutto quello che può stimolare i sensi dei visitatori. Gli alunni di seconda e terza si dedicano alla piramide della alimentazione, che è diventata un gioco ( una piramide costruita con del cartoncino pesante, divisa per colori e i singoli cibi, dotati di velcro, devono essere posizionati dai genitori nello spazio corretto). Sono gli alunni che gestiscono il gioco e ne controllano la correttezza esecutiva. Gli stessi si occupano anche degli animali. Durante l’anno hanno creato un grande libro illustrato con tutte le informazioni principali: alimentazione, riproduzione, movimento etc. e ora lo mostrano ai genitori e spiegano quanto hanno imparato.

Un altro gruppo di bambini invece propone il gioco di creare un animale fantastico attraverso delle carte colorate. Si pescano due carte animali che saranno la base dell’animale inventato ( es. leone e formica), poi altre che definiranno come si alimenta, riproduce, muove etc. il nuovo essere. Ai genitori non resta che completare una scheda ed inventare il nome! Infine i bambini di quarta si occupano di piante: impollinazione, fotosintesi clorofilliana, caratteristiche delle piante sono presentate con un gioco attacca-stacca, un puzzle, una breve drammatizzazione accompagnata da illustrazioni e con una canzone che è una vera propria ode alla natura.

Non manca poi l’angolo dedicato agli esperimenti. Una serie di foglie, cortecce e nidi fanno da cornice all’allestimento. In quella magica mattinata, l’insegnante non fa altro che girare tra gli spazi, controllando che tutto proceda senza intoppi e verificando in maniera diretta quanto i bambini hanno appreso e di come le abilità e le competenze di ciascuno siano anche al servizio di un momento di condivisione importante con le famiglie e il territorio.

Credits immagine: particolare da “Kubbe fa un museo” di Johnsen Kanstad, Electa Kids, 2013

Quando la realtà aumentata arriva in classe…

in Attività in classe di
Esperimento riuscito nella classe 2B della scuola secondaria di primo grado F. Montanari di Mirandola (MO) che fa “entrare nel libro” grazie a una app con realtà aumentata (e coinvolge anche i non lettori)

.Perché limitarsi solamente a leggere un libro? Crediamo si possa fare molto di più. Con i ragazzi della classe 2B della scuola secondaria di primo grado F. Montanari di Mirandola abbiamo pensato di far “entrare nel libro” i lettori: in che modo? Con il romanzo “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol e l’aiuto della realtà aumentata attraverso la App HP Reveal. Dopo aver letto il libro in modo corale, i ragazzi si sono divisi spontaneamente in gruppi in base al capitolo che avevano preferito e che li aveva maggiormente colpiti. Ogni gruppo, per il capitolo scelto, ha poi lavorato in sinergia per selezionare frasi e parti significative, scrivere riflessioni che sono poi state successivamente illustrate con i loro disegni, con la supervisione della docente di Arte

Frasi e immagini hanno preso vita attraverso l’applicazione HP Reaveal, per pc e smartphone, che permette di animare le immagini e farle dialogare con le voci stesse dei ragazzi. Questo progetto ci ha permesso di aprire il libro a 360 gradi: non solo l’autore e i personaggi sono usciti dal libro, ma attraverso i disegni, le riflessioni e le frasi scelte dei ragazzi è stato il lettore stesso ad entrare nel libro e a diventarne parte integrante in un dialogo continuo e personale. Il risultato è stato sorprendente: sfogliando il libro e avvicinando il cellulare alle pagine ogni capitolo è stato arricchito e personalizzato da ben 25 lettori, i lettori della 2B che si sono trasformati al tempo stesso in autori.

Questo tipo di attività ci permette di coniugare la tradizione del libro all’innovazione del digitale mantenendone integre le due identità: la lettura diventa così per i ragazzi un’esperienza profonda, che permette loro di fare proprio il testo, trasformando l’esperienza della lettura in un’esperienza significativa e altamente inclusiva. Come ci insegna Aidan Chambers questo è un altro passo verso la crescita e l’educazione dei nostri piccoli lettori: essi diventano lettori consapevoli quando possono parlare e condividere la loro esperienza di lettura con gli altri, capire quale significato ha per loro stessi e per gli altri.

Quando l’idea accende la lampadina, va messa in mostra

in Attività in classe di
Marianna Balducci ci invita a liberare la fantasia (e creare una mostra o un libro di classe) partendo dall’icona del colpo di genio, la lampadina!

Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione” cantava Giorgio Gaber. La percezione che abbiamo del modo in cui nascono le idee spesso è fuorviante: si tende a pensare che l’idea sia una sorta di illuminazione fulminea, di lampo nel buio, senza concentrarsi mai abbastanza sul serbatoio di energia necessario per accenderla. È vero, l’idea si manifesta a volte sotto forma di repentina e sorprendente epifania e ci dà una scarica di adrenalina grazie alla sua capacità risolutiva di un problema che ci affligge o alla rivelazione di una cosa che prima non c’era.

Ma se ci fermiamo a questo passaggio, che non è che l’ultimo stadio di un processo molto più articolato, finiremo anche col pensare che i creativi siano paragonabili a degli stregoni dai poteri paranormali e che la loro giornata consista nella passiva attesa di un qualche segnale straordinario, in arrivo da un momento all’altro. Se il mio lavoro fosse fatto solo di questo, sarebbe davvero terribile: non solo per la noia sconfinata tra un’idea e l’altra, ma soprattutto per la frustrazione nata dal constatare che tutto ciò che imparo, accumulo, assimilo, non serve poi a un granché davanti a questa sorta di divina illuminazione che non posso controllare.

Bruno Munari invece nel suo libro “Fantasia” prova a mettere un po’ d’ordine e a cambiare prospettiva, presentandoci la creatività come uno strumento più che una scienza infusa e quindi, in quanto tale, sensibile a miglioramenti, esercizi, potenzialmente alla portata di tutti. Anche l’immaginazione è uno strumento strategico e le idee somigliano molto più a dei progetti che a dei temporali. Questo non vuol dire sacrificare la freschezza del guizzo creativo, ma vuol dire piuttosto rendersi conto che quel guizzo, se è partito, è frutto delle connessioni innescate (più o meno consapevolmente) tra tutte le informazioni che nel tempo abbiamo archiviato. Più elementi abbiamo nel nostro archivio e più i collegamenti diventeranno interessanti (e le idee “geniali”!), allo stesso modo per cui se ho visto tante immagini o rappresentazioni di una cosa (fosse anche solo il sole o un albero, per riprendere ancora una volta un esempio munariano) poi la saprò disegnare meglio e in modo meno stereotipato. 

Ma allora cosa sono davvero le idee? Come sono fatte? Come funzionano? A cosa servono? Dato che siamo partiti dall’esigenza di restituire maggior concretezza all’astratto, prendiamo quella che è diventata l’icona per eccellenza dell’idea (mutuata anche dal linguaggio del fumetto): la lampadina. Prendiamola veramente, fotografiamola, materializziamo questa idea da accendere davanti agli occhi dei nostri studenti pensanti e sfidiamoli a creare, tutti insieme, una sorta di libretto delle istruzioni che ne sveli i segreti.

Iniziamo un brain storming collettivo partendo proprio da quelle domande. Proviamo a raccogliere le suggestioni alla lavagna, magari già cercando di organizzarle per categorie: da una parte le risposte più riconducibili alla descrizione di un’idea (geniale, sorprendente, improvvisa, bella,…), dall’altra quelle inerenti il suo funzionamento proprio come se fosse una macchina (serve a… risolvere un problema, inventare una cosa nuova, diventare famosi,…). In questa fase non esistono stimoli sbagliati, lasciamo che escano anche le risposte più politicamente scorrette (che magari diventeranno spunto di riflessione in seguito). Le domande poste alla classe potranno costituire un primo criterio di organizzazione dei contenuti, ma dal brain storming potrebbero emergere anche nuove piste. Diamoci un tempo limitato, lasciamo sedimentare la cascata libera di contributi per un pochino, godendo anche del divertimento di questa fase più libera di raccolta. Verrà poi il momento di selezionare collettivamente le risposte che più ci convincono per costruire, pagina dopo pagina, questo libretto d’istruzioni pensato per spiegare a chi non lo sa che cosa vuol dire avere un’idea: descrizione delle caratteristiche (magari degli ingredienti!), modalità di funzionamento, circostanze di applicazione,… potrebbero essere questi i capitoli da illustrare. Dividiamo quindi i compiti assegnando a ciascuno la foto di una lampadina vuota da riempire con un disegno che racconti uno dei concetti emersi. Otterremo una compilation di immagini che, pur partendo dalla stessa base (la lampadina fotografata), rivela approcci (concettuali e grafici) molto diversi. Forse qualcuno trasformerà la lampadina nel viso di un personaggio (l’inventore!), altri lavoreranno al suo interno, altri ancora nello spazio vuoto attorno. Il disegno metterà in scena i concetti emersi e la nostra galleria di lampadine sarà una luminosa cordata di pensieri (da rilegare in un libro di classe, da esporre in una piccola mostra collettiva). Le idee sono patrimonio di tutti, le belle idee sono il premio di chi persevera nell’osservazione attiva e profonda del mondo. E i disegni, come dice Bruno Bozzetto (ricordando proprio un bambino che ha incontrato), non sono che idee con intorno una linea.

Archeologo per un giorno: scavi stratigrafici per capire la linea del tempo

in Archeodidattica: strategie e laboratori/Attività in classe di
Un laboratorio proposto da Erica Angelini, archeologa: attraverso lo scavo stratigrafico realizzato in classe, possiamo andare indietro nel tempo cercando di ricostruire la storia con gli oggetti ritrovati

Circa vent’anni fa ho scoperto l’archeo – didattica, un insieme di metodi e strategie per coinvolgere i bambini e gli adulti nell’apprendimento della Storia, e da allora non ho più smesso di sperimentare e di progettare. Mi rendo conto che questo interesse nasce principalmente dalla scoperta del mio modo di apprendere e dalla passione per la storia e la manualità. Fin da bambina mi sono subito resa conto che ascoltare la maestra e leggere sul libro, non mi bastava per riuscire a capire e poi ripetere l’argomento delle lezioni, mentre quando in classe la maestra ci faceva fare un laboratorio più pratico io ero molto brava ed ero in grado anche di insegnare agli altri tutti i passaggi che naturalmente non dimenticavo più. Ho capito quindi che il mio modo ideale d’imparare ha una ricetta. Io imparo meglio:

  • quando oltre al cervello devo usare le mani per costruire, disegnare, toccare…
  • quando quello che faccio si ricollega a cose che vivo nella mia vita quotidiana
  • quando vivo una bella esperienza con un gruppo di persone con cui mi trovo bene
  • quando sento che le mie competenze servono al resto del gruppo
  • quando ho una bella relazione con il mio insegnante che mi fa venire voglia di imparare
  • e… perché no? Quando l’ambiente in cui mi trovo è bello e ben predisposto per l’attività

Nei miei Laboratori di Archeo Didattica provo a mettere tutte queste ed anche altre cose; naturalmente senza trascurare la spiegazione della maestra o del maestro, che introducono precedentemente l’argomento in classe. I percorsi di Archeo Didattica supportano quindi l’insegnante con attività e strategie per imparare facendo, collaborando, sperimentando, giocando…. E non la sostituiscono.
Facciamo un esempio pratico.

Una delle principali difficoltà che affrontano i bambini nei primi approcci con la storia è quello di capire il concetto di “passato”, non tanto del passato recente, come “quando ero piccolo” o “quando mio babbo era piccolo” ma di quello raccontato proprio nel libro di storia!

Io propongo un laboratorio che mostra fisicamente, attraverso lo scavo stratigrafico realizzato in classe, come la storia spesso sia conservata nella “Pancia della Terra” e scavando gli strati possiamo andare in dietro nel tempo cercando di ricostruire la storia attraverso gli oggetti ritrovati. Di conseguenza riflettiamo su come la storia letta sul libro, sia frutto di un “lavoro di gruppo” fra l’archeologo, che riconosce gli oggetti recuperati durante lo scavo, e lo Storico che, attraverso le informazioni fornite dall’archeologo e da altri studiosi del Passato, ricostruisce i pezzetti della Storia dell’uomo.

Nella prima parte del laboratorio provo a stimolare i ragazzi a recuperare le informazioni che loro hanno sulla figura dell’archeologo: lo stereotipo più diffuso e divertente è quello di un avventuriero che scopre tesori vivendo straordinarie avventure, proprio come Indiana Jones o la spericolata Lara Croft. L’archeologo in realtà è più simile ad un “topo di biblioteca” e deve conoscere le fonti di informazione e i loro linguaggi, saper riconoscere gli oggetti costruiti dall’uomo e datarli, e saper realizzare uno scavo archeologico. Il protagonista di questo laboratorio è proprio lo scavo archeologico che è sempre visto dai bambini come un’attività che suscita curiosità e meraviglia: lo scavo archeologico è come un pacco regalo: si pregustano i tesori che potrebbero trovarsi sepolti, poi li cerchiamo “spacchettando” i vari strati ed infine guardiamo i nostri tesori con occhi meravigliati di chi ha fatto tanta fatica per averli.

Ed ora proviamo a costruire il nostro scavo stratigrafico in classe.
Per realizzare uno scavo stratigrafico in classe di buon livello non occorre certo essere degli artigiani! bastano poche cose di facile reperibilità:

  • • 2 ( o anche di più a seconda del numero dei bambini) vaschette di plastica trasparente non tanto alte, tipo quelle in cui si mettono le maglie per il cambio dell’armadio; è necessario che siano trasparenti perché dai bordi si riesca a vedere il susseguirsi degli strati di terra.
  • • 2 o più scheletri di dinosauro in plastica da sistemare nel fondo della vaschetta; si trovano
  • facilmente in rete o, a volte in cartoleria e possono essere di dinosauro o anche di altri animali.
  • • Alcune miniature di oggetti in ceramica tipo gli oggetti che si mettono nel presepe per arricchirlo o quelli che si usano per realizzare ambienti in miniatura; io ad esempio ho delle miniature di vasi, di cestini, di tegole ecc..
  • • Dell’erba sintetica , due rettangoli della misura delle vaschette.
  • • Tre tipi di terre diverse; io normalmente uso come strato più in basso la sabbia, poi dell’argilla espansa ed infine del terriccio universale: queste tre terre hanno colori e textures molto differenti e sono facilmente distinguibili nella stratigrafia; non è difficile reperirle nei vivai o nei negozi che vendono materiali per l’edilizia o, ancora meglio, in Natura.
  • • 4\5 cucchiai e 4\5 pennelli che simulano gli strumenti usati dall’archeologo, cioè la cazzuola per scavare e rimuovere la terra, e la scopina per ripulire con delicatezza.
  • • Un foglio che divideremo in tre, il numero degli strati, su cui i bambini prenderanno appunti e disegneranno.

Le vaschette vanno preparate a casa in modo che i bambini non vedano gli oggetti che l’insegnante mette dentro: l’effetto sorpresa è fondamentale per la buona riuscita dell’attività. Sul fondo della vaschetta posizioniamo gli scheletri; questo strato, essendo il più profondo, rappresenta anche quello più antico, più indietro nel tempo. Ricopriamo gli scheletri con la sabbia di colore ocra. Il secondo strato sarà riempito invece con l’argilla espansa in mezzo alla quale inseriamo gli oggetti in miniatura che potrebbero rappresentare il periodo romano e i resti di una Domus. Nel terzo strato mettiamo il terriccio universale ma non inseriamo oggetti. Appoggiamo sopra a questo il rettangolo di Erba sintetica che rappresenterà lo strato antropico, cioè quello calpestato dall’uomo.

Dividiamo poi la classe in gruppi di 10, 12 bambini per ciascuno. Ogni gruppo sarà a sua volta suddiviso in “équipe” da circa 3, 4 bambini, che si alterneranno nello scavo degli strati. Mentre un’équipe scava le altre prendono appunti sul colore della terra, sulla sua consistenza e disegnano, se ne trovano, gli oggetti archeologici rinvenuti nello scavo.

Anche l’aula va divisa in due preparando due postazioni con i banchi in cui lavoreranno le due squadre. Lo scavo si realizza in piedi perciò è opportuno predisporre un banco su cui appoggiare la vaschetta che sia vicino al gruppo ma un po’ distaccato dagli altri banchi per poterci girare attorno. Prima di realizzare lo scavo vanno sicuramente fatte alcune premesse, la prima è quella che l’archeologo non è un “ruspa” e di conseguenza dopo aver individuato i diversi strati, osservandoli insieme nel bordo della vaschetta, ogni gruppo ne scaverà solo uno, lasciando gli altri alle squadre successive. Altra cosa importante è che gli oggetti ritrovati non vanno immediatamente sollevati dalla terra ma ripuliti tutt’attorno e poi fotografati insieme a tutti gli altri ritrovamenti nella vaschetta; solo a questo punto si prelevano e si portano ai disegnatori. Lo scavo è un lavoro di gruppo in cui non conta solo chi materialmente scava ma è importante anche il lavoro di chi , seduto al banco, scrive le informazioni sullo strato e disegna gli oggetti rinvenuti. Dopo queste premesse si comincia lo scavo invitando i bambini del primo gruppo ad avvicinarsi alle vaschette, consegnando a ciascuno pennello e cucchiaio, e con calma a cominciare a controllare la terra. Ogni volta che si intravede uno strato diverso dal proprio ci si ferma per lasciare spazio al gruppo successivo.

Una verifica finale è sempre consigliata sia per ricordare i momenti più emozionanti ma anche per dare spazio all’attività svolta al tavolo di raccolta dati e disegno. Buono scavo a tutti!

“Più unici che rari. Storie dei ragazzi della 3C”: la diversità come valore

in Attività in classe di
Presentata a Didacta 2019 la campagna educativa che affronta il tema della diversità e dell’inclusione nella scuola secondaria di primo grado

Presentata a Didacta la nuova campagna educativa di Librì Progetti Educativi Più unici che rari“, realizzata in collaborazione con Sanofi Genzyme, e rivolta alle classi della scuola secondaria inferiore.

“Tutti noi siamo portatori di diversità – ha sottolineato Annalisa Scopinaro, presidente di Uniamo FIMR Onlus – Federazione Italiana Malattie Rare – che si tratti di una disabilità fisica, di una malattia rara, magari invisibile agli occhi, o di caratteristiche che magari ci mettono a disagio come un naso pronunciato o delle orecchie a sventola. La cosa fondamentale è continuare a restare in ascolto, aperti e accoglienti invece di giudicare per evitare di aggiungere dolore a chi magari ci sta già convivendo”.

Da sinistra: Filippo Tesi Presidente Federasma e Allergie onlus. Elisa Ferrari di Librì progetti Educativi, Alice Manfredini, moderatrice dell’evento, Sabrina Rondinelli, scrittrice per ragazzi e autrice dei testi, Annalisa Scopinaro per Uniamo FIMR Onlus – Federazione Italiana Malattie Rare, Alessandro Norfu di Fondazione Ansphi Onlus, Filippo Cipriani di Sanofi Genzyme

La campagna, ha spiegato Elisa Ferrari, responsabile editoriale di Librì Progetti Educativi, “Il kit comprende i materiali per lavorare col gruppo classe e anche degli opuscoli per avvicinare le famiglie a tematiche che non necessariamente conoscono, per creare un dialogo, una attenzione a 360 gradi”.

Un progetto extracurriculare perfettamente allineato alle indicazioni del MIUR, che pone tra gli obiettivi della scuola secondaria di primo grado infatti quello di stimolare «la crescita delle capacità autonome di studio e di interazione sociale».

“Le nostre campagne di comunicazione – ha sottolineato Ferrari – arrivano gratuitamente sui banchi di scuola grazie al supporto di grandi aziende, come Sanofi Genzyme, in questo caso, che hanno a cuore e investono sulle nuove generazioni e di associazioni ed enti come Uniamo – Fimr Onlus e Federasma e Allergie. Nel kit Più unici che rari i docenti trovano 25 copie di un testo narrativo, una guida per le attività e un opuscolo per le famiglie. Inoltre è possibile partecipare al concorso di scrittura creativa: le 15 storie più belle saranno premiate il 29 febbraio 2020 durante la Giornata mondiale delle Malattie Rare. Come premio un kit ClickForAll“.

Foto di Francesco Guazzelli

“Abbiamo a cuore le nuove generazioni ed è stato un piacere poter collaborare alla realizzazione di questo progetto” – ha confermato Filippo Cipriani, biotecnologo e responsabile delle relazioni con i pazienti e dei progetti innovativi di Sanofi Genzyme. In questo progetto i protagonisti sono ragazzi e ragazze che, sicuramente, a tutti è capitato di incontrare o di avere come alunni. Fragili, insicuri, con un segreto, con un dolore, con sogni e aspirazioni e talenti: l’intento è proprio quello di valorizzare l’unicità di ciascuno e trasformarla in risorsa per il gruppo”.

Il volume che fa da traccia portante per le attività e le discussioni in classe è stato scritto da Sabrina Rondinelli, ex docente e stimata autrice per ragazzi, nota per la grazia, la delicatezza e la competenza con la quale riesce a raccontare emozioni e situazioni anche complesse.

“Ho fatto l’insegnante per anni – ha raccontato Rondinelli – e quando scrivo cerco sempre di farlo pensando ai ragazzi veri e non a personaggi immaginari. Io so che uno dei lavori più complessi per un docente è proprio creare un gruppo classe che lavori in modo efficace e sereno, integrando tutte le caratteristiche, i punti di forza e debolezza individuali, attraversando anche gli inevitabili conflitti. Per raccontare le storie della3C, come sempre quando mi avvicino a un tema, non mi sono basata solo sulla mia esperienza ma ho ovviamente svolto anche un ampio lavoro di approfondimento per comprenderne meglio le specificità”.

Foto di Francesco Guazzelli

I protagonisti della “3C” sono Teresa, Thomas, Valentina, Olga, Leo, Filippo, Giulia, Bianca, Gianluca, Daniele, che litigano, scherzano, si sostengono, si vogliono bene, a volte si stanno antipatici, si capiscono, e a volte no. Diventano lo specchio del quotidiano di moltissimi ragazzi e ragazze della loro età. Quelle dei Ragazzi della 3C non sono storie sulla malattia o sulla disabilità, anzi, sono racconti che come gli antichi mobili hanno un cassettino segreto, dove si possono scoprire mondi privati e silenziosi. Conoscendoli, inevitabilmente e semplicemente, si impara a non fermarsi alle apparenze e a superare i giudizi e i pregiudizi e ad aprirsi all’ascolto e alla condivisione.

Foto di Francesco Guazzelli

Il progetto educativo, in sintesi, offre strumenti e metodologie per affrontare con i ragazzi il tema della diversità, con particolare attenzione, tra l’altro all’inclusione dei ragazzi che presentano malattie rare e altre patologie come Asma e Dermatite Atopica. Racconta e sottolinea il valore della diversità: l’unicità che caratterizza ognuno di noi è molto spesso una ricchezza, una qualità, un talento, un’esperienza irripetibile che può arricchire l’intero gruppo classe.

Foto di Francesco Guazzelli

A caccia di storie: cosa ci raccontano gli strumenti di lavoro?

in Attività in classe di
Obiettivo (della macchina fotografica e della nostra immaginazione) puntato sugli strumenti di lavoro: sono proprio “le cose” a guidarci in questa esplorazione.

Per chi ha ingranato fin da subito e chi ancora ha bisogno di un po’ di tempo per carburare, settembre ha segnato, come ogni anno, un nuovo inizio, specialmente tra i banchi di scuola. È tempo quindi di mettersi all’opera, è tempo di mettersi al lavoro. Da bambina, da adolescente ho sempre visto la scuola come “il mio mestiere” (un po’ il corrispettivo del dovere dei miei genitori) che, se ero fortunata e capace di prendere dal verso giusto, si sarebbe anche potuta trasformare in un piacere (come alla fine è stato in molte occasioni). Non ho mai avuto le idee chiare su cosa avrei fatto di lavoro per davvero una volta diventata grande però, come tutti i bambini, ho avuto le mie “fasi”, i miei innamoramenti, le mie più o meno tormentate sfide per capire in quali panni mi sarei potuta trovare in futuro.

Mi piacevano i libri compilativi in cui si elencavano i mestieri più disparati, mi piaceva avere in casa un babbo che era medico (con un mondo professionale molto strutturato intorno, con grandi responsabilità) e una mamma pittrice (con un mestiere fatto di grande passione, tempi non convenzionali, tanta emotività). Da adulta mi è piaciuto scoprire come dietro a mondi di cui si ha spesso un’idea molto stereotipata (come la moda, per esempio) ci sia un cosmo di professionalità e competenze diverse. Le professioni, quelle più antiche e quelle che nascono grazie alle opportunità che i cambiamenti del mondo ci offrono, sono testimonianze dense di fascino e di informazioni sulla nostra civiltà, la nostra cultura, la sua storia e le sue ambizioni. 

Per allontanarci allora dall’approccio astratto che a volte tendiamo ad adottare ed entrare invece nel vivo di questo “saper fare” così ricco che ci circonda, fotografia e disegno ci vengono in aiuto. L’obiettivo (della macchina fotografica e della nostra immaginazione) sarà puntato sugli strumenti di lavoro: che si tratti di professioni che richiedono specifici attrezzi più artigiani, che sia invece il caso di un lavoro più intellettuale dove libri e matite la fanno da padroni, saranno “le cose” a guidarci nell’esplorazione. 

Spesso, quando capiamo come sono fatte le cose, capiamo anche come funzionano e capiamo meglio persino come funzioniamo noi.

Spesso sono gli oggetti e il design con cui sono progettati a farsi depositari di indizi preziosi, a darci un’occasione per avvicinarci alle storie. In questa serie di foto-illustrazioni mi sono ritrovata a raccontare la professione del geometra per conto del Collegio dei Geometri della mia città, in corrispondenza di un anniversario importante. Parlando con i professionisti che mi hanno interpellata, abbiamo individuato proprio negli strumenti di lavoro il principale gancio visivo che celebrasse la complessità di questo settore dove si progetta, ma si sta anche a stretto contatto con i cantieri e, negli ultimi tempi, ci si dota anche delle più moderne tecnologie. Tradizione e innovazione convivono all’interno del medesimo scenario, superando lo stereotipo del righello e del tavolo da disegno per aprirsi a più complesse e partecipate dinamiche. Un vero e proprio lavoro di squadra in tutti i sensi, insomma!

Illustrazioni di Marianna Balducci

Gli oggetti scelti sono stati individuati come quelli che potessero rappresentare simbolicamente al meglio le principali aree di azione della professione geometra. Sono stati fotografati singolarmente e poi in una composizione corale per rimarcarne anche i pesi e le proporzioni reciproche. Il disegno è stato l’espediente attraverso il quale trasformare questi strumenti in mondi da abitare, in territori vivi di esplorazione.

Siamo capaci di stravolgere le regole della realtà attraverso la fantasia solo se abbiamo fatto nostre quelle regole e, quindi, se abbiamo attentamente osservato, toccato, indagato. Allo stesso tempo, la ricerca di analogie e consonanze con ciò che conosciamo ci aiuta a rendere giocoso persino l’approccio al complicato e pesante teodolite di cui prima ignoravamo completamente l’esistenza, ma che sembra proprio un quartier generale futuristico.

Illustrazioni di Marianna Balducci

In tutto questo non dimentichiamo mai il primo passaggio: parlare con chi di quel mestiere ha esperienza diretta. Lasciando ai bambini il compito di esplorare i mestieri per trasformarli in nuovi scenari foto-illustrati, si dovrà quindi partire da una prima consegna: individuare una persona (anche della famiglia) a cui fare domande sul suo mestiere e da cui farsi dare un oggetto rappresentativo o comunque quotidiano nell’ambiente di lavoro. Potrebbe essere una semplice matita per il disegnatore oppure una calcolatrice per il ragioniere, ma anche una paletta per il giardiniere, una chiavetta usb per l’informatico. Chiediamo quindi il permesso di portare questi oggetti a scuola e allestiamo un piccolo set in cui ciascuno fotograferà il proprio. Meglio optare per un set neutro, ricreato con dei cartoncini bianchi o colorati tinta unita e una semplice lampada da puntare contro il soggetto.

In una fase in cui si sta osservando, è bene avere la possibilità di avere almeno 3 scatti per ogni oggetto così da fotografarlo da angolazioni diverse e consentire ai piccoli disegnatori di scegliere quello che più preferiscono quando dovranno metterci mano. Una prima fase di confronto collettivo sarà utile per avere un quadro generale della situazione e per far appuntare a ciascuno le caratteristiche del proprio oggetto: cos’è? chi ce lo ha dato? come si usa? come è fatto?

Una volta stampate le foto degli oggetti si potrà pensare a come trasformarli riempiendoli di personaggi. I piccoli esploratori potranno disegnare loro stessi alle prese con questi nuovi mondi e magari disegnare anche la persona che ha prestato l’oggetto e gliene ha parlato. Come sempre, i disegni sulle foto possono essere realizzati con pennarelli acrilici oppure con la tecnica del collage (disegnando i personaggi a parte e incollandoli in un secondo momento). I miei sono stati realizzati in digitale, il filo dorato che li lega viene dall’esigenza di festeggiare la connessione fra questi micro-ambiti del medesimo settore nel tempo, culminata in un evento dedicato in cui le illustrazioni sono state esposte e inserite nell’albo commemorativo, dono della serata a soci e ospiti.

Ma quanti percorsi si possono impostare in questo modo, per esempio esplorando le professioni del passato (recuperando quindi le foto degli oggetti attraverso il web e le biblioteche) per riscoprire anche come si sono evolute o trasformate nel tempo. Quanto lavoro, quanti lavori! Non resta che rimboccarsi le maniche.

Didatticarte: quattro modi per fare un tableau vivant

in Attività in classe di
Emanuela Pulvirenti spiega come realizzare tableau vivant (quadri viventi) in classe, anche senza fotomontaggi

“Come hai fatto a mettere gli alunni dentro il dipinto?” Questa è la domanda più frequente delle colleghe di storia dell’arte che vorrebbero ripetere l’esperienza dei tableau vivant. Ma, quando rispondo che sono elaborazioni digitali fatte con Photoshop, si scoraggiano e rinunciano all’esperimento. Tuttavia si possono fare benissimo anche senza programmi di fotomontaggio.

Anche perché, come ho ripetuto più volte, la valenza didattica del quadro vivente sta nell’attenzione che richiede allo studente nel momento in cui si confronta con l’opera d’arte, sta nel cogliere espressioni, dettagli, gesti.
Lo scopo non è quello, puramente artistico, di rifare in modo identico il quadro originale. Tant’è vero che lascio i ragazzi nei loro abiti quotidiani, con tanto di felpe, jeans e scarpette da ginnastica.

Con o senza Photoshop il risultato sarà sempre un’esperienza intensa e indimenticabile. Provare per credere!

Le modalità sono:
1 – Riprodurre una scultura

Credits: didatticarte.it

2 – Scegliere un’opera con lo sfondo uniforme

Credits: didatticarte.it

3 – Realizzare il fondale

La Gioconda Credits: didatticarte.it

4 – Attualizzare l’opera

Vermeer Credits: Didatticarte.it

Per leggere l’articolo completo: Quattro modi per fare i quadri viventi senza fotomontaggio
Credits testi e immagini: didatticarte.it

Didatticarte: cosa raccontano i colori dei dipinti?

in Attività in classe di
Dal blog di Emanuela Pulvirenti un interessante esercizio che parte dall’analisi della tavolozza usata da vari artisti. Le app utili, le risposte degli studenti.

Quanti artisti presentano una evoluzione cromatica importante? Durante un mio workshop all’Accademia di Belle Arti di Palermo, ho pensato di proporre agli studenti di Didattica dell’arte proprio il tema della tavolozza d’artista. In pratica di analizzare l’opera d’arte concentrando l’attenzione sui colori utilizzati (ma tutti gli altri aspetti, ovviamente, vanno conosciuti, altrimenti i colori non ci racconteranno nulla).

Esistono molti modi per graficizzare i colori di un dipinto. Arthur Buxton, ad esempio, li ha raccolti in diagrammi a torta, ma sono molti anche i sistemi automatici di estrazione delle palette, con applicazioni online o per smartphone (Color Viewfinder, Color Palette FX o Canva, ad esempio)

Il “compito” dato agli studenti che avevano tre ore di tempo è stato un lavoro di gruppo da presentare alla fine del pomeriggio agli altri partecipanti:

Courtesy of Didatticarte

I gruppi sono riusciti a raccontare il percorso artistico di tanti pittori osservandone con attenzione la tavolozza e attribuendo a quei colori un senso di volta in volta, artistico, storico, concettuale, simbolico. l’esercizio ha stimolato l’osservazione. Dettagli, sfumature, sfondi. Nulla è passato inosservato nell’operazione di scandaglio su ogni pennellata del dipinto. Perché a guardare siamo tutti capaci, ma a vedere si impara.

Courtesy of Didatticarte

Per vedere l’articolo completo: Cosa raccontano i colori dei dipinti?
Testo e immagini courtesy of Didatticarte

Saluti da Monte Conchiglio: c’è una cartolina per te

in Attività in classe di
Marianna Balducci ci invita ancora una volta ad andare oltre lo sguardo quotidiano e in questa occasione lo fa con una… Cartolina!

Che si appartenga al resistente manipolo di nostalgici che ancora le manda per posta o ai più che fanno viaggiare i loro “saluti da…” attraverso la rete, la cartolina (o comunque l’idea che ne è alla base) resta impigliata nell’immaginario, efficace, immediata da interpretare per chiunque. Un’immagine testimonia il nostro passaggio in un certo luogo, poche parole (un tempo dettate dall’economia delle spedizioni) indirizzano il nostro pensiero a una persona cara. In quelle cartacee, in particolare, mi piaceva quando, oltre ai saluti, ci trovavo o ci annotavo caratteristiche del luogo (il clima, il cibo, un aneddoto). Mi piaceva trovare la misura perché tutto restasse privato e affettuoso, pur esponendo le parole alla mercé del postino, perché il testo sul retro non godeva della protezione della busta.

Una cosa mi piaceva più di tutte e cioè il pensiero che potesse anche trattarsi di un grande bluff: comprare il cartoncino nella località di passaggio che non è proprio quella del soggiorno perché si era di fretta, inscenare false partenze o falsi ritorni spedendo tutto in differita quando si è già di nuovo a casa, peggio ancora, oggi, rubacchiare un’immagine in rete per far credere che si è gente di mondo (e c’è chi lo fa, ve lo assicuro). Ma c’è un altro tipo di bluff che mi interessa di più ed è quello che, passando per la grammatica della fantasia (per dirla alla Rodari), è capace di far viaggiare ancora più lontano, laddove si annidano le storie. 

E allora “saluti dal…” mare? Così sembrerebbe visto che qui ho un mucchio di conchiglie e sassolini ritrovati sulla battigia e un cartoncino screziato di azzurro (che mi sono divertita a realizzare con un tutorial trovato in rete perché l’acqua era difficile da catturare). Partiamo quindi da una prima fase di raccolta di cose ma anche di suggestioni (come le bolle riprodotte sulla texture del cartoncino) che ci ricordino il posto in cui le abbiamo trovate. Andranno bene allora sia i reperti che il mare mi consegna, sia l’idea di mare che mi sono fatta e che sono in grado di riprodurre. Lavorare con i pattern utilizzando anche gli stessi oggetti trovati intinti nel colore a tempera come fossero timbri può essere un modo interessante di ricreare effetti grafici tutti da scoprire.

Credits: Marianna Balducci

Però vi ho promesso una cartolina bugiarda e dispettosa perciò non sarà dal mare che manderò i miei saluti.

Bruno Munari sarebbe d’accordo, lui che la bugia l’ha portata fin dentro alle teche del suo museo impossibile di “oggetti trovati”, un campionario di reperti raccolti in modo apparentemente arbitrario e presentati come fossero le tracce di un’antica civiltà, come testimonianze interessanti della vita che accade e della natura che agisce. Lui che ha visto un sasso che però “da lontano era un’isola”, proprio lui mi ha spinta a pensare che forse, anche quando mi sembra di stare in un posto solo, in realtà sono potenzialmente in tanti altri posti diversi e incredibili. Guardo il mio mare in scatola e penso al suo opposto: le conchiglie diventano fronde di alberi antichissimi, colline arse dal sole, montagne dal cucuzzolo perlato. E poi ce n’è una, con strani buchi, somiglia al becco di un rapace… Ormai è chiaro, non sono stata al mare, sono alle pendici di Monte Conchiglio. 

Capovolgere lo sguardo è quindi il secondo esercizio: partire dal luogo di ispirazione e spingerci mentalmente quanto più lontano possibile. Sono stata al mare? Allora la mia cartolina dispettosa vi parlerà di montagne. Sono stata al parco? E chi lo dice che in realtà non fosse il suolo di un pianeta inesplorato? Non ci sono limiti alla messa in scena del meccanismo di ribaltamento che molto verrà aiutato dall’osservazione di quanto si è raccolto. Prima di decidere che sarà davvero una cartolina di montagna, mi guardo il mio mare in scatola da tutti i versi, penso con la testa e con le mani, rigirando e componendo sul foglio gli oggetti in piccoli assembramenti per assecondare le loro forme e distaccarmi, piano piano, dall’idea del posto a cui originariamente appartengono. Lavorando con un gruppo di bambini può essere interessante concentrarsi sul medesimo luogo di raccolta (magari effettuando la caccia al reperto tutti insieme) e poi lasciando che ciascuno inventi il suo “non-luogo” con quanta più fantasia possibile. La sfida è generare spaesamento e arrivare a confezionare una cartolina che, pur nella sua assurdità, sia assolutamente credibile.

Una volta disposti gli oggetti a ricreare il nuovo orizzonte desiderato, bisognerà fotografare ciascuna composizione e stamparla in un formato uniforme (magari un 13×18 cm che conserva l’idea delle cartoline postali ma ci lascia un po’ più di spazio rispetto al più vincolante 10x15cm standard). È arrivato il momento di disegnare gli elementi mancanti per rendere la nostra cartolina dispettosa davvero completa. Può essere utile stampare più copie per consentire ai disegnatori di effettuare più prove. Si può disegnare con la matita una traccia e poi procedere con pennarelli acrilici e indelebili o confezionare piccoli disegni da incollare. Non servono tanti colori, anche solo il bianco e il nero potrebbero essere sufficienti visto che interveniamo su una foto già molto ricca di elementi. E poi servono i saluti e pensarci mentre si sta disegnando aiuterà l’uno e l’altro processo: se mi trovo a Monte Conchiglio dovrò spiegare perché, dovrò descrivere chi ho incontrato e come ci sto. E allora, ancora una volta, il disegno segue a ruota le idee che sarà divertente stimolare osservando insieme le foto su cui lavorare mescolando anche gli spunti dei compagni. Io a Monte Conchiglio mi sono trovata benissimo e magari la prossima volta ci torniamo insieme.

Scrapbook: l’album dei ricordi da fare con i bambini

in Attività in classe di
Marianna Balducci ci fornisce indicazioni per creare in classe uno scrapbook, individuale o collettivo, al rientro dalle vacanze

Non sono mai stata una persona ordinata. Cerco di disciplinarmi e magari ci riesco anche bene ma, quando muovo pensieri e mani senza incombenze lavorative di mezzo, mi accorgo di essere molto più vicina all’accumulatrice compulsiva che a Marie Kondo. Disegnare e soprattutto fare ricerca prima di impostare un progetto mi ha insegnato tante cose sull’ordine e sul disordine, sull’importanza di entrambi e sulla misura con cui gestirli di volta in volta. Quando incontro i bambini, per quanto le attività siano guidate da me, c’è spesso un momento di “disordine” in cui le idee possono circolare con fluidità, in cui non è ancora importante il peso che diamo alle cose (quello lo sceglieremo dopo, quando avremo un obiettivo da realizzare), in cui ci godiamo una divertita fase di “raccolta”. Le esplorazioni dei bambini sono fatte un po’ così, in fondo: non procedono necessariamente per prudenti e misurati passi, ma si slanciano da una parte all’altra, registrando informazioni a cui il peso specifico verrà attribuito e ridefinito consapevolmente magari in un secondo momento, anche molto lontano nel tempo. Intanto si fa archivio.

credits: Marianna Balducci

Complici le vacanze e quindi una finestra di tempo un po’ ampia libera dalla routine scolastica, potrebbe essere un buon momento per approfittare di tutto questo disordine e sfidare i piccoli esploratori a una grande raccolta. Obiettivo finale: confezionare uno scrapbook che somigli però un po’ anche a un carnet di viaggio, non importa se l’oggetto delle esplorazioni è il posto in cui stanno andando in vacanza o il proprio quartiere in quel particolare periodo dell’anno. D’accordo, un po’ vi sto imbrogliando: questo disordine avrà in realtà qualche input a cui rispondere, ma d’altra parte anche la stessa Marie Kondo continua a confondermi quando mi esorta a liberarmi di ciò che non è essenziale e, al contempo, mi consiglia di conservare le cose che mi rendono felice.

Partiamo da lui, lo scrapbook, per capire meglio cos’è e come potrebbe diventare fonte di gioco ma anche di lavoro. Lo scrapbook è tecnicamente un quaderno che raccoglie ritagli, segni, tracce funzionali a restituire una certa atmosfera, un mood estetico (infatti viene molto usato anche nelle primissime fasi di lavorazione delle collezioni di moda), o semplicemente, come sarà il nostro caso, a conservare la freschezza del ricordo di un’esperienza. Lo scrapbook non ha necessariamente un formato omogeneo, può essere pieno di cose stampate, fotocopiate, disegnate ma anche di piccoli reperti. Diciamo che è un album dei ricordi molto spettinato e con molta personalità. Ha un’origine antica e, in alcuni casi, anche una vera e propria deriva artistica molto affascinante.

credits: Marianna Balducci

Per comporre il proprio scrapbook esplorativo ciascuno dovrà impegnarsi a raccogliere e conservare, durante le sue vacanze, un insieme di elementi che parlino del posto in cui è stato. Il tutto verrà assemblato insieme, quando ci si ritroverà per raccontare cosa abbiamo fatto e visto, ma la fase di ricerca e accumulo dovrà essere libera di svolgersi con i tempi e le modalità che ciascuno riterrà più congeniali. Anche se la composizione dell’album avverrà una volta rientrati a scuola, è importante mostrarne alcuni esempi prima di mettersi in cerca. In rete se ne trovano moltissimi (vi consiglio un account instagram che ne ha archiviati alcuni davvero preziosi: PaperScrapbooks History). Mostrare tanti esempi darà una prima idea del possibile risultato finale, sarà un incoraggiamento e un suggerimento per far sì che il piccolo archivio di ciascuno non si fermi solo a cartoline e fotografie, ma includa scontrini di merende, sassolini e conchiglie, biglietti dell’autobus, bustine di zucchero, foglie e fiori secchi,…

Un piccolo aiuto potrebbe essere dare a tutti un quadernino e una scatola o un sacchetto con l’invito a riempirli di appunti, disegni, oggetti e riportarli a scuola per condividerli e comporli insieme. Vi lascio sbirciare tra i miei, raccolti e stilati durante un breve soggiorno in montagna. È importante che passi l’idea che non ci sono errori e non ci sono limiti. Le cose ci parlano, tutte intorno, l’unica bestiaccia da rifuggire è la pigrizia in favore della curiosità (e, se ci troviamo in un posto nuovo, è facile che quest’ultima vinca). Più oggetti e appunti raccoglieremo, più cose avremo da mostrare ai compagni per dar loro l’impressione di aver viaggiato un po’ con noi. E una volta rientrati? L’esito può essere la composizione di uno scrapbook personale o collettivo (creando vari collage su un formato condiviso, da rilegare o inanellare in un grande raccoglitore). Bisognerà scrivere il nome dei posti visitati e un bell’elenco di parole da distribuire accanto ai reperti conservati.

credits: Marianna Balducci

Il disegno ci viene in aiuto, per trasformare quanto raccolto in una galleria di storie che magari potremmo trascrivere o inventare tutti insieme nel corso dell’anno, utilizzando le nostre esplorazioni come spunto per comporre poesie, confezionare altre attività, condurre più approfondite ricerche. Ci sarà spazio per il disegno più didascalico con cui descrivere un paesaggio, ma anche per qualche sfida a trasformare gli oggetti raccolti in oggetti parlanti e renderli portavoce di una sensazione provata durante il soggiorno o maturata in seguito dopo averne parlato tutti insieme.

Storia e italiano nel biennio: una proposta di lavoro sulle competenze

in Attività in classe di
competenze erfurt
Con il rapporto Invalsi il problema delle competenze linguistiche degli studenti italiani è tornato alla ribalta. Ecco le strategie di Francesco Rocchi, docente di storia e italiano

A seguito del rapporto INVALSI 2019, il problema delle competenze linguistiche degli studenti italiani è tornato alla ribalta prepotentemente. Con questo articolo vorrei parlare di come provo ad affrontare la questione, focalizzando soprattutto sulla storia del biennio, ma in stretta connessione con l’italiano.

Il primo problema è la difficoltà di comprensione del libro di testo da parte degli studenti. I libri di testo italiani non si segnalano per chiarezza e trasparenza, ma i miei studenti molto spesso hanno difficoltà con paragrafi di cui, all’inizio della mia carriera, davo per scontata la comprensibilità. Me ne sono accorto anni fa quasi casualmente, durante un’interrogazione. Si parlava dei comuni italiani nel medioevo, e quasi nessuno sapeva dirmi che cosa fossero, nonostante le pagine del libro che avevo assegnato (e precedentemente spiegato!). Temendo che i miei studenti fossero un po’ furbetti, volli metterli alla prova: “Benissimo, allora, prendiamo il paragrafo, ce lo leggiamo riga per riga e vediamo cosa non si capisce”. Scoprii allora che anche parole di uso comune non erano loro note, e che molti elementi di cultura generale per me banali (e dati per certi nei miei studenti) non erano affatti tali.

Da allora ho cominciato a far leggere il libro di testo in classe (ognuno per conto suo, silenziosamente, al massimo a gruppi di due), a riassumerlo e discuterlo in classe, concentrandoci su tutti i passaggi poco comprensibili o concettualmente difficili.

Do qualche minuto per leggere, verifico che la lettura sia avvenuta, dopodiché i ragazzi mi fanno i loro riassunti, oppure esprimono le loro perplessità. È un sistema che non ho più abbandonato e che sto ancora cercando di affinare: con riassunti ora scritti, ora orali, o con altri lavori di varia natura. È così che ho cominciato ad avere un quadro migliore delle lacune e delle difficoltà dei miei studenti. E quel che è emerso da alcune classi è un quadro purtroppo desolante, che mi sentirei di riassumere così: ci sono studenti che possiedono un immaginario personale poverissimo. Per immaginario intendo quell’insieme strutturato di concetti, immagini e soprattutto storie che non solo costituisce il nostro bagaglio culturale “di base”, ma funge anche da “telaio mentale” intorno al quale disporre ordinatamente e comprensibilmente ogni nuova cognizione.

Nello studio di Carlo Magno o della poesia provenzale, ad esempio, è tutto più facile se in testa si ha l’immagine di un cavaliere e di una damigella: gli eventi storici e le poesie non ci sembreranno del tutto alieni, e avremo una base per affrontare quel che è davvero nuovo ed insolito.
Laddove manchi un immaginario, e quindi la possibilità di confrontare i nuovi stimoli (nuove storie, nuove immagini, nuovi concetti) con il proprio patrimonio culturale, gli studenti rimangono disorientati: di una poesia non sanno dire se gli piace, o cosa gli piace; di un testo letterario non colgono il tono o i sottintesi; di una storia non sanno dire se è verosimile o irrealistica, perché fa riferimento a cose talmente esotiche e così avvolte nelle tenebre che anche un ippogrifo potrebbe non essere una cosa fantastica: magari da qualche parte qualcosa del genere esiste, come possono escluderlo, loro? È un’iperbole, ma nemmeno troppo.

Per tentare di ovviare a tutto questo ho fatto un uso massiccio del supporto multimediale: almeno un’ora alla settimana delle solite sei a mia disposizione nel biennio l’ho dedicata a vedere film, serie tv, documentari (possibilmente con taglio narrativo) e qualsiasi altra cosa potesse sia essere comprensibile agli studenti, sia generare in loro delle reazioni emotive. In altre parole ho cercato di veicolar loro delle informazioni di base attraverso dei canali che potessero arrivargli per davvero, in maniera semplice e allo stesso tempo incisiva. E da questo zoccolo così banalmente acquisito, muovere oltre su un piano più approfondito. Questo approccio l’ho usato principalmente in storia, agganciandovi però italiano (che a questo lavoro multimediale ha “offerto” molte ore), nei modi che vado a spiegare, parlando della didattica di storia svolta in una seconda.

La prima parte del lavoro, all’inizio dell’anno, l’ho dedicata a costruire una classica linea del tempo. Ad ogni epoca abbiamo poi assegnato una descrizione schematica rielaborando sintesi, riassunti o specifici paragrafi dal libro di testo (che ho fatto consultare autonomamente agli studenti, senza dirgli dove cercare).

Più avanti con il lavoro questo schema lo abbiamo ripreso aggiungendo nuove date e approfondendolo (ad esempio distinguendo tra un’alta e bassa Repubblica, o tra vari momenti del Principato e dell’alto medioevo), ma intanto ci è riuscito utile come base anche così. Per rinforzarlo e per renderlo duraturo, oltre ad insistere spesso sulla sua memorizzazione, ho cominciato ad usare i materiali multimediali di cui sopra. Non è stato facile trovare materiali che considerassi del tutto adeguati, ma alla fine ho messo insieme quanto segue:

L’Impero Romano, docu-drama di Netflix su Cesare.
Morte ai confini dell’Impero, documentario National Geographic di “archeologia forense”.
The Last Kingdom, serie Netflix storicamente accurata sull’Inghilterra del IX sec.
La scena iniziale di battaglia de “Il gladiatore”.
Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud.
Ladyhawke di Richard Donner.
Brancaleone, di Mario Monicelli.
La civiltà araba, documentario sugli albori della civiltà islamica.

Questi  materiali ci hanno aiutato a creare quell’immaginario di cui dicevo sopra, per il quale sono risultati molto utili anche quei film che presentano elementi fantastici o sono esplicitamente parodici, ma possono offrire degli agganci interessanti. La cosa importante riguardo a questi materiali è stato che non li abbiamo visti in “ordine cronologico”, ma quasi “alla rinfusa”, privilegiando accostamenti in chiave contrastiva. Abbiamo ad esempio confrontato le scene di battaglia de “Il gladiatore” con quelle medievali di “The Last Kingdom”, oppure gli elementi di cultura materiale dell’una o dell’altra epoca (civiltà urbana antica contro civiltà rurale medievale; apparato burocratico complesso contro relazioni personali e di parentela nel medioevo, ecc). In particolare, questi materiali erano intenzionalmente “scompagnati” dall’epoca che nel frattempo studiavamo dal libro o da altre fonti nelle ore di attività “non-multimediali”.

Il fatto di andare avanti o indietro nel tempo e lo iato con le epoche altrimenti studiate ci hanno permesso, nonostante qualche difficoltà iniziale, di interiorizzare e arricchire la linea temporale complessiva, di cui nessuna parte rimaneva trascurata troppo a lungo. E abbiamo evitato quel che spesso capita con lo studio sistematico e ordinato del libro: l’errata identificazione del trascorrere del tempo con il procedere del libro (per cui, classicamente, la fondazione di Roma viene dopo Alessandro Magno, visto che nel libro è in coda). Un’ulteriore rielaborazione del lessico e delle capacità di rielaborazione sono venute dal fatto che tutti i materiali narrativi li abbiamo analizzati anche dal punto di vista di italiano, con commenti e recensioni dei film visti che hanno costituito altrettanti temi o esercitazioni.

Parallelamente al lavoro con i materiali multimediali, abbiamo svolto anche un attento lavoro sulle fonti storiche. Periodicamente ho sottoposto ai miei studenti documenti di varie epoche, senza però informazioni introduttive e coi nomi ridotti a sigle. Il compito era di leggere attentamente i documenti e di tentare di collocarli in una delle epoche della nostra linea temporale. In tal modo ho dato loro da leggere brani di autori classici e medievali che esprimessero caratteristiche “tipiche” dell’epoca cui appartenevano (e che gli studenti dovevano cogliere come “indizi”).

La valutazione in queste attività si è basata su quanto articolatamente gli studenti sapessero illustrare la loro ipotesi (di cui mi interessava relativamente poco che fosse giusta o sbagliata): questo li ha “costretti” a leggere il testo con attenzione e richiamare in maniera analitica e consapevole i concetti e le nozioni studiate.

Un brano assegnato era ad esempio l’accessione al trono di Tiberio per come descritta da Tacito nel primo libro degli Annales: l’importanza dei militari coinvolti ad ogni livello, l’ipocrita e un po’ paurosa circospezione di Tiberio, i falsi attestati di rispetto offerti al Senato portavano a pensare che si fosse nel pieno di quel Principato ipocrita che manteneva vive le apparenze della Repubblica (ripeto che i nomi di persona li ho “censurati”). Dettaglio molto importante: il non conoscere ex-ante l’epoca di riferimento ha fatto sì che alla memoria venisse richiamata e discussa non solo l’epoca “giusta”, ma anche altre possibili “candidate”, che in tal modo risultavano riprese, approfondite, soppesate e confrontate tra loro.

Anche questo tipo di lavoro, esattamente come quello sui materiali multimediali, si presta ad incrociare storia e italiano: uno stesso testo, se letterario, può essere un documento storico e un brano da commentare in chiave letteraria: l’interdisciplinarietà è assicurata, e in maniera non esteriore o forzata. Un’ulteriore -ultima- attività di approfondimento è stata quella di prendere un determinato concetto o dettaglio e vederne l’evoluzione nel corso del tempo (anche questa attività aveva la forma di un “esercitazione”). Come cambia l’esercito nel corso della storia romana? Come cambia il ruolo del Senato? E il concetto di cittadinanza?

Queste esercitazioni venivano svolte potendo utilizzare tutti i materiali usati, gli appunti, i libri e pure internet: lo specifico di questo lavoro è nella manipolazione critica dei materiali e dell’apprendimento che ne consegue, non nel riproporre cognizioni studiate “a monte”.
Il lavoro è stato grosso modo questo. Il bilancio che ne faccio è parzialmente positivo. Le potenzialità di questo approccio mi sembrano molto grandi e credo che i miei studenti ne abbiano tratto giovamento, ma perché sia fruttuoso è necessario abituare i ragazzi a lavorarci. In classi poco motivate questo non è facile. Un lavoro così articolato implica anche un buon livello di disciplina e di concentrazione, che l’insegnante deve curare con particolare attenzione. In particolare, i ragazzi devono abituarsi all’idea che il lavoro multimediale non è il momento del “vabbé, ora ci riposiamo”: bisogna prendere appunti mentre si guardano i materiali e prestare attenzione ai dettagli.
Idealmente, credo, un tale lavoro dovrebbe cominciare alle medie, se non alle elementari, e proseguire senza fratture fino alle superiori. Però qui non intendo discutere di riforma dei cicli, che pure auspico. Mi limito a sperare di aver offerto qualche spunto utile.

Come si organizza l’incontro con un autore? I sì e i no per renderlo davvero efficace

in Attività in classe di
Valeria Pancucci insegna italiano nella secondaria inferiore dell’Istituto Comprensivo di Ghedi (BS) e condivide con Occhiovolante la sua esperienza

Come si organizza l’incontro con un autore? Ecco cosa avrei voluto sapere a settembre di ormai un anno fa, quando proposi alle mie colleghe di invitare Daniele Aristarco nel nostro Istituto. Purtroppo le mie ricerche online furono vane, nessun sito, nessun articolo, nessun post dei vari gruppi social che frequento affrontava nel dettaglio questo argomento. Proprio per questo mi trovo adesso a scrivere questo articolo, sperando possa essere utile a quanti come me si troveranno nella stessa situazione, con lo stesso entusiasmo, ma la stessa inesperienza.

Chi sono e perché ho deciso di organizzare un incontro con l’autore: mi chiamo Valeria Pancucci e ormai da alcuni anni insegno esclusivamente italiano in un’unica sezione, prima, seconda e terza media, ed è diventata prassi per me allestire in ogni classe una piccola biblioteca, formata dai libri che portano i ragazzi, e dando fondo al mio bonus docente e non solo, per arricchirla sempre di nuovi titoli, di genere e tipologia varia. Le attività di educazione alla lettura, come prassi costante e quotidiana, fanno parte del mio modo di stare a scuola con i ragazzi; i compiti sono stati sostituiti dal tempo dedicato alla lettura e il libro di antologia viene sempre più accantonato e in alcuni casi sostituito per far posto alla lettura integrale di romanzi , graphic e testi di vario tipo che seleziono con cura pensando alle esigenze di ciascuno di loro.


I libri (circa un centinaio quest’anno) stanno già fremendo, pronti a conoscere i nuovi ragazzi che li leggeranno. La biblioteca delle miei classi cresce e in più arriveranno quelli che condivideranno i ragazzi. Un anno di letture: pronti, ai blocchi, via!

Essendo una prof superdigitale, come dicono i ragazzi, ho attivo un profilo social che uso quasi esclusivamente per contatti di lavoro, gruppi di docenti appassionati come me del nostro lavoro, e ho iniziato per questo motivo a seguire e chiedere il contatto ai tanti bravissimi scrittori che ci sono nel panorama della letteratura per ragazzi attuale, parlo ad esempio di Annalisa Strada, Gabriele Clima, Daniele Nicastro, Manlio Castagna, Elisabetta Gnone, Antonio Ferrara solo per citarne alcuni, e ovviamente Daniele Aristarco. Inizialmente, non senza remore e timori, chiedevo loro l’amicizia, scrivendo poi un breve messaggio in cui raccontavo brevemente la mia passione, comune a quella dei miei alunni, nei confronti dei loro libri.

Nella mia idea di scrittori, questi occupavano un posto lontanissimo dalla realtà, quindi temevo freddezza e distanza; ma con mia sorpresa gli scrittori per ragazzi si mostrano ben felici di scambiare anche poche parole con chi a scuola ci vive tutti i giorni e sente umori e parere dei loro lettori.

Daniele (Aristarco) in particolare mi colpì per la grande cortesia dei modi e l’interesse autentico per ciò che facevo in classe. In estate poi, nella meravigliosa pausa dalle attività quotidiane, quando puoi immergerti totalmente nel modo fatto di libri, ho divorato tanti titoli che avrei voluto inserire nelle mie piccole bibliotechine di classe. Proprio in questo momento di riposo e progettazione mi sono imbattuta e ho letto d’un fiato “Fake, non è vero ma ci credo” (Einaudi Ragazzi).

Il libro mi ha colpito tantissimo per la ricchezza di spunti e riflessioni da poter proporre in classe, per la prosa pulita ma non banale, che permetteva di lavorare sull’uso della lingua, sulla scelta delle parole, su un periodare asciutto e non ridondante; inoltre la brevità e la compiutezza delle storie all’interno del libro lo rendevano adatto ad essere utilizzato per la lettura in classe a voce alta o per far leggere in autonomia i singoli racconti. Già nella mia testa di insegnante, mi prefiguravo come lavorare ampiamente sul libro al rientro a scuola.

I primi giorni di settembre un altro evento fortuito: al Festival della Letteratura di Mantova, tra i vari illustri autori, anche Daniele Aristarco per parlare con adulti e ragazzi proprio di Fake. Per me, che abito in provincia di Brescia, Mantova era una meta assolutamente raggiungibile per lasciarmi sfuggire l’opportunità! Già nei giorni immediatamente precedenti avevo anticipato alle colleghe, nel corso delle prime riunioni di dipartimento, che sarei andata ad assistere all’incontro e che mi sarebbe piaciuto prendere contatti con l’autore. A Mantova ho scoperto con piacere che, oltre ad essere un bravo scrittore, Daniele è un grande comunicatore che sa coinvolgere i ragazzi con la sua voce densa, usando parole giuste, ritmo, incalzando e stimolando un dialogo vero e autentico. Che dire, a quel punto dovevo organizzare l’incontro a scuola. Le colleghe sono state tutte concordi nel riconoscere il valore e le potenzialità del libro e nella valenza di portare nel nostro piccolo contesto di cittadina di provincia un vero scrittore.

Momenti lettura in classe

Adesso iniziava la parte più difficile, per me completamente nuova: ho stilato un progetto in cui chiedevo l’autorizzazione a organizzare l’incontro e in cui specificavo dove attingere i fondi per coprire i costi che ovviamente ci sarebbero stati, perché pare che anche gli scrittori benché sensibili e disponibili, abbiano a che fare con il vile denaro. Ottenute tutte le autorizzazioni del caso, ho contattato Daniele, che si è dimostrato disponibile e felice quanto me della possibilità di un incontro a scuola e abbiamo concordato una data utile che venisse incontro ai rispettivi impegni. Il 22 novembre è stata la data stabilita!
Caspita non troppo tempo, perché nel frattempo tra tutte queste richieste e autorizzazioni eravamo già a ottobre.

Mi potevo a questo punto dedicare all’aspetto più importante: come rendere l’incontro un momento davvero significativo per i miei alunni? come prepararli adeguatamente?

Per prima cosa ho comunicato loro la grande notizia, avremmo letto dei libri e poi avremmo incontrato e conosciuto l’autore di questi libri. Sono arrivata in classe con il mio solito carrellino della spesa, da dove saltano fuori libri e consigli di lettura, questa volta per loro avevo preparato una sorpresa: tre libri del misterioso autore Aristarco: Io dico No, IO dico Sì e Fake (Einaudi ragazzi, EdizioniEL); li ho presentati brevemente e ho letto un breve racconto da ciascuno di essi, quindi ho chiesto loro di scegliere liberamente quale preferivano leggere e si sono così creati 3 gruppi di lettura all’interno della classe. Ci siamo dati delle scadenze comuni per procedere di pari passo e fare in modo che ci potessero essere dei momenti di confronto; abbiamo costruito insieme delle schede per annotare sui nostri taccuini i personaggi e gli episodi che incontravamo e che ci colpivano e stupivano. Ogni giorno qualcuno a turno leggeva una sua annotazione e la condivideva con chi aveva lo stesso libro o la raccontava a chi stava leggendo altro. Abbiamo scritto parole e riflessioni, idee e pensieri, cercato e approfondito notizie su alcuni dei personaggi raccontati, costruito carte d’identità dei personaggi preferiti e disegnato copertine per raccontare episodi; abbiamo scelto e votato chi ci ha rapito il cuore, chi avremmo voluto conoscere e la storia che avremmo voluto scrivere noi e quale invece mancava tra le storie possibili

E mentre leggevamo abbiamo cominciato a chiederci qualcosa sull’autore che aveva raccontato queste storie e lì le domande si sono moltiplicate: come sarà stato uno scrittore da ragazzo? cosa amava? cosa leggeva? cosa voleva diventare da grande? chi lo ha sostenuto, chi lo ha scoraggiato? Incontrare uno scrittore vero, questa è stata per loro la magia più grande, quella che alla fine ha fagocitato tutto ed io ho lasciato che seguissero le loro curiosità, ho soffiato e dato loro spazio senza cercare di sostituirmi o di guidarli verso sentieri che piacessero a me insegnante

Abbiamo preparato un cartellone e una scatola delle domande, nel dubbio che non potesse rispondere a tutti e per il desiderio di lasciare a lui qualcosa di noi, che potesse ricordargli di dove era stato. Il 22 novembre è arrivato in fretta, nel frattempo mi sono impegnata nella promozione dell’evento, creando una locandina, coinvolgendo le quattro cartolibrerie locali, invitando amici e colleghi anche di altre scuole, inserendo la locandina sul sito della scuola, tutto questo in collaborazione con la collega che da sempre si occupa nella scuola delle iniziative culturali e dei rapporti con la biblioteca, che con grande spirito di collaborazione si è resa disponibile e attiva in tutto

Avevamo infatti programmato due eventi, uno la mattina con tutte le classi terze dell’Istituto, ben 9 circa 200 ragazzi, e uno al pomeriggio aperto a colleghi e famiglie. Per me, anche a distanza di mesi ormai, è stata una due giorni da ricordare. I ragazzi sono stati bravi e attenti, hanno ascoltato, quando dovevano ascoltare, hanno fatto domande o sono intervenuti quando Daniele ha dato loro spazio e in realtà ne ha dato davvero molto. Un vero e proprio dialogo, un incontro nel senso letterale del termine dove ci sono persone che si conoscono reciprocamente. Lui ha avuto il grandissimo merito di accoglierci a casa nostra e rendere la situazione talmente comoda e facile che tutti hanno goduto delle sue parole e delle sue riflessioni.

Uno degli incontri con Daniele Aristarco

Se devo dire cosa mi porto dietro da quell’incontro sono le sue domande brucianti che ancora echeggiano nelle mie orecchie. In effetti, se ci penso davvero, le domande vere sono state quelle che lui ha posto ai ragazzi e non viceversa. Una in particolare mi risuona ancora nelle orecchie “Da cosa vi accorgete di essere vivi, veramente vivi?” Se devo dirlo sinceramente la domanda ha spiazzato loro, ma anche me. Qualcuno ha azzardato una risposta “mi batte il cuore, respiro, non sono morto”. Ma il nostro essere vivi davvero come lo cogliamo? Come so con certezza che il mio vivere è differente da quello del mio gatto accoccolato ai miei piedi? Ci devo ancora riflettere, ma credo che questo sia un obiettivo altissimo per me, come insegnante:

far cogliere ai ragazzi la percezione della loro essenza, renderli coscienti che la loro vita è altro che il succedersi dei brevi momenti trascorsi.

E dunque di quest’incontro ho portato talmente tanto dietro ed è stata una tale grande gioia vedere i miei alunni coinvolti e intenti ad ascoltare e prendere appunti e ragionare che, nonostante gli errori in cui posso essere incappata a causa della mia inesperienza nell’organizzazione, rivendico a gran voce la validità di dar modo agli studenti di incontrare e conoscere uno scrittore

Questo però a patto che la lettura sia davvero per noi e per le nostre classi una priorità. Un incontro ha senso solo se è all’interno di una cornice di educazione ai libri e alla lettura, se è sentita come un valore aggiunto al nostro percorso quotidiano e non come momento fine a se stesso.

No all’incontro con l’autore se non so cosa ha scritto e non conosco i suoi libri, se non li leggo in classe con i ragazzi. No all’incontro con l’autore se ci piove dall’alto e portiamo i nostri alunni senza averli preparati in alcun modo, che non significa ammaestrarli e istruirli su cosa fare e cosa dire, ma al contrario significa dar loro modo di pensare e immaginare un libro e ragionare su questo con chi lo ha scritto.

Per concludere un grazie speciale a Daniele Aristarco, ormai amico, persona speciale sotto ogni punto di vista, che ha reso possibile e magico un incontro che sono certa rimarrà nel cuore dei miei alunni, come nel mio di insegnante appassionata di libri per ragazzi.

Metodo Feuerstein: come rispettare i tempi di tutti

in Attività in classe di
Serena Neri introduce uno dei cardini del metodo Feuerstein: come mediare l’intera classe senza perdere nessuno. E fornisce alcune strategie (Si può, sì, si può).

C’è un cardine su cui il dottor Feuerstein si è spesso battuto ed è quello di rispettare i tempi di tutti, questo viene sottolineato in ogni scheda del metodo che si intitola proprio “un momento sto pensando”. Come è difficile aspettare, attendere, saper accogliere la diversità di ognuno, avere pazienza, accettare i tempi e le modalità degli altri. Se voglio “mediare” la mia conoscenza dovrò imparare ad attendere e ad avere un orologio speciale da utilizzare all’interno della mia classe, un orologio che non segna la fine dell’ora ma il raggiungimento dell’obiettivo da parte di tutta la classe.

Le classi sono composte da tanti bambini diversi fra loro e questa diversità a volte sembra rallentarci… Ma perché? Perché non centriamo l’obiettivo che ci eravamo prefissati, perché abbiamo sbagliato i tempi per quell’obiettivo o non abbiamo valutato in modo corretto i nostri alunni, le persone che abbiamo davanti, e ci siamo valutati noi come mediatori?
La parte essenziale è proprio questa, essere un bravo mediatore significa capire come gestire gli obiettivi che ci si pone con le proprie capacità.

Come insegnante devo sapere cosa riesco a gestire meglio e cosa no, in quale attività sono rapido e in quali ho bisogno di pensare, ragionare, provare, riflettere.

Mediare la classe significa usare parole che accolgano tutti, guardare con attenzioni, sguardi e comportamenti di ogni singolo studente, dare delle pause a tutti perché i più lenti possano raggiungere l’obiettivo e i più lenti riscoprano la lentezza del “pensare al proprio pensiero”.

Frasi tipo: “ Non proseguite se siete già arrivati a questo punto, provate a scrivere come avete fatto, anche solo un paio di parole” oppure “Chi ha già raggiunto questa parte della scheda, cerchi di capire in che modo è riuscito, poi condivideremo le strategie con la classe“, aiutano a rispettare i tempi di tutti.

Successivamente possiamo provare a riutilizzare le strategie condivise prima di iniziare un nuovo compito: “ Ora vi presento un nuovo esercizio, guardate vi ricorda qualcosa? Possiamo usare le strategie usate prima? Quali? Chi ha provato il metodo che aveva condiviso il compagno la volta scorsa?”. Insomma il tempo non è altro che una condivisione.

Altri articoli sul Metodo Feuerstein:
1- Il Metodo Feuerstein e l’insegnamento: essere mediatore
2. Obiettivi media-Ti: io come mediatore degli obiettivi didattici che mi pongo, quanto riesco a valutarmi anche in corso d’opera, come posso essere mediatore di un obiettivo da raggiungere?
3. Mediare: tutti devono centrare l’obiettivo: come mediare l’intera classe senza perdere nessuno.
4. Lettura mediata: come essere mediatori di storie ed emozioni durante la lettura di un libro o di un racconto in classe
5. Strategie di apprendimento: come mediare l’apprendimento di una strategia ( ad esempio risolvere un problema…)
6. Mediare un immagine: come condurre ( e non trasportare!) i bambini e i ragazzi all’interno delle immagini di un albo, un dipinto o un immagine su un libro di storia
7. Mediare i comportamenti: guidare i bambini e ragazzi al riconoscimento dei loro comportamenti
8. Fare un passo indietro… mediare i pre-requisiti: cosa devo dare per scontato e come faccio a capire ciò che davvero il mio alunno conosce già
9. Mediare obiettivi trasversali: capire cosa è davvero importante per quella classe e come mediare la lezione.
10. Mediatori con la disabilità: mediare nei casi di handicap o disagio

Dal macro al micro, dal generale al particolare

in Attività in classe di
Per allenare lo sguardo e “fare amicizia col territorio” in questo articolo Marianna Balducci ci invita a “condurre una linea a fare una passeggiata”

Paul Klee diceva che “Il disegno è l’arte di condurre una linea a fare una passeggiata” e anche la mia matita ogni tanto ama prendersi il tempo giusto, moderare i passi e il fiato, guardarsi attorno. Mi capita di definire spesso il disegno come il mio modo preferito di misurare e conoscere il mondo e, se siamo partiti addentrandoci nelle fessure e nelle crepe dei muri, adesso è il momento di aprire lo sguardo e concederci un più ampio respiro.

Quando ho lavorato a questo progetto foto-illustrato avevo un committente specifico: una voce istituzionale (parte di un più ampio progetto europeo) di un territorio dalla forte tradizione agricola, impegnato nella riscoperta della sua storia e proiettato verso scenari futuri sostenibili e socialmente virtuosi. Per quanto i contenuti di quello che sarebbe diventato un video fossero già scritti, c’era da scegliere chi sarebbero stati i “testimonial” che li avrebbero accompagnati. Volevo che fosse la terra, la natura a parlare, la vera protagonista, quella che sente su di sé il sollievo delle piogge, che accoglie con fiducia i vitigni e gli alberi da frutto, che si pettina con l’aratro per le grandi occasioni di semina.

Ma per interpretare la sua voce, dovevamo conoscerci un po’ meglio perciò (assieme a Diego Zicchetti, responsabile delle riprese e del montaggio video di questo progetto) è partita l’esplorazione, la “passeggiata” della linea, con l’intenzione di campionare i frammenti di quel paesaggio da raccontare. Hanno iniziato a fare capolino strani fantasmi delle colline, donne dai capelli frondosi, squadre di arance succose,… personaggi nascosti tra le pieghe del paesaggio che, come spiriti protettivi, mostravano il loro amore per la terra che li aveva ospitati.

Mi piace pensare che questa passeggiata della linea si possa fare anche a scuola, accompagnati dalle insegnanti proprio come quando si progetta una gita.

Si sceglie insieme, innanzitutto, la destinazione e in questo caso, per agevolare il nostro ampio respiro, è bello pensare a un luogo che ci permetta di misurarci con paesaggi naturali (il bosco, il parco, la campagna, ma anche il mare se ci sono zone un po’ incontaminate con gli scogli per esempio). Si traccia poi l’itinerario (magari si disegna una mappa che tutti terranno come riferimento). Basteranno anche solo 3 punti di interesse su cui concentrare l’attenzione. Nei 3 esempi estrapolati dal mio progetto ci sono un campo ampio (un panorama), un campo medio che si concentra su un solo elemento (l’albero), un campo ristretto su un dettaglio (le arance). Ragionare su quali tipi di sguardo ci permette di adottare il luogo che visiteremo è già un buon esercizio (dal macro al micro, dal generale al particolare).

Macchina fotografica alla mano, si va quindi a caccia di scatti cercando di rispettare la consegna data e concentrarci proprio su quei 3 sguardi. Confrontarsi su come organizzare l’esplorazione è importante per non disperdere le energie in un ambiente che sicuramente ci darà tantissimi stimoli. Per rendere la sfida più interessante e costringere i nostri piccoli fotografi a una selezione più ragionata, si possono stabilire dei vincoli: solo 9 foto a testa (3 scatti per ogni tipologia di sguardo).

Una volta rientrati a scuola, sarà bello confrontare le foto di tutti, stamparle e iniziare a pensare a dove collocare gli spiriti del paesaggio che la fantasia sarà in grado di risvegliare

Anche in questo caso, il disegno sulle foto si può realizzare con pennarelli acrilici oppure con la tecnica del collage. Un altro modo divertente di intervenire può essere disegnare sulla carta da lucido che renderà i fantasmi ancora più nebbiosi e misteriosi.

In un momento storico che ci implora di essere sensibili verso la natura circostante, sempre più consumata, ignorata, male interpretata, magari non possiamo imbarcarci in grandi imprese ma iniziare da cose semplici come sviluppare la consapevolezza di quel che abbiamo vicino per proteggerlo e averne cura. Non discorsi astratti ancora troppo grandi per essere davvero afferrati, ma piccole esplorazioni quotidiane alla nostra portata, che ci facciano spezzare il fiato (come si dice per le camminate in montagna) prima di raggiungere vette più ambiziose. Quanta natura abbiamo intorno a noi? Come è fatta? Chi la abita? Che storie custodisce?

Ogni spirito disegnato porterà un suo messaggio o magari un piccolo racconto nato dall’approfondimento fatto in classe o dalle testimonianze di chi la natura la conosce meglio di noi.

Quanto addentrarci, con lo sguardo e col pensiero, è una scelta che si può calibrare in base al tempo, alle risorse disponibili, agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il risultato saranno tante cartoline o magari un album collettivo che ci avrà aiutato a fare amicizia con l’ambiente che ci sta attorno, portando gli occhi e la matita a passeggio in un posto che ci sta a cuore, come si fa con i più cari amici.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

Nuova maturità: in classe, immaginando un orale possibile

in Attività in classe/Fra cattedra e finestra di
Sabina Minuto all’Ipsia di Savona ha lavorato quasi solo con il metodo WRW e i suoi studenti affrontano la maturità. Le sue speranze, i suoi timori

Il 19 Giugno iniziano gli esami di maturità. È anche il mio esame, in fondo. Per la prima volta affronto un impegno così oneroso avendo lavorato quasi solo con il metodo del Writing Reading Workshop. Non è l’anno buono? O lo è? Tutte queste novità dell’ultimo secondo (oserei dire) sono un’opportunità per noi o una condanna? Che cosa temo? In cosa invece confido? Andiamo con ordine. Cambiare in corsa non è mai bello. Cambiare in corsa senza idee chiare è difficile. Cambiare in corsa senza ancora avere avuto al 30 maggio indicazioni certe sull’orale dei ragazzi (nemmeno l’USR ce le ha date) è una pazzia.

Detto questo io per natura sono per trovare soluzioni non per esasperare problemi che, in ogni modo, non ho creato io.

Quindi non mi sono mai disperata ma rimboccata le maniche. Questo nuovo esame a me (che cerco di lavorare su competenze non su presunti programmi) non dispiace. Anzi. Obietto solo che forse sarebbe stato il caso di prendere tempi più distesi e spiegarlo per bene a noi docenti in primis, e ai ragazzi. In secondo luogo ci sono incongruenze che vanno sanate e a cui credo dovrebbe mettere mano la singola commissione d’esame nella sua autorevolezza.

Cosa ho dunque fatto? È da settembre che in realtà io lavoro sulle immagini. In storia davvero funziona. Ci abbiamo pensato io e Grazia Amoruso di Bisceglie costruendo insieme percorsi e mini lessons per avvicinarli alla lettura e alla scrittura con un metodo che se non è WRW, poco ci manca.

Abbiamo cercato di dare ai ragazzi conoscenze fattive che diventino cultura condivisa e costruiscano pensiero

Abbiamo scritto tanto in classe: potenziando la fluency e lavorando per strategie, simulando sia io che gli studenti testi modello a cui fare riferimento. Questo lavoro ha cambiato davvero il modo di scrivere dei ragazzi. L’uso di testi mentore per me è davvero un grande punto di svolta. Analizzare, smontare, riscrivere è un modo per fare proprio e riprodurre. Le immagini rappresentano, per i nostri alunni con così tanti problemi nell’esposizione orale, un buon punto d’appoggio.

Avendo poi scoperto la questione delle tre buste mi sembrava di essere stata previdente. Ma qui tutto si è complicato: cosa ci debba stare dentro le buste nessuno credo lo abbia tanto chiaro. La norma è stata interpretata così tante volte in modi diversi che mi sono sentita persa. Non ho voluto agitare i ragazzi più del dovuto e quindi è da un po’ che cerchiamo di immaginarci un orale possibile. Io non credo che debbano “sapere tutto” come dicono i colleghi. Credo che debbano orientarsi usando competenze acquisite. In realtà questo orale dovrebbe addirittura semplificate non rendere difficoltoso il percorso.

Ma c’è un enorme problema: è un orale che dà per scontate le competenze o meglio che tutti abbiamo lavorato così. Non è vero. Vuoi per affezione a didattiche tradizionali, vuoi per tipologie di discipline, vuoi per altri miliardi di motivi così non è. Io me ne accorgo in questi giorni: nelle simulazioni i ragazzi fanno molta fatica. pensano anche in modo profondo ma poi magari non sanno del tutto i contenuti. Fanno connessioni interessanti e sanno farsi domande, ma cadono se si arriva al nozionismo.

Chi interrogherà i ragazzi quest’anno avrà un bel dubbio da discernere: COME? Il mio dirigente ci ha più volte spiegato che non si devono fare domande disciplinari (!) ma solo invitare a creare collegamenti. Lo studente si muoverà da solo per dimostrare davvero la sua maturità. Sarà fattibile? Non lo so. Io non sono preoccupata in effetti. So come ho lavorato. Ancora oggi abbiamo fatto l’ipotesi di trovarci di fronte alla foto del muro di Berlino e da lì i ragazzi hanno argomentato arrivando a Trump, i muri metaforici e fisici, i limiti, e altre idee interessanti. Basterà? Non lo so. Davvero non lo so. Credo non lo sappia nessuno.

Di una cosa sono sicura: io ho lavorato per l’esame ma a mio modo. E il mio modo implica l’insegnare ad annotare sempre nello schema a Y: impressioni, connessioni, domande. Sempre. Vedremo i risultati. So che sarà durissima. Che ci saranno sorprese anche negative. Rimpiango tanto di non aver avuto più tempo. Per il resto aspetto a vedere prima di dare un giudizio. E intanto cerchiamo di portarli tutti all’esame perché « la scuola pubblica li promuove tutti perché li prepara tutti” ovviamente ognuno a suo modo. Una riflessione che viene da lontano ma che dovrebbe guidarci ogni giorno nel nostro lavoro.

Chi ha paura del libro cattivo?

in Attività in classe/Sentieri tra i banchi di
Billi acchiappa paura
Attività sulla paura rivolte ai bambini della scuola primaria – ma che possono essere declinate anche per la scuola dell’infanzia – seguite da specifiche letture da fare insieme

La paura è un’emozione che fa parte del nostro patrimonio genetico, una sensazione forte che tutti noi conosciamo, ed è presente e visibile fin dalla nascita.

Da un punto di vista biologico, quello che accade è una specie di incredibile e super velocissima reazione a catena: l’ipotalamo, posto alla base del cervello, produce un ormone, che a sua volta stimola l’ipofisi, la quale secerne un altro ormone che entra nel sangue, il quale a sua volta spinge i surreni a produrre altri ormoni, che a loro volta metabolizzano gli zuccheri e regolano l’equilibrio idro-salino… insomma, roba da paura davvero!

Ok, viene da dire, ma tutto questo a cosa serve? La risposta qui è un po’ più semplice (si fa per dire…), perché la paura, come tutte le altre emozioni, è come una cara vecchia amica che, se tenuta sotto controllo e se sappiamo ascoltarla, può darci dei giusti consigli per vivere meglio.

Perché allora non lavorarci in classe? Giocare con la paura non solo è divertente, ma anche stimolante per tutti i bambini! Quella che vi proponiamo, dunque, è un’attività sulla paura rivolta ai bambini della scuola primaria – ma che può essere declinata anche per la scuola dell’infanzia – seguita da specifiche letture da fare insieme.

Da dove cominciare? Ma dalla domanda più importante… sì, ma qual è? Probabilmente la maggior parte dei bambini dirà: che cos’è la paura? No, non è questa… è una domanda importante, certo, ma non molto utile, e poi rischiamo di perderci. La domanda giusta è: a cosa serve la paura?

Proviamo a partire da qui, ponendo questa domanda ai bambini, poi ascoltiamo le risposte e annotiamo le più interessanti alla lavagna. Aiutare la discussione, dicendo che la paura è un po’ come il dolore.

Spieghiamo ai bambini che il senso del dolore che tutti noi possiamo avvertire, ad esempio se qualcuno ci pesta un piede mettiamo una mano su un oggetto molto caldo, non è altro che un messaggio spedito al nostro cervello, un messaggio repentino che ci avverte di una cosa importante: togli subito quel piede (o quella mano) da lì, altrimenti potresti farti molto male!

Se ci pensiamo bene quindi, avvertire il dolore, anche se non ci piace, è una cosa positiva. Beh, la paura, se vogliamo, funziona un po’ allo stesso modo. La paura è un’emozione che, fin dalla nascita, ha lo scopo di informarci dei pericoli, è come una specie di sentinella che ci dice: ‘Fai attenzione, potrebbe capitare qualcosa di poco piacevole’, e quindi è meglio organizzare una difesa.

E la cosa straordinaria è che la paura ci suggerisce ogni volta come comportarci: di fuggire subito, di rimane immobili, addirittura di contrattaccare!

Adesso è arrivato il momento di dare un volto alle nostre paure. Sì, perché la paura può avere tante facce e un buon modo per esorcizzarle è visualizzarle. Chiediamo dunque a ognuno di raccontare la propria: possiamo parlarne tutti insieme, dando il tempo a ognuno di parlare; possiamo scriverle su un foglio, ognuno la propria, poi leggere i “messaggi” a voce alta e metterli tutti in una scatola, la scatola delle nostre paure, che terremo da qualche parte nascosta in aula; ma possiamo anche, con i bambini più piccoli, provare a disegnarle e appenderle poi su un grande
cartellone-mostro!

Possiamo concludere l’attività con delle letture. Per la scuola dell’infanzia, proponiamo: Lupo lupo, ma ci sei?, edito da Giunti editore, un classico scritto da Giusi Quarenghi e illustrato da Giulia Orecchia, per divertirsi con la paura e cercare un lupo… che non c’è!

Il mostro peloso, edito da Emme edizioni, una storia di Henriette Bichonnier che racconta in maniera umoristica la fiaba della Bella e la Bestia.

Per la scuola primaria, invece, proponiamo:
Billi Acchiappapaura, edito da Librì progetti educativi, di Maria Loretta Giraldo e Giulia Orecchia, per scoprire tutte le paure dei bambini: del buio, dei temporali, di non piacere agli altri…

E Fiabe da far paura (appena appena, non tanto), edito da Mondadori, che raccoglie una scelta delle straordinarie Fiabe italiane di Italo Calvino.

Avvicinare i piccoli ai grandi temi? Con i kit educativi!

in Attività in classe di
kit educativi
Assunta Maria Belfiore, docente di scuola primaria, racconta la sua esperienza in classe con i kit educativi gratuiti di Librì Progetti Educativi

‘’Avvicinare i piccoli ai grandi temi’’ è stata questa la frase che mi ha convinta a cominciare la mia esperienza con i kit educativi gratuiti di Librì Progetti Educativi.

La prima volta che ho cominciato ad usarli avevo una quarta elementare e per caso, navigando su internet, trovai le loro proposte: fu un grande successo, con entusiasmo e collaborazione abbiamo deciso di partecipare al nostro primo concorso, realizzando per il progetto il giardino delle arance, una borsa di feltro che raffigurava l’arancia di SICILIA.

Quello è stato solo l’inizio: con la mia seconda, ho richiesto più kit. Ai bambini piacevano i libri delle varie scatoline ed erano molto curiosi, inoltre amavano partecipare ai concorsi: per noi l’importante non è mai stato vincere, l’obiettivo piuttosto è stato quello di farli crescere, di fargli prendere consapevolezza e di aiutarli a credere nelle loro capacità.

La parte interessante è farli lavorare in cooperative learning: lavorando insieme per il raggiungimento di un obiettivo comune cominciano a capire che il noi viene prima dell’io.

Con la didattica laboratoriale, inoltre, ogni bambino si sente responsabile e parte attiva nella realizzazione del progetto.

Sicuramente un fattore importante è quello di trovare la classe che mostra interesse ed è predisposta a nuove esperienze didattiche.

La mia esperienza documenta che è proprio nelle classi più ‘’difficili’’ che i progetti hanno più successo.

Sono molti i benefici che si riscontrano da queste esperienze: nei miei bambini, ad esempio, sono aumentate l’autostima e la sicurezza ma principalmente hanno imparato a lavorare insieme.

Elio e i cacciamostri li ha aiutati a sviluppare spirito d’iniziativa e capacità progettuale: i bambini hanno progettato e realizzato un mostriciattolo in 3D. Con Il gardino delle arance l’anno dopo invece siamo andati ad assaggiare gli agrumi e abbiamo realizzato una tovaglia delle cose buone toscane: con Tondo come il mondo abbiamo coinvolto anche altre insegnanti e le loro classi.

Una caratteristica dei kit educativi di Librì è quella di poter lavorare in modalità multidisciplinare e di coinvolgimento attivo globale: non solo toccano tutte (o molte) materie ma permettono una partecipazione di tutti i bambini. Sviluppano e arricchiscono lo sviluppo e le capacità di ogni bambino, anche quelli che hanno difficoltà proprio grazie ai codici linguistici e alla presentazione dei kit attraverso il gioco, con storie accattivanti, personaggi simpatici e con l’ausilio di poster e altri materiali che conquistano tutti i bambini. In più viene incentivata la collaborazione anche tra colleghe: i kit riescono a far creare, all’interno delle attività curriculari, dei laboratori dove  tutti partecipiamo in modo attivo.

I bambini oggi hanno bisogno di essere sensibilizzati e avvicinati verso le tematiche sociali, il mio suggerimento è di selezionare un tema che possa risultare interessante per la classe, prenotare il kit e … sperimentare!

Educare gli studenti a vedere: a caccia di volti nei muri!

in Attività in classe di
volti cover mangiacavi - occhiovolante
I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri. Marianna Balducci, illustratrice, ci aiuta a riconoscerle

I disegni sono dispositivi parlanti: a volte descrivono, a volte raccontano, altre volte svelano. In tutti questi casi, non si può prescindere da un po’ di allenamento della mano, certo, ma prima ancora dello sguardo perché il disegno ci chiede innanzitutto di scegliere. Solo alcuni di quei segni che l’occhio registra saranno l’alfabeto del nostro discorso e avere chiaro in testa quel che vogliamo dire sarà ancora più importante del saper disegnare “tanto” o convenzionalmente “bene”. Mescolare fotografia e disegno mi piace da sempre proprio perché mi costringe a esercitare questa misura: il risultato finale è più riuscito quando il segno è entrato in sintonia con l’ambiente già immortalato, non si è lasciato viziare dal virtuosismo bensì si è inserito solo nello spazio necessario a scatenare in chi guarda un moto di meraviglia. Si lavora perciò più in togliere che in aggiungere, come gli investigatori si va a caccia di indizi da rivelare, ogni volta con una nuova piccola “missione”.

Quando ho lavorato al progetto “Lettimi illustrato” la mia era quella di rivelare uno spazio dimenticato: il giardino cinquecentesco di Palazzo Lettimi di Rimini, abbandonato per lungo tempo e riaperto in occasione del festival di musica e teatro “Le città visibili” che mi ha coinvolta in questa operazione di sensibilizzazione disegnata.

Mi sono avventurata tra le crepe e i rampicanti, tra i cavi aggrovigliati degli allacci di corrente e le grate foderate di muschio. Mi sono appellata alla Signora Pareidolia, quella burlona responsabile del fenomeno per cui il nostro cervello tende a individuare, in un accrocchio di forme e segni casuali, delle forme conosciute (spesso dei volti) e ho trovato quelle che sarebbero diventate le nuove voci del giardino Lettimi.

marianna balducci succhiacavi lettimi illustrato

Non tutte si sono lasciate guardare subito. La missione di esplorazione fotografica di uno spazio deve darsi certamente delle regole (e io ero a caccia di volti, di personaggi), ma la fantasia ci chiede anche un po’ di respiro, un po’ di spazi vuoti in cui insinuarsi. In questa prima fase perciò ho fotografato tanto, anche dettagli che non subito avevano chiaro il loro destino. Per chi non è abituato a usare la macchina fotografica (o il cellulare), una prima fase di osservazione può essere fatta con l’ausilio di un piccolo passepartout bianco (una cornice di cartoncino) che ci costringa a isolare delle porzioni di spazio per poterle guardare e poi eventualmente catturare con il vero obiettivo.

Tornata a casa con un consistente bottino di crepe, cortecce, pareti, buchi, è iniziata la selezione. In questo caso non ho capovolto o girato gli scatti per osservarli da un’altra prospettiva e ho lasciato che ciascuna immagine restasse col medesimo orientamento con cui l’occhio l’aveva catturata. Questo accorgimento è stato utile quando, al termine del progetto, le tavole sono state esposte nel giardino durante il festival, invitando i visitatori a ritrovare sul posto, come in una caccia al tesoro, i dettagli su cui avevo lavorato. I disegni sono stati realizzati in digitale, ma spesso mi è capitato di lavorare su supporti fotografici stampati disegnandoci sopra con rapidograph, pennarelli acrilici, matite bianche o gessetti.

Mano a mano che i volti venivano svelati, anche il temperamento di ciascun personaggio si delineava sempre più chiaramente: c’è chi gli ha dato un nome, chi ha immaginato un tono di voce,… con pochi segni, quel luogo zittito ha iniziato a diventare tutto fuorché silenzioso agli occhi dei suoi visitatori!

Quanti luoghi silenziosi ci sono nella nostra città, nello spazio che abitiamo o frequentiamo quotidianamente? Magari non tutti nascondono personaggi che lamentano necessariamente mancanze di attenzione come nel mio giardino abbandonato, ma di sicuro custodiscono storie o aspettano che qualcuno ne inventi per loro. Altri forse invece gridano perché sono feriti, perché portano i segni di una storia pesante.

I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

Via le armature! Ecco come far crescere il coraggio (e la resilienza) in classe

in Attività in classe/Sentieri tra i banchi di
coraggio
Il coraggio si può insegnare? In classe è possibile lavorare con laboratori su misura per imparare ad affrontare e superare gli ostacoli della vita (e andare a caccia dei coraggiosi nelle storie)

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