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Progetti, percorsi e lezioni da replicare in classe

Didatticarte: cosa raccontano i colori dei dipinti?

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Dal blog di Emanuela Pulvirenti un interessante esercizio che parte dall’analisi della tavolozza usata da vari artisti. Le app utili, le risposte degli studenti.

Quanti artisti presentano una evoluzione cromatica importante? Durante un mio workshop all’Accademia di Belle Arti di Palermo, ho pensato di proporre agli studenti di Didattica dell’arte proprio il tema della tavolozza d’artista. In pratica di analizzare l’opera d’arte concentrando l’attenzione sui colori utilizzati (ma tutti gli altri aspetti, ovviamente, vanno conosciuti, altrimenti i colori non ci racconteranno nulla).

Esistono molti modi per graficizzare i colori di un dipinto. Arthur Buxton, ad esempio, li ha raccolti in diagrammi a torta, ma sono molti anche i sistemi automatici di estrazione delle palette, con applicazioni online o per smartphone (Color Viewfinder, Color Palette FX o Canva, ad esempio)

Il “compito” dato agli studenti che avevano tre ore di tempo è stato un lavoro di gruppo da presentare alla fine del pomeriggio agli altri partecipanti:

Courtesy of Didatticarte

I gruppi sono riusciti a raccontare il percorso artistico di tanti pittori osservandone con attenzione la tavolozza e attribuendo a quei colori un senso di volta in volta, artistico, storico, concettuale, simbolico. l’esercizio ha stimolato l’osservazione. Dettagli, sfumature, sfondi. Nulla è passato inosservato nell’operazione di scandaglio su ogni pennellata del dipinto. Perché a guardare siamo tutti capaci, ma a vedere si impara.

Courtesy of Didatticarte

Per vedere l’articolo completo: Cosa raccontano i colori dei dipinti?
Testo e immagini courtesy of Didatticarte

Saluti da Monte Conchiglio: c’è una cartolina per te

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Marianna Balducci ci invita ancora una volta ad andare oltre lo sguardo quotidiano e in questa occasione lo fa con una… Cartolina!

Che si appartenga al resistente manipolo di nostalgici che ancora le manda per posta o ai più che fanno viaggiare i loro “saluti da…” attraverso la rete, la cartolina (o comunque l’idea che ne è alla base) resta impigliata nell’immaginario, efficace, immediata da interpretare per chiunque. Un’immagine testimonia il nostro passaggio in un certo luogo, poche parole (un tempo dettate dall’economia delle spedizioni) indirizzano il nostro pensiero a una persona cara. In quelle cartacee, in particolare, mi piaceva quando, oltre ai saluti, ci trovavo o ci annotavo caratteristiche del luogo (il clima, il cibo, un aneddoto). Mi piaceva trovare la misura perché tutto restasse privato e affettuoso, pur esponendo le parole alla mercé del postino, perché il testo sul retro non godeva della protezione della busta.

Una cosa mi piaceva più di tutte e cioè il pensiero che potesse anche trattarsi di un grande bluff: comprare il cartoncino nella località di passaggio che non è proprio quella del soggiorno perché si era di fretta, inscenare false partenze o falsi ritorni spedendo tutto in differita quando si è già di nuovo a casa, peggio ancora, oggi, rubacchiare un’immagine in rete per far credere che si è gente di mondo (e c’è chi lo fa, ve lo assicuro). Ma c’è un altro tipo di bluff che mi interessa di più ed è quello che, passando per la grammatica della fantasia (per dirla alla Rodari), è capace di far viaggiare ancora più lontano, laddove si annidano le storie. 

E allora “saluti dal…” mare? Così sembrerebbe visto che qui ho un mucchio di conchiglie e sassolini ritrovati sulla battigia e un cartoncino screziato di azzurro (che mi sono divertita a realizzare con un tutorial trovato in rete perché l’acqua era difficile da catturare). Partiamo quindi da una prima fase di raccolta di cose ma anche di suggestioni (come le bolle riprodotte sulla texture del cartoncino) che ci ricordino il posto in cui le abbiamo trovate. Andranno bene allora sia i reperti che il mare mi consegna, sia l’idea di mare che mi sono fatta e che sono in grado di riprodurre. Lavorare con i pattern utilizzando anche gli stessi oggetti trovati intinti nel colore a tempera come fossero timbri può essere un modo interessante di ricreare effetti grafici tutti da scoprire.

Credits: Marianna Balducci

Però vi ho promesso una cartolina bugiarda e dispettosa perciò non sarà dal mare che manderò i miei saluti.

Bruno Munari sarebbe d’accordo, lui che la bugia l’ha portata fin dentro alle teche del suo museo impossibile di “oggetti trovati”, un campionario di reperti raccolti in modo apparentemente arbitrario e presentati come fossero le tracce di un’antica civiltà, come testimonianze interessanti della vita che accade e della natura che agisce. Lui che ha visto un sasso che però “da lontano era un’isola”, proprio lui mi ha spinta a pensare che forse, anche quando mi sembra di stare in un posto solo, in realtà sono potenzialmente in tanti altri posti diversi e incredibili. Guardo il mio mare in scatola e penso al suo opposto: le conchiglie diventano fronde di alberi antichissimi, colline arse dal sole, montagne dal cucuzzolo perlato. E poi ce n’è una, con strani buchi, somiglia al becco di un rapace… Ormai è chiaro, non sono stata al mare, sono alle pendici di Monte Conchiglio. 

Capovolgere lo sguardo è quindi il secondo esercizio: partire dal luogo di ispirazione e spingerci mentalmente quanto più lontano possibile. Sono stata al mare? Allora la mia cartolina dispettosa vi parlerà di montagne. Sono stata al parco? E chi lo dice che in realtà non fosse il suolo di un pianeta inesplorato? Non ci sono limiti alla messa in scena del meccanismo di ribaltamento che molto verrà aiutato dall’osservazione di quanto si è raccolto. Prima di decidere che sarà davvero una cartolina di montagna, mi guardo il mio mare in scatola da tutti i versi, penso con la testa e con le mani, rigirando e componendo sul foglio gli oggetti in piccoli assembramenti per assecondare le loro forme e distaccarmi, piano piano, dall’idea del posto a cui originariamente appartengono. Lavorando con un gruppo di bambini può essere interessante concentrarsi sul medesimo luogo di raccolta (magari effettuando la caccia al reperto tutti insieme) e poi lasciando che ciascuno inventi il suo “non-luogo” con quanta più fantasia possibile. La sfida è generare spaesamento e arrivare a confezionare una cartolina che, pur nella sua assurdità, sia assolutamente credibile.

Una volta disposti gli oggetti a ricreare il nuovo orizzonte desiderato, bisognerà fotografare ciascuna composizione e stamparla in un formato uniforme (magari un 13×18 cm che conserva l’idea delle cartoline postali ma ci lascia un po’ più di spazio rispetto al più vincolante 10x15cm standard). È arrivato il momento di disegnare gli elementi mancanti per rendere la nostra cartolina dispettosa davvero completa. Può essere utile stampare più copie per consentire ai disegnatori di effettuare più prove. Si può disegnare con la matita una traccia e poi procedere con pennarelli acrilici e indelebili o confezionare piccoli disegni da incollare. Non servono tanti colori, anche solo il bianco e il nero potrebbero essere sufficienti visto che interveniamo su una foto già molto ricca di elementi. E poi servono i saluti e pensarci mentre si sta disegnando aiuterà l’uno e l’altro processo: se mi trovo a Monte Conchiglio dovrò spiegare perché, dovrò descrivere chi ho incontrato e come ci sto. E allora, ancora una volta, il disegno segue a ruota le idee che sarà divertente stimolare osservando insieme le foto su cui lavorare mescolando anche gli spunti dei compagni. Io a Monte Conchiglio mi sono trovata benissimo e magari la prossima volta ci torniamo insieme.

Scrapbook: l’album dei ricordi da fare con i bambini

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Marianna Balducci ci fornisce indicazioni per creare in classe uno scrapbook, individuale o collettivo, al rientro dalle vacanze

Non sono mai stata una persona ordinata. Cerco di disciplinarmi e magari ci riesco anche bene ma, quando muovo pensieri e mani senza incombenze lavorative di mezzo, mi accorgo di essere molto più vicina all’accumulatrice compulsiva che a Marie Kondo. Disegnare e soprattutto fare ricerca prima di impostare un progetto mi ha insegnato tante cose sull’ordine e sul disordine, sull’importanza di entrambi e sulla misura con cui gestirli di volta in volta. Quando incontro i bambini, per quanto le attività siano guidate da me, c’è spesso un momento di “disordine” in cui le idee possono circolare con fluidità, in cui non è ancora importante il peso che diamo alle cose (quello lo sceglieremo dopo, quando avremo un obiettivo da realizzare), in cui ci godiamo una divertita fase di “raccolta”. Le esplorazioni dei bambini sono fatte un po’ così, in fondo: non procedono necessariamente per prudenti e misurati passi, ma si slanciano da una parte all’altra, registrando informazioni a cui il peso specifico verrà attribuito e ridefinito consapevolmente magari in un secondo momento, anche molto lontano nel tempo. Intanto si fa archivio.

credits: Marianna Balducci

Complici le vacanze e quindi una finestra di tempo un po’ ampia libera dalla routine scolastica, potrebbe essere un buon momento per approfittare di tutto questo disordine e sfidare i piccoli esploratori a una grande raccolta. Obiettivo finale: confezionare uno scrapbook che somigli però un po’ anche a un carnet di viaggio, non importa se l’oggetto delle esplorazioni è il posto in cui stanno andando in vacanza o il proprio quartiere in quel particolare periodo dell’anno. D’accordo, un po’ vi sto imbrogliando: questo disordine avrà in realtà qualche input a cui rispondere, ma d’altra parte anche la stessa Marie Kondo continua a confondermi quando mi esorta a liberarmi di ciò che non è essenziale e, al contempo, mi consiglia di conservare le cose che mi rendono felice.

Partiamo da lui, lo scrapbook, per capire meglio cos’è e come potrebbe diventare fonte di gioco ma anche di lavoro. Lo scrapbook è tecnicamente un quaderno che raccoglie ritagli, segni, tracce funzionali a restituire una certa atmosfera, un mood estetico (infatti viene molto usato anche nelle primissime fasi di lavorazione delle collezioni di moda), o semplicemente, come sarà il nostro caso, a conservare la freschezza del ricordo di un’esperienza. Lo scrapbook non ha necessariamente un formato omogeneo, può essere pieno di cose stampate, fotocopiate, disegnate ma anche di piccoli reperti. Diciamo che è un album dei ricordi molto spettinato e con molta personalità. Ha un’origine antica e, in alcuni casi, anche una vera e propria deriva artistica molto affascinante.

credits: Marianna Balducci

Per comporre il proprio scrapbook esplorativo ciascuno dovrà impegnarsi a raccogliere e conservare, durante le sue vacanze, un insieme di elementi che parlino del posto in cui è stato. Il tutto verrà assemblato insieme, quando ci si ritroverà per raccontare cosa abbiamo fatto e visto, ma la fase di ricerca e accumulo dovrà essere libera di svolgersi con i tempi e le modalità che ciascuno riterrà più congeniali. Anche se la composizione dell’album avverrà una volta rientrati a scuola, è importante mostrarne alcuni esempi prima di mettersi in cerca. In rete se ne trovano moltissimi (vi consiglio un account instagram che ne ha archiviati alcuni davvero preziosi: PaperScrapbooks History). Mostrare tanti esempi darà una prima idea del possibile risultato finale, sarà un incoraggiamento e un suggerimento per far sì che il piccolo archivio di ciascuno non si fermi solo a cartoline e fotografie, ma includa scontrini di merende, sassolini e conchiglie, biglietti dell’autobus, bustine di zucchero, foglie e fiori secchi,…

Un piccolo aiuto potrebbe essere dare a tutti un quadernino e una scatola o un sacchetto con l’invito a riempirli di appunti, disegni, oggetti e riportarli a scuola per condividerli e comporli insieme. Vi lascio sbirciare tra i miei, raccolti e stilati durante un breve soggiorno in montagna. È importante che passi l’idea che non ci sono errori e non ci sono limiti. Le cose ci parlano, tutte intorno, l’unica bestiaccia da rifuggire è la pigrizia in favore della curiosità (e, se ci troviamo in un posto nuovo, è facile che quest’ultima vinca). Più oggetti e appunti raccoglieremo, più cose avremo da mostrare ai compagni per dar loro l’impressione di aver viaggiato un po’ con noi. E una volta rientrati? L’esito può essere la composizione di uno scrapbook personale o collettivo (creando vari collage su un formato condiviso, da rilegare o inanellare in un grande raccoglitore). Bisognerà scrivere il nome dei posti visitati e un bell’elenco di parole da distribuire accanto ai reperti conservati.

credits: Marianna Balducci

Il disegno ci viene in aiuto, per trasformare quanto raccolto in una galleria di storie che magari potremmo trascrivere o inventare tutti insieme nel corso dell’anno, utilizzando le nostre esplorazioni come spunto per comporre poesie, confezionare altre attività, condurre più approfondite ricerche. Ci sarà spazio per il disegno più didascalico con cui descrivere un paesaggio, ma anche per qualche sfida a trasformare gli oggetti raccolti in oggetti parlanti e renderli portavoce di una sensazione provata durante il soggiorno o maturata in seguito dopo averne parlato tutti insieme.

Storia e italiano nel biennio: una proposta di lavoro sulle competenze

in Attività in classe di
competenze erfurt
Con il rapporto Invalsi il problema delle competenze linguistiche degli studenti italiani è tornato alla ribalta. Ecco le strategie di Francesco Rocchi, docente di storia e italiano

A seguito del rapporto INVALSI 2019, il problema delle competenze linguistiche degli studenti italiani è tornato alla ribalta prepotentemente. Con questo articolo vorrei parlare di come provo ad affrontare la questione, focalizzando soprattutto sulla storia del biennio, ma in stretta connessione con l’italiano.

Il primo problema è la difficoltà di comprensione del libro di testo da parte degli studenti. I libri di testo italiani non si segnalano per chiarezza e trasparenza, ma i miei studenti molto spesso hanno difficoltà con paragrafi di cui, all’inizio della mia carriera, davo per scontata la comprensibilità. Me ne sono accorto anni fa quasi casualmente, durante un’interrogazione. Si parlava dei comuni italiani nel medioevo, e quasi nessuno sapeva dirmi che cosa fossero, nonostante le pagine del libro che avevo assegnato (e precedentemente spiegato!). Temendo che i miei studenti fossero un po’ furbetti, volli metterli alla prova: “Benissimo, allora, prendiamo il paragrafo, ce lo leggiamo riga per riga e vediamo cosa non si capisce”. Scoprii allora che anche parole di uso comune non erano loro note, e che molti elementi di cultura generale per me banali (e dati per certi nei miei studenti) non erano affatti tali.

Da allora ho cominciato a far leggere il libro di testo in classe (ognuno per conto suo, silenziosamente, al massimo a gruppi di due), a riassumerlo e discuterlo in classe, concentrandoci su tutti i passaggi poco comprensibili o concettualmente difficili.

Do qualche minuto per leggere, verifico che la lettura sia avvenuta, dopodiché i ragazzi mi fanno i loro riassunti, oppure esprimono le loro perplessità. È un sistema che non ho più abbandonato e che sto ancora cercando di affinare: con riassunti ora scritti, ora orali, o con altri lavori di varia natura. È così che ho cominciato ad avere un quadro migliore delle lacune e delle difficoltà dei miei studenti. E quel che è emerso da alcune classi è un quadro purtroppo desolante, che mi sentirei di riassumere così: ci sono studenti che possiedono un immaginario personale poverissimo. Per immaginario intendo quell’insieme strutturato di concetti, immagini e soprattutto storie che non solo costituisce il nostro bagaglio culturale “di base”, ma funge anche da “telaio mentale” intorno al quale disporre ordinatamente e comprensibilmente ogni nuova cognizione.

Nello studio di Carlo Magno o della poesia provenzale, ad esempio, è tutto più facile se in testa si ha l’immagine di un cavaliere e di una damigella: gli eventi storici e le poesie non ci sembreranno del tutto alieni, e avremo una base per affrontare quel che è davvero nuovo ed insolito.
Laddove manchi un immaginario, e quindi la possibilità di confrontare i nuovi stimoli (nuove storie, nuove immagini, nuovi concetti) con il proprio patrimonio culturale, gli studenti rimangono disorientati: di una poesia non sanno dire se gli piace, o cosa gli piace; di un testo letterario non colgono il tono o i sottintesi; di una storia non sanno dire se è verosimile o irrealistica, perché fa riferimento a cose talmente esotiche e così avvolte nelle tenebre che anche un ippogrifo potrebbe non essere una cosa fantastica: magari da qualche parte qualcosa del genere esiste, come possono escluderlo, loro? È un’iperbole, ma nemmeno troppo.

Per tentare di ovviare a tutto questo ho fatto un uso massiccio del supporto multimediale: almeno un’ora alla settimana delle solite sei a mia disposizione nel biennio l’ho dedicata a vedere film, serie tv, documentari (possibilmente con taglio narrativo) e qualsiasi altra cosa potesse sia essere comprensibile agli studenti, sia generare in loro delle reazioni emotive. In altre parole ho cercato di veicolar loro delle informazioni di base attraverso dei canali che potessero arrivargli per davvero, in maniera semplice e allo stesso tempo incisiva. E da questo zoccolo così banalmente acquisito, muovere oltre su un piano più approfondito. Questo approccio l’ho usato principalmente in storia, agganciandovi però italiano (che a questo lavoro multimediale ha “offerto” molte ore), nei modi che vado a spiegare, parlando della didattica di storia svolta in una seconda.

La prima parte del lavoro, all’inizio dell’anno, l’ho dedicata a costruire una classica linea del tempo. Ad ogni epoca abbiamo poi assegnato una descrizione schematica rielaborando sintesi, riassunti o specifici paragrafi dal libro di testo (che ho fatto consultare autonomamente agli studenti, senza dirgli dove cercare).

Più avanti con il lavoro questo schema lo abbiamo ripreso aggiungendo nuove date e approfondendolo (ad esempio distinguendo tra un’alta e bassa Repubblica, o tra vari momenti del Principato e dell’alto medioevo), ma intanto ci è riuscito utile come base anche così. Per rinforzarlo e per renderlo duraturo, oltre ad insistere spesso sulla sua memorizzazione, ho cominciato ad usare i materiali multimediali di cui sopra. Non è stato facile trovare materiali che considerassi del tutto adeguati, ma alla fine ho messo insieme quanto segue:

L’Impero Romano, docu-drama di Netflix su Cesare.
Morte ai confini dell’Impero, documentario National Geographic di “archeologia forense”.
The Last Kingdom, serie Netflix storicamente accurata sull’Inghilterra del IX sec.
La scena iniziale di battaglia de “Il gladiatore”.
Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud.
Ladyhawke di Richard Donner.
Brancaleone, di Mario Monicelli.
La civiltà araba, documentario sugli albori della civiltà islamica.

Questi  materiali ci hanno aiutato a creare quell’immaginario di cui dicevo sopra, per il quale sono risultati molto utili anche quei film che presentano elementi fantastici o sono esplicitamente parodici, ma possono offrire degli agganci interessanti. La cosa importante riguardo a questi materiali è stato che non li abbiamo visti in “ordine cronologico”, ma quasi “alla rinfusa”, privilegiando accostamenti in chiave contrastiva. Abbiamo ad esempio confrontato le scene di battaglia de “Il gladiatore” con quelle medievali di “The Last Kingdom”, oppure gli elementi di cultura materiale dell’una o dell’altra epoca (civiltà urbana antica contro civiltà rurale medievale; apparato burocratico complesso contro relazioni personali e di parentela nel medioevo, ecc). In particolare, questi materiali erano intenzionalmente “scompagnati” dall’epoca che nel frattempo studiavamo dal libro o da altre fonti nelle ore di attività “non-multimediali”.

Il fatto di andare avanti o indietro nel tempo e lo iato con le epoche altrimenti studiate ci hanno permesso, nonostante qualche difficoltà iniziale, di interiorizzare e arricchire la linea temporale complessiva, di cui nessuna parte rimaneva trascurata troppo a lungo. E abbiamo evitato quel che spesso capita con lo studio sistematico e ordinato del libro: l’errata identificazione del trascorrere del tempo con il procedere del libro (per cui, classicamente, la fondazione di Roma viene dopo Alessandro Magno, visto che nel libro è in coda). Un’ulteriore rielaborazione del lessico e delle capacità di rielaborazione sono venute dal fatto che tutti i materiali narrativi li abbiamo analizzati anche dal punto di vista di italiano, con commenti e recensioni dei film visti che hanno costituito altrettanti temi o esercitazioni.

Parallelamente al lavoro con i materiali multimediali, abbiamo svolto anche un attento lavoro sulle fonti storiche. Periodicamente ho sottoposto ai miei studenti documenti di varie epoche, senza però informazioni introduttive e coi nomi ridotti a sigle. Il compito era di leggere attentamente i documenti e di tentare di collocarli in una delle epoche della nostra linea temporale. In tal modo ho dato loro da leggere brani di autori classici e medievali che esprimessero caratteristiche “tipiche” dell’epoca cui appartenevano (e che gli studenti dovevano cogliere come “indizi”).

La valutazione in queste attività si è basata su quanto articolatamente gli studenti sapessero illustrare la loro ipotesi (di cui mi interessava relativamente poco che fosse giusta o sbagliata): questo li ha “costretti” a leggere il testo con attenzione e richiamare in maniera analitica e consapevole i concetti e le nozioni studiate.

Un brano assegnato era ad esempio l’accessione al trono di Tiberio per come descritta da Tacito nel primo libro degli Annales: l’importanza dei militari coinvolti ad ogni livello, l’ipocrita e un po’ paurosa circospezione di Tiberio, i falsi attestati di rispetto offerti al Senato portavano a pensare che si fosse nel pieno di quel Principato ipocrita che manteneva vive le apparenze della Repubblica (ripeto che i nomi di persona li ho “censurati”). Dettaglio molto importante: il non conoscere ex-ante l’epoca di riferimento ha fatto sì che alla memoria venisse richiamata e discussa non solo l’epoca “giusta”, ma anche altre possibili “candidate”, che in tal modo risultavano riprese, approfondite, soppesate e confrontate tra loro.

Anche questo tipo di lavoro, esattamente come quello sui materiali multimediali, si presta ad incrociare storia e italiano: uno stesso testo, se letterario, può essere un documento storico e un brano da commentare in chiave letteraria: l’interdisciplinarietà è assicurata, e in maniera non esteriore o forzata. Un’ulteriore -ultima- attività di approfondimento è stata quella di prendere un determinato concetto o dettaglio e vederne l’evoluzione nel corso del tempo (anche questa attività aveva la forma di un “esercitazione”). Come cambia l’esercito nel corso della storia romana? Come cambia il ruolo del Senato? E il concetto di cittadinanza?

Queste esercitazioni venivano svolte potendo utilizzare tutti i materiali usati, gli appunti, i libri e pure internet: lo specifico di questo lavoro è nella manipolazione critica dei materiali e dell’apprendimento che ne consegue, non nel riproporre cognizioni studiate “a monte”.
Il lavoro è stato grosso modo questo. Il bilancio che ne faccio è parzialmente positivo. Le potenzialità di questo approccio mi sembrano molto grandi e credo che i miei studenti ne abbiano tratto giovamento, ma perché sia fruttuoso è necessario abituare i ragazzi a lavorarci. In classi poco motivate questo non è facile. Un lavoro così articolato implica anche un buon livello di disciplina e di concentrazione, che l’insegnante deve curare con particolare attenzione. In particolare, i ragazzi devono abituarsi all’idea che il lavoro multimediale non è il momento del “vabbé, ora ci riposiamo”: bisogna prendere appunti mentre si guardano i materiali e prestare attenzione ai dettagli.
Idealmente, credo, un tale lavoro dovrebbe cominciare alle medie, se non alle elementari, e proseguire senza fratture fino alle superiori. Però qui non intendo discutere di riforma dei cicli, che pure auspico. Mi limito a sperare di aver offerto qualche spunto utile.

Come si organizza l’incontro con un autore? I sì e i no per renderlo davvero efficace

in Attività in classe di
Valeria Pancucci insegna italiano nella secondaria inferiore dell’Istituto Comprensivo di Ghedi (BS) e condivide con Occhiovolante la sua esperienza

Come si organizza l’incontro con un autore? Ecco cosa avrei voluto sapere a settembre di ormai un anno fa, quando proposi alle mie colleghe di invitare Daniele Aristarco nel nostro Istituto. Purtroppo le mie ricerche online furono vane, nessun sito, nessun articolo, nessun post dei vari gruppi social che frequento affrontava nel dettaglio questo argomento. Proprio per questo mi trovo adesso a scrivere questo articolo, sperando possa essere utile a quanti come me si troveranno nella stessa situazione, con lo stesso entusiasmo, ma la stessa inesperienza.

Chi sono e perché ho deciso di organizzare un incontro con l’autore: mi chiamo Valeria Pancucci e ormai da alcuni anni insegno esclusivamente italiano in un’unica sezione, prima, seconda e terza media, ed è diventata prassi per me allestire in ogni classe una piccola biblioteca, formata dai libri che portano i ragazzi, e dando fondo al mio bonus docente e non solo, per arricchirla sempre di nuovi titoli, di genere e tipologia varia. Le attività di educazione alla lettura, come prassi costante e quotidiana, fanno parte del mio modo di stare a scuola con i ragazzi; i compiti sono stati sostituiti dal tempo dedicato alla lettura e il libro di antologia viene sempre più accantonato e in alcuni casi sostituito per far posto alla lettura integrale di romanzi , graphic e testi di vario tipo che seleziono con cura pensando alle esigenze di ciascuno di loro.


I libri (circa un centinaio quest’anno) stanno già fremendo, pronti a conoscere i nuovi ragazzi che li leggeranno. La biblioteca delle miei classi cresce e in più arriveranno quelli che condivideranno i ragazzi. Un anno di letture: pronti, ai blocchi, via!

Essendo una prof superdigitale, come dicono i ragazzi, ho attivo un profilo social che uso quasi esclusivamente per contatti di lavoro, gruppi di docenti appassionati come me del nostro lavoro, e ho iniziato per questo motivo a seguire e chiedere il contatto ai tanti bravissimi scrittori che ci sono nel panorama della letteratura per ragazzi attuale, parlo ad esempio di Annalisa Strada, Gabriele Clima, Daniele Nicastro, Manlio Castagna, Elisabetta Gnone, Antonio Ferrara solo per citarne alcuni, e ovviamente Daniele Aristarco. Inizialmente, non senza remore e timori, chiedevo loro l’amicizia, scrivendo poi un breve messaggio in cui raccontavo brevemente la mia passione, comune a quella dei miei alunni, nei confronti dei loro libri.

Nella mia idea di scrittori, questi occupavano un posto lontanissimo dalla realtà, quindi temevo freddezza e distanza; ma con mia sorpresa gli scrittori per ragazzi si mostrano ben felici di scambiare anche poche parole con chi a scuola ci vive tutti i giorni e sente umori e parere dei loro lettori.

Daniele (Aristarco) in particolare mi colpì per la grande cortesia dei modi e l’interesse autentico per ciò che facevo in classe. In estate poi, nella meravigliosa pausa dalle attività quotidiane, quando puoi immergerti totalmente nel modo fatto di libri, ho divorato tanti titoli che avrei voluto inserire nelle mie piccole bibliotechine di classe. Proprio in questo momento di riposo e progettazione mi sono imbattuta e ho letto d’un fiato “Fake, non è vero ma ci credo” (Einaudi Ragazzi).

Il libro mi ha colpito tantissimo per la ricchezza di spunti e riflessioni da poter proporre in classe, per la prosa pulita ma non banale, che permetteva di lavorare sull’uso della lingua, sulla scelta delle parole, su un periodare asciutto e non ridondante; inoltre la brevità e la compiutezza delle storie all’interno del libro lo rendevano adatto ad essere utilizzato per la lettura in classe a voce alta o per far leggere in autonomia i singoli racconti. Già nella mia testa di insegnante, mi prefiguravo come lavorare ampiamente sul libro al rientro a scuola.

I primi giorni di settembre un altro evento fortuito: al Festival della Letteratura di Mantova, tra i vari illustri autori, anche Daniele Aristarco per parlare con adulti e ragazzi proprio di Fake. Per me, che abito in provincia di Brescia, Mantova era una meta assolutamente raggiungibile per lasciarmi sfuggire l’opportunità! Già nei giorni immediatamente precedenti avevo anticipato alle colleghe, nel corso delle prime riunioni di dipartimento, che sarei andata ad assistere all’incontro e che mi sarebbe piaciuto prendere contatti con l’autore. A Mantova ho scoperto con piacere che, oltre ad essere un bravo scrittore, Daniele è un grande comunicatore che sa coinvolgere i ragazzi con la sua voce densa, usando parole giuste, ritmo, incalzando e stimolando un dialogo vero e autentico. Che dire, a quel punto dovevo organizzare l’incontro a scuola. Le colleghe sono state tutte concordi nel riconoscere il valore e le potenzialità del libro e nella valenza di portare nel nostro piccolo contesto di cittadina di provincia un vero scrittore.

Momenti lettura in classe

Adesso iniziava la parte più difficile, per me completamente nuova: ho stilato un progetto in cui chiedevo l’autorizzazione a organizzare l’incontro e in cui specificavo dove attingere i fondi per coprire i costi che ovviamente ci sarebbero stati, perché pare che anche gli scrittori benché sensibili e disponibili, abbiano a che fare con il vile denaro. Ottenute tutte le autorizzazioni del caso, ho contattato Daniele, che si è dimostrato disponibile e felice quanto me della possibilità di un incontro a scuola e abbiamo concordato una data utile che venisse incontro ai rispettivi impegni. Il 22 novembre è stata la data stabilita!
Caspita non troppo tempo, perché nel frattempo tra tutte queste richieste e autorizzazioni eravamo già a ottobre.

Mi potevo a questo punto dedicare all’aspetto più importante: come rendere l’incontro un momento davvero significativo per i miei alunni? come prepararli adeguatamente?

Per prima cosa ho comunicato loro la grande notizia, avremmo letto dei libri e poi avremmo incontrato e conosciuto l’autore di questi libri. Sono arrivata in classe con il mio solito carrellino della spesa, da dove saltano fuori libri e consigli di lettura, questa volta per loro avevo preparato una sorpresa: tre libri del misterioso autore Aristarco: Io dico No, IO dico Sì e Fake (Einaudi ragazzi, EdizioniEL); li ho presentati brevemente e ho letto un breve racconto da ciascuno di essi, quindi ho chiesto loro di scegliere liberamente quale preferivano leggere e si sono così creati 3 gruppi di lettura all’interno della classe. Ci siamo dati delle scadenze comuni per procedere di pari passo e fare in modo che ci potessero essere dei momenti di confronto; abbiamo costruito insieme delle schede per annotare sui nostri taccuini i personaggi e gli episodi che incontravamo e che ci colpivano e stupivano. Ogni giorno qualcuno a turno leggeva una sua annotazione e la condivideva con chi aveva lo stesso libro o la raccontava a chi stava leggendo altro. Abbiamo scritto parole e riflessioni, idee e pensieri, cercato e approfondito notizie su alcuni dei personaggi raccontati, costruito carte d’identità dei personaggi preferiti e disegnato copertine per raccontare episodi; abbiamo scelto e votato chi ci ha rapito il cuore, chi avremmo voluto conoscere e la storia che avremmo voluto scrivere noi e quale invece mancava tra le storie possibili

E mentre leggevamo abbiamo cominciato a chiederci qualcosa sull’autore che aveva raccontato queste storie e lì le domande si sono moltiplicate: come sarà stato uno scrittore da ragazzo? cosa amava? cosa leggeva? cosa voleva diventare da grande? chi lo ha sostenuto, chi lo ha scoraggiato? Incontrare uno scrittore vero, questa è stata per loro la magia più grande, quella che alla fine ha fagocitato tutto ed io ho lasciato che seguissero le loro curiosità, ho soffiato e dato loro spazio senza cercare di sostituirmi o di guidarli verso sentieri che piacessero a me insegnante

Abbiamo preparato un cartellone e una scatola delle domande, nel dubbio che non potesse rispondere a tutti e per il desiderio di lasciare a lui qualcosa di noi, che potesse ricordargli di dove era stato. Il 22 novembre è arrivato in fretta, nel frattempo mi sono impegnata nella promozione dell’evento, creando una locandina, coinvolgendo le quattro cartolibrerie locali, invitando amici e colleghi anche di altre scuole, inserendo la locandina sul sito della scuola, tutto questo in collaborazione con la collega che da sempre si occupa nella scuola delle iniziative culturali e dei rapporti con la biblioteca, che con grande spirito di collaborazione si è resa disponibile e attiva in tutto

Avevamo infatti programmato due eventi, uno la mattina con tutte le classi terze dell’Istituto, ben 9 circa 200 ragazzi, e uno al pomeriggio aperto a colleghi e famiglie. Per me, anche a distanza di mesi ormai, è stata una due giorni da ricordare. I ragazzi sono stati bravi e attenti, hanno ascoltato, quando dovevano ascoltare, hanno fatto domande o sono intervenuti quando Daniele ha dato loro spazio e in realtà ne ha dato davvero molto. Un vero e proprio dialogo, un incontro nel senso letterale del termine dove ci sono persone che si conoscono reciprocamente. Lui ha avuto il grandissimo merito di accoglierci a casa nostra e rendere la situazione talmente comoda e facile che tutti hanno goduto delle sue parole e delle sue riflessioni.

Uno degli incontri con Daniele Aristarco

Se devo dire cosa mi porto dietro da quell’incontro sono le sue domande brucianti che ancora echeggiano nelle mie orecchie. In effetti, se ci penso davvero, le domande vere sono state quelle che lui ha posto ai ragazzi e non viceversa. Una in particolare mi risuona ancora nelle orecchie “Da cosa vi accorgete di essere vivi, veramente vivi?” Se devo dirlo sinceramente la domanda ha spiazzato loro, ma anche me. Qualcuno ha azzardato una risposta “mi batte il cuore, respiro, non sono morto”. Ma il nostro essere vivi davvero come lo cogliamo? Come so con certezza che il mio vivere è differente da quello del mio gatto accoccolato ai miei piedi? Ci devo ancora riflettere, ma credo che questo sia un obiettivo altissimo per me, come insegnante:

far cogliere ai ragazzi la percezione della loro essenza, renderli coscienti che la loro vita è altro che il succedersi dei brevi momenti trascorsi.

E dunque di quest’incontro ho portato talmente tanto dietro ed è stata una tale grande gioia vedere i miei alunni coinvolti e intenti ad ascoltare e prendere appunti e ragionare che, nonostante gli errori in cui posso essere incappata a causa della mia inesperienza nell’organizzazione, rivendico a gran voce la validità di dar modo agli studenti di incontrare e conoscere uno scrittore

Questo però a patto che la lettura sia davvero per noi e per le nostre classi una priorità. Un incontro ha senso solo se è all’interno di una cornice di educazione ai libri e alla lettura, se è sentita come un valore aggiunto al nostro percorso quotidiano e non come momento fine a se stesso.

No all’incontro con l’autore se non so cosa ha scritto e non conosco i suoi libri, se non li leggo in classe con i ragazzi. No all’incontro con l’autore se ci piove dall’alto e portiamo i nostri alunni senza averli preparati in alcun modo, che non significa ammaestrarli e istruirli su cosa fare e cosa dire, ma al contrario significa dar loro modo di pensare e immaginare un libro e ragionare su questo con chi lo ha scritto.

Per concludere un grazie speciale a Daniele Aristarco, ormai amico, persona speciale sotto ogni punto di vista, che ha reso possibile e magico un incontro che sono certa rimarrà nel cuore dei miei alunni, come nel mio di insegnante appassionata di libri per ragazzi.

Metodo Feuerstein: come rispettare i tempi di tutti

in Attività in classe di
Serena Neri introduce uno dei cardini del metodo Feuerstein: come mediare l’intera classe senza perdere nessuno. E fornisce alcune strategie (Si può, sì, si può).

C’è un cardine su cui il dottor Feuerstein si è spesso battuto ed è quello di rispettare i tempi di tutti, questo viene sottolineato in ogni scheda del metodo che si intitola proprio “un momento sto pensando”. Come è difficile aspettare, attendere, saper accogliere la diversità di ognuno, avere pazienza, accettare i tempi e le modalità degli altri. Se voglio “mediare” la mia conoscenza dovrò imparare ad attendere e ad avere un orologio speciale da utilizzare all’interno della mia classe, un orologio che non segna la fine dell’ora ma il raggiungimento dell’obiettivo da parte di tutta la classe.

Le classi sono composte da tanti bambini diversi fra loro e questa diversità a volte sembra rallentarci… Ma perché? Perché non centriamo l’obiettivo che ci eravamo prefissati, perché abbiamo sbagliato i tempi per quell’obiettivo o non abbiamo valutato in modo corretto i nostri alunni, le persone che abbiamo davanti, e ci siamo valutati noi come mediatori?
La parte essenziale è proprio questa, essere un bravo mediatore significa capire come gestire gli obiettivi che ci si pone con le proprie capacità.

Come insegnante devo sapere cosa riesco a gestire meglio e cosa no, in quale attività sono rapido e in quali ho bisogno di pensare, ragionare, provare, riflettere.

Mediare la classe significa usare parole che accolgano tutti, guardare con attenzioni, sguardi e comportamenti di ogni singolo studente, dare delle pause a tutti perché i più lenti possano raggiungere l’obiettivo e i più lenti riscoprano la lentezza del “pensare al proprio pensiero”.

Frasi tipo: “ Non proseguite se siete già arrivati a questo punto, provate a scrivere come avete fatto, anche solo un paio di parole” oppure “Chi ha già raggiunto questa parte della scheda, cerchi di capire in che modo è riuscito, poi condivideremo le strategie con la classe“, aiutano a rispettare i tempi di tutti.

Successivamente possiamo provare a riutilizzare le strategie condivise prima di iniziare un nuovo compito: “ Ora vi presento un nuovo esercizio, guardate vi ricorda qualcosa? Possiamo usare le strategie usate prima? Quali? Chi ha provato il metodo che aveva condiviso il compagno la volta scorsa?”. Insomma il tempo non è altro che una condivisione.

Altri articoli sul Metodo Feuerstein:
1- Il Metodo Feuerstein e l’insegnamento: essere mediatore
2. Obiettivi media-Ti: io come mediatore degli obiettivi didattici che mi pongo, quanto riesco a valutarmi anche in corso d’opera, come posso essere mediatore di un obiettivo da raggiungere?
3. Mediare: tutti devono centrare l’obiettivo: come mediare l’intera classe senza perdere nessuno.
4. Lettura mediata: come essere mediatori di storie ed emozioni durante la lettura di un libro o di un racconto in classe
5. Strategie di apprendimento: come mediare l’apprendimento di una strategia ( ad esempio risolvere un problema…)
6. Mediare un immagine: come condurre ( e non trasportare!) i bambini e i ragazzi all’interno delle immagini di un albo, un dipinto o un immagine su un libro di storia
7. Mediare i comportamenti: guidare i bambini e ragazzi al riconoscimento dei loro comportamenti
8. Fare un passo indietro… mediare i pre-requisiti: cosa devo dare per scontato e come faccio a capire ciò che davvero il mio alunno conosce già
9. Mediare obiettivi trasversali: capire cosa è davvero importante per quella classe e come mediare la lezione.
10. Mediatori con la disabilità: mediare nei casi di handicap o disagio

Dal macro al micro, dal generale al particolare

in Attività in classe di
Per allenare lo sguardo e “fare amicizia col territorio” in questo articolo Marianna Balducci ci invita a “condurre una linea a fare una passeggiata”

Paul Klee diceva che “Il disegno è l’arte di condurre una linea a fare una passeggiata” e anche la mia matita ogni tanto ama prendersi il tempo giusto, moderare i passi e il fiato, guardarsi attorno. Mi capita di definire spesso il disegno come il mio modo preferito di misurare e conoscere il mondo e, se siamo partiti addentrandoci nelle fessure e nelle crepe dei muri, adesso è il momento di aprire lo sguardo e concederci un più ampio respiro.

Quando ho lavorato a questo progetto foto-illustrato avevo un committente specifico: una voce istituzionale (parte di un più ampio progetto europeo) di un territorio dalla forte tradizione agricola, impegnato nella riscoperta della sua storia e proiettato verso scenari futuri sostenibili e socialmente virtuosi. Per quanto i contenuti di quello che sarebbe diventato un video fossero già scritti, c’era da scegliere chi sarebbero stati i “testimonial” che li avrebbero accompagnati. Volevo che fosse la terra, la natura a parlare, la vera protagonista, quella che sente su di sé il sollievo delle piogge, che accoglie con fiducia i vitigni e gli alberi da frutto, che si pettina con l’aratro per le grandi occasioni di semina.

Ma per interpretare la sua voce, dovevamo conoscerci un po’ meglio perciò (assieme a Diego Zicchetti, responsabile delle riprese e del montaggio video di questo progetto) è partita l’esplorazione, la “passeggiata” della linea, con l’intenzione di campionare i frammenti di quel paesaggio da raccontare. Hanno iniziato a fare capolino strani fantasmi delle colline, donne dai capelli frondosi, squadre di arance succose,… personaggi nascosti tra le pieghe del paesaggio che, come spiriti protettivi, mostravano il loro amore per la terra che li aveva ospitati.

Mi piace pensare che questa passeggiata della linea si possa fare anche a scuola, accompagnati dalle insegnanti proprio come quando si progetta una gita.

Si sceglie insieme, innanzitutto, la destinazione e in questo caso, per agevolare il nostro ampio respiro, è bello pensare a un luogo che ci permetta di misurarci con paesaggi naturali (il bosco, il parco, la campagna, ma anche il mare se ci sono zone un po’ incontaminate con gli scogli per esempio). Si traccia poi l’itinerario (magari si disegna una mappa che tutti terranno come riferimento). Basteranno anche solo 3 punti di interesse su cui concentrare l’attenzione. Nei 3 esempi estrapolati dal mio progetto ci sono un campo ampio (un panorama), un campo medio che si concentra su un solo elemento (l’albero), un campo ristretto su un dettaglio (le arance). Ragionare su quali tipi di sguardo ci permette di adottare il luogo che visiteremo è già un buon esercizio (dal macro al micro, dal generale al particolare).

Macchina fotografica alla mano, si va quindi a caccia di scatti cercando di rispettare la consegna data e concentrarci proprio su quei 3 sguardi. Confrontarsi su come organizzare l’esplorazione è importante per non disperdere le energie in un ambiente che sicuramente ci darà tantissimi stimoli. Per rendere la sfida più interessante e costringere i nostri piccoli fotografi a una selezione più ragionata, si possono stabilire dei vincoli: solo 9 foto a testa (3 scatti per ogni tipologia di sguardo).

Una volta rientrati a scuola, sarà bello confrontare le foto di tutti, stamparle e iniziare a pensare a dove collocare gli spiriti del paesaggio che la fantasia sarà in grado di risvegliare

Anche in questo caso, il disegno sulle foto si può realizzare con pennarelli acrilici oppure con la tecnica del collage. Un altro modo divertente di intervenire può essere disegnare sulla carta da lucido che renderà i fantasmi ancora più nebbiosi e misteriosi.

In un momento storico che ci implora di essere sensibili verso la natura circostante, sempre più consumata, ignorata, male interpretata, magari non possiamo imbarcarci in grandi imprese ma iniziare da cose semplici come sviluppare la consapevolezza di quel che abbiamo vicino per proteggerlo e averne cura. Non discorsi astratti ancora troppo grandi per essere davvero afferrati, ma piccole esplorazioni quotidiane alla nostra portata, che ci facciano spezzare il fiato (come si dice per le camminate in montagna) prima di raggiungere vette più ambiziose. Quanta natura abbiamo intorno a noi? Come è fatta? Chi la abita? Che storie custodisce?

Ogni spirito disegnato porterà un suo messaggio o magari un piccolo racconto nato dall’approfondimento fatto in classe o dalle testimonianze di chi la natura la conosce meglio di noi.

Quanto addentrarci, con lo sguardo e col pensiero, è una scelta che si può calibrare in base al tempo, alle risorse disponibili, agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il risultato saranno tante cartoline o magari un album collettivo che ci avrà aiutato a fare amicizia con l’ambiente che ci sta attorno, portando gli occhi e la matita a passeggio in un posto che ci sta a cuore, come si fa con i più cari amici.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

Nuova maturità: in classe, immaginando un orale possibile

in Attività in classe/Fra cattedra e finestra di
Sabina Minuto all’Ipsia di Savona ha lavorato quasi solo con il metodo WRW e i suoi studenti affrontano la maturità. Le sue speranze, i suoi timori

Il 19 Giugno iniziano gli esami di maturità. È anche il mio esame, in fondo. Per la prima volta affronto un impegno così oneroso avendo lavorato quasi solo con il metodo del Writing Reading Workshop. Non è l’anno buono? O lo è? Tutte queste novità dell’ultimo secondo (oserei dire) sono un’opportunità per noi o una condanna? Che cosa temo? In cosa invece confido? Andiamo con ordine. Cambiare in corsa non è mai bello. Cambiare in corsa senza idee chiare è difficile. Cambiare in corsa senza ancora avere avuto al 30 maggio indicazioni certe sull’orale dei ragazzi (nemmeno l’USR ce le ha date) è una pazzia.

Detto questo io per natura sono per trovare soluzioni non per esasperare problemi che, in ogni modo, non ho creato io.

Quindi non mi sono mai disperata ma rimboccata le maniche. Questo nuovo esame a me (che cerco di lavorare su competenze non su presunti programmi) non dispiace. Anzi. Obietto solo che forse sarebbe stato il caso di prendere tempi più distesi e spiegarlo per bene a noi docenti in primis, e ai ragazzi. In secondo luogo ci sono incongruenze che vanno sanate e a cui credo dovrebbe mettere mano la singola commissione d’esame nella sua autorevolezza.

Cosa ho dunque fatto? È da settembre che in realtà io lavoro sulle immagini. In storia davvero funziona. Ci abbiamo pensato io e Grazia Amoruso di Bisceglie costruendo insieme percorsi e mini lessons per avvicinarli alla lettura e alla scrittura con un metodo che se non è WRW, poco ci manca.

Abbiamo cercato di dare ai ragazzi conoscenze fattive che diventino cultura condivisa e costruiscano pensiero

Abbiamo scritto tanto in classe: potenziando la fluency e lavorando per strategie, simulando sia io che gli studenti testi modello a cui fare riferimento. Questo lavoro ha cambiato davvero il modo di scrivere dei ragazzi. L’uso di testi mentore per me è davvero un grande punto di svolta. Analizzare, smontare, riscrivere è un modo per fare proprio e riprodurre. Le immagini rappresentano, per i nostri alunni con così tanti problemi nell’esposizione orale, un buon punto d’appoggio.

Avendo poi scoperto la questione delle tre buste mi sembrava di essere stata previdente. Ma qui tutto si è complicato: cosa ci debba stare dentro le buste nessuno credo lo abbia tanto chiaro. La norma è stata interpretata così tante volte in modi diversi che mi sono sentita persa. Non ho voluto agitare i ragazzi più del dovuto e quindi è da un po’ che cerchiamo di immaginarci un orale possibile. Io non credo che debbano “sapere tutto” come dicono i colleghi. Credo che debbano orientarsi usando competenze acquisite. In realtà questo orale dovrebbe addirittura semplificate non rendere difficoltoso il percorso.

Ma c’è un enorme problema: è un orale che dà per scontate le competenze o meglio che tutti abbiamo lavorato così. Non è vero. Vuoi per affezione a didattiche tradizionali, vuoi per tipologie di discipline, vuoi per altri miliardi di motivi così non è. Io me ne accorgo in questi giorni: nelle simulazioni i ragazzi fanno molta fatica. pensano anche in modo profondo ma poi magari non sanno del tutto i contenuti. Fanno connessioni interessanti e sanno farsi domande, ma cadono se si arriva al nozionismo.

Chi interrogherà i ragazzi quest’anno avrà un bel dubbio da discernere: COME? Il mio dirigente ci ha più volte spiegato che non si devono fare domande disciplinari (!) ma solo invitare a creare collegamenti. Lo studente si muoverà da solo per dimostrare davvero la sua maturità. Sarà fattibile? Non lo so. Io non sono preoccupata in effetti. So come ho lavorato. Ancora oggi abbiamo fatto l’ipotesi di trovarci di fronte alla foto del muro di Berlino e da lì i ragazzi hanno argomentato arrivando a Trump, i muri metaforici e fisici, i limiti, e altre idee interessanti. Basterà? Non lo so. Davvero non lo so. Credo non lo sappia nessuno.

Di una cosa sono sicura: io ho lavorato per l’esame ma a mio modo. E il mio modo implica l’insegnare ad annotare sempre nello schema a Y: impressioni, connessioni, domande. Sempre. Vedremo i risultati. So che sarà durissima. Che ci saranno sorprese anche negative. Rimpiango tanto di non aver avuto più tempo. Per il resto aspetto a vedere prima di dare un giudizio. E intanto cerchiamo di portarli tutti all’esame perché « la scuola pubblica li promuove tutti perché li prepara tutti” ovviamente ognuno a suo modo. Una riflessione che viene da lontano ma che dovrebbe guidarci ogni giorno nel nostro lavoro.

Chi ha paura del libro cattivo?

in Attività in classe/Sentieri tra i banchi di
Billi acchiappa paura
Attività sulla paura rivolte ai bambini della scuola primaria – ma che possono essere declinate anche per la scuola dell’infanzia – seguite da specifiche letture da fare insieme

La paura è un’emozione che fa parte del nostro patrimonio genetico, una sensazione forte che tutti noi conosciamo, ed è presente e visibile fin dalla nascita.

Da un punto di vista biologico, quello che accade è una specie di incredibile e super velocissima reazione a catena: l’ipotalamo, posto alla base del cervello, produce un ormone, che a sua volta stimola l’ipofisi, la quale secerne un altro ormone che entra nel sangue, il quale a sua volta spinge i surreni a produrre altri ormoni, che a loro volta metabolizzano gli zuccheri e regolano l’equilibrio idro-salino… insomma, roba da paura davvero!

Ok, viene da dire, ma tutto questo a cosa serve? La risposta qui è un po’ più semplice (si fa per dire…), perché la paura, come tutte le altre emozioni, è come una cara vecchia amica che, se tenuta sotto controllo e se sappiamo ascoltarla, può darci dei giusti consigli per vivere meglio.

Perché allora non lavorarci in classe? Giocare con la paura non solo è divertente, ma anche stimolante per tutti i bambini! Quella che vi proponiamo, dunque, è un’attività sulla paura rivolta ai bambini della scuola primaria – ma che può essere declinata anche per la scuola dell’infanzia – seguita da specifiche letture da fare insieme.

Da dove cominciare? Ma dalla domanda più importante… sì, ma qual è? Probabilmente la maggior parte dei bambini dirà: che cos’è la paura? No, non è questa… è una domanda importante, certo, ma non molto utile, e poi rischiamo di perderci. La domanda giusta è: a cosa serve la paura?

Proviamo a partire da qui, ponendo questa domanda ai bambini, poi ascoltiamo le risposte e annotiamo le più interessanti alla lavagna. Aiutare la discussione, dicendo che la paura è un po’ come il dolore.

Spieghiamo ai bambini che il senso del dolore che tutti noi possiamo avvertire, ad esempio se qualcuno ci pesta un piede mettiamo una mano su un oggetto molto caldo, non è altro che un messaggio spedito al nostro cervello, un messaggio repentino che ci avverte di una cosa importante: togli subito quel piede (o quella mano) da lì, altrimenti potresti farti molto male!

Se ci pensiamo bene quindi, avvertire il dolore, anche se non ci piace, è una cosa positiva. Beh, la paura, se vogliamo, funziona un po’ allo stesso modo. La paura è un’emozione che, fin dalla nascita, ha lo scopo di informarci dei pericoli, è come una specie di sentinella che ci dice: ‘Fai attenzione, potrebbe capitare qualcosa di poco piacevole’, e quindi è meglio organizzare una difesa.

E la cosa straordinaria è che la paura ci suggerisce ogni volta come comportarci: di fuggire subito, di rimane immobili, addirittura di contrattaccare!

Adesso è arrivato il momento di dare un volto alle nostre paure. Sì, perché la paura può avere tante facce e un buon modo per esorcizzarle è visualizzarle. Chiediamo dunque a ognuno di raccontare la propria: possiamo parlarne tutti insieme, dando il tempo a ognuno di parlare; possiamo scriverle su un foglio, ognuno la propria, poi leggere i “messaggi” a voce alta e metterli tutti in una scatola, la scatola delle nostre paure, che terremo da qualche parte nascosta in aula; ma possiamo anche, con i bambini più piccoli, provare a disegnarle e appenderle poi su un grande
cartellone-mostro!

Possiamo concludere l’attività con delle letture. Per la scuola dell’infanzia, proponiamo: Lupo lupo, ma ci sei?, edito da Giunti editore, un classico scritto da Giusi Quarenghi e illustrato da Giulia Orecchia, per divertirsi con la paura e cercare un lupo… che non c’è!

Il mostro peloso, edito da Emme edizioni, una storia di Henriette Bichonnier che racconta in maniera umoristica la fiaba della Bella e la Bestia.

Per la scuola primaria, invece, proponiamo:
Billi Acchiappapaura, edito da Librì progetti educativi, di Maria Loretta Giraldo e Giulia Orecchia, per scoprire tutte le paure dei bambini: del buio, dei temporali, di non piacere agli altri…

E Fiabe da far paura (appena appena, non tanto), edito da Mondadori, che raccoglie una scelta delle straordinarie Fiabe italiane di Italo Calvino.

Avvicinare i piccoli ai grandi temi? Con i kit educativi!

in Attività in classe di
kit educativi
Assunta Maria Belfiore, docente di scuola primaria, racconta la sua esperienza in classe con i kit educativi gratuiti di Librì Progetti Educativi

‘’Avvicinare i piccoli ai grandi temi’’ è stata questa la frase che mi ha convinta a cominciare la mia esperienza con i kit educativi gratuiti di Librì Progetti Educativi.

La prima volta che ho cominciato ad usarli avevo una quarta elementare e per caso, navigando su internet, trovai le loro proposte: fu un grande successo, con entusiasmo e collaborazione abbiamo deciso di partecipare al nostro primo concorso, realizzando per il progetto il giardino delle arance, una borsa di feltro che raffigurava l’arancia di SICILIA.

Quello è stato solo l’inizio: con la mia seconda, ho richiesto più kit. Ai bambini piacevano i libri delle varie scatoline ed erano molto curiosi, inoltre amavano partecipare ai concorsi: per noi l’importante non è mai stato vincere, l’obiettivo piuttosto è stato quello di farli crescere, di fargli prendere consapevolezza e di aiutarli a credere nelle loro capacità.

La parte interessante è farli lavorare in cooperative learning: lavorando insieme per il raggiungimento di un obiettivo comune cominciano a capire che il noi viene prima dell’io.

Con la didattica laboratoriale, inoltre, ogni bambino si sente responsabile e parte attiva nella realizzazione del progetto.

Sicuramente un fattore importante è quello di trovare la classe che mostra interesse ed è predisposta a nuove esperienze didattiche.

La mia esperienza documenta che è proprio nelle classi più ‘’difficili’’ che i progetti hanno più successo.

Sono molti i benefici che si riscontrano da queste esperienze: nei miei bambini, ad esempio, sono aumentate l’autostima e la sicurezza ma principalmente hanno imparato a lavorare insieme.

Elio e i cacciamostri li ha aiutati a sviluppare spirito d’iniziativa e capacità progettuale: i bambini hanno progettato e realizzato un mostriciattolo in 3D. Con Il gardino delle arance l’anno dopo invece siamo andati ad assaggiare gli agrumi e abbiamo realizzato una tovaglia delle cose buone toscane: con Tondo come il mondo abbiamo coinvolto anche altre insegnanti e le loro classi.

Una caratteristica dei kit educativi di Librì è quella di poter lavorare in modalità multidisciplinare e di coinvolgimento attivo globale: non solo toccano tutte (o molte) materie ma permettono una partecipazione di tutti i bambini. Sviluppano e arricchiscono lo sviluppo e le capacità di ogni bambino, anche quelli che hanno difficoltà proprio grazie ai codici linguistici e alla presentazione dei kit attraverso il gioco, con storie accattivanti, personaggi simpatici e con l’ausilio di poster e altri materiali che conquistano tutti i bambini. In più viene incentivata la collaborazione anche tra colleghe: i kit riescono a far creare, all’interno delle attività curriculari, dei laboratori dove  tutti partecipiamo in modo attivo.

I bambini oggi hanno bisogno di essere sensibilizzati e avvicinati verso le tematiche sociali, il mio suggerimento è di selezionare un tema che possa risultare interessante per la classe, prenotare il kit e … sperimentare!

Educare gli studenti a vedere: a caccia di volti nei muri!

in Attività in classe di
volti cover mangiacavi - occhiovolante
I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri. Marianna Balducci, illustratrice, ci aiuta a riconoscerle

I disegni sono dispositivi parlanti: a volte descrivono, a volte raccontano, altre volte svelano. In tutti questi casi, non si può prescindere da un po’ di allenamento della mano, certo, ma prima ancora dello sguardo perché il disegno ci chiede innanzitutto di scegliere. Solo alcuni di quei segni che l’occhio registra saranno l’alfabeto del nostro discorso e avere chiaro in testa quel che vogliamo dire sarà ancora più importante del saper disegnare “tanto” o convenzionalmente “bene”. Mescolare fotografia e disegno mi piace da sempre proprio perché mi costringe a esercitare questa misura: il risultato finale è più riuscito quando il segno è entrato in sintonia con l’ambiente già immortalato, non si è lasciato viziare dal virtuosismo bensì si è inserito solo nello spazio necessario a scatenare in chi guarda un moto di meraviglia. Si lavora perciò più in togliere che in aggiungere, come gli investigatori si va a caccia di indizi da rivelare, ogni volta con una nuova piccola “missione”.

Quando ho lavorato al progetto “Lettimi illustrato” la mia era quella di rivelare uno spazio dimenticato: il giardino cinquecentesco di Palazzo Lettimi di Rimini, abbandonato per lungo tempo e riaperto in occasione del festival di musica e teatro “Le città visibili” che mi ha coinvolta in questa operazione di sensibilizzazione disegnata.

Mi sono avventurata tra le crepe e i rampicanti, tra i cavi aggrovigliati degli allacci di corrente e le grate foderate di muschio. Mi sono appellata alla Signora Pareidolia, quella burlona responsabile del fenomeno per cui il nostro cervello tende a individuare, in un accrocchio di forme e segni casuali, delle forme conosciute (spesso dei volti) e ho trovato quelle che sarebbero diventate le nuove voci del giardino Lettimi.

marianna balducci succhiacavi lettimi illustrato

Non tutte si sono lasciate guardare subito. La missione di esplorazione fotografica di uno spazio deve darsi certamente delle regole (e io ero a caccia di volti, di personaggi), ma la fantasia ci chiede anche un po’ di respiro, un po’ di spazi vuoti in cui insinuarsi. In questa prima fase perciò ho fotografato tanto, anche dettagli che non subito avevano chiaro il loro destino. Per chi non è abituato a usare la macchina fotografica (o il cellulare), una prima fase di osservazione può essere fatta con l’ausilio di un piccolo passepartout bianco (una cornice di cartoncino) che ci costringa a isolare delle porzioni di spazio per poterle guardare e poi eventualmente catturare con il vero obiettivo.

Tornata a casa con un consistente bottino di crepe, cortecce, pareti, buchi, è iniziata la selezione. In questo caso non ho capovolto o girato gli scatti per osservarli da un’altra prospettiva e ho lasciato che ciascuna immagine restasse col medesimo orientamento con cui l’occhio l’aveva catturata. Questo accorgimento è stato utile quando, al termine del progetto, le tavole sono state esposte nel giardino durante il festival, invitando i visitatori a ritrovare sul posto, come in una caccia al tesoro, i dettagli su cui avevo lavorato. I disegni sono stati realizzati in digitale, ma spesso mi è capitato di lavorare su supporti fotografici stampati disegnandoci sopra con rapidograph, pennarelli acrilici, matite bianche o gessetti.

Mano a mano che i volti venivano svelati, anche il temperamento di ciascun personaggio si delineava sempre più chiaramente: c’è chi gli ha dato un nome, chi ha immaginato un tono di voce,… con pochi segni, quel luogo zittito ha iniziato a diventare tutto fuorché silenzioso agli occhi dei suoi visitatori!

Quanti luoghi silenziosi ci sono nella nostra città, nello spazio che abitiamo o frequentiamo quotidianamente? Magari non tutti nascondono personaggi che lamentano necessariamente mancanze di attenzione come nel mio giardino abbandonato, ma di sicuro custodiscono storie o aspettano che qualcuno ne inventi per loro. Altri forse invece gridano perché sono feriti, perché portano i segni di una storia pesante.

I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

Via le armature! Ecco come far crescere il coraggio (e la resilienza) in classe

in Attività in classe/Sentieri tra i banchi di
coraggio
Il coraggio si può insegnare? In classe è possibile lavorare con laboratori su misura per imparare ad affrontare e superare gli ostacoli della vita (e andare a caccia dei coraggiosi nelle storie)

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Inclusione scolastica e sindrome di Down: le differenze arricchiscono

in Attività in classe/Sentieri tra i banchi di
due pirati come noi down ghigliano
Inclusione scolastica: in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down (il 21 marzo) alcune riflessioni e qualche suggerimento.

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Cerchi cromatici, strumenti preziosi per imparare a vedere

in Attività in classe di
Un articolo di Emanuela Pulvirenti, insegnante di storia dell’arte e autrice di Didatticarte.it, ci introduce al coloratissimo mondo dei cerchi cromatici, da Newton alle esercitazioni da fare in classe

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La 3b meccanici ha letto “L’isola” ad alta voce ai bambini

in Attività in classe di
isola greder orecchio acerbo
“L’isola. Una storia di tutti i giorni” di Armin Greder letto da studenti di una 3B meccanici a quattro classi della primaria. Dice l’insegnante: quando hai tante perplessità loro ti stupiscono sempre. E danno il meglio Continua a Leggere

Rubriche

Giochi senza frontiere didattiche

di Giovanni Lumini

Ora di Alternativa

di Valerio Camporesi

Fra cattedra e finestra

di Sabina Minuto

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Tracce di scuola intenzionale

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Sentieri tra i banchi

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