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Voci di insegnanti e formatori:  esperienze, storie, opinioni e visioni sulla scuola condivise da chi a scuola ci vive ogni giorno

Se Invalsi non dialoga con la scuola che competenze valuta?

in Fra cattedra e finestra di
I test Invalsi mettono in luce il cortocircuito didattico di un mondo docente in confusione tra il “saper fare” e il “sapere”

Vanessa Roghi in un recente articolo (Il Manifesto, 20 luglio) ha messo in luce quanto la cosiddetta fotografia dei test dell’Invalsi che mette sotto analisi la scuola italiana del 2019 sia in realtà appunto una fotografia e come tale non affatto asettica, ma assumente sempre un punto di vista, un’ottica particolare. La fotografia non è mai oggettiva. Nemmeno è il caso di dirlo. La fotografia usa parametri impostati in precedenza: anche Invalsi lo fa. I dati che ne escono quindi sono i dati raccolti in quella prospettiva. Cioè dati che danno un risultato di un certo tipo: ragazzi che non leggono e non comprendono. Meglio al Nord, ma insomma male un po’ ovunque (perfino a Bolzano).

Io non sono fanatica dei test anzi non mi piacciono per nulla. Ma lo Stato che è il mio datore di lavoro mi chiede di farli e io li faccio fare. Tuttavia non preparo gli studenti. Non li addestro. Lo stesso Invalsi raccomanda di non farlo. Molti istituti hanno questa ansia di miglioramento del rendimento e molti DS anche. Io no e nemmeno il mio Istituto.C’è peró una considerazione da fare.

Invalsi dice da anni di valutare competenze. Cioè in pratica cosa sanno fare con le conoscenze acquisite i ragazzi. Non cosa sanno. Invece, per quello che io vedo nella mia piccola prospettiva, nella stragrande maggioranza dei casi, si lavora e si insegnano contenuti e conoscenze. E qui dunque occorre fare una scelta: o si leggono bene le Indicazioni per il curricolo e le Linee guida degli istituti Superiori, si aggiornano i docenti su cosa sia lavorare per competenze, o, come pare, se nessuno lo vuole fare e si crede non sia utile (così dicono i colleghi) si lasci tutto com’è e non si propinino più i test.

Nella mia seconda superiore i ragazzi li hanno affrontati prima di tutto con serenità e serietà, il che non è scontato. Si sono messi davanti ai pc (lascio perdere tutte le difficoltà organizzative) e poi hanno fatto il loro. Non hanno avuto grosse difficoltà nella comprensione: eppure quasi il 60 per cento dei miei alunni non è italiano. Sarà perché da due anni leggiamo tanto ad alta voce? Perché negoziamo significati, ci fermiamo sui vocaboli, ragioniamo di idee? Non so. Io so che lavorando così i ragazzi traggono piacere dal leggere. Più leggono più imparano strategie di comprensione. Perché diciamolo ma come si insegna la comprensione di un testo? Questa è la domanda delle domande. Non certo con gli esercizi delle antologie, di questo sono sicura. Dove la comprensione è predefinita quindi fasulla. È già data per scontata la risposta giusta! Quindi non eserciti capacità di comprensione personale, caso mai ti destreggi nell’indovinare quella presunta da altri.

La comprensione di un testo si impara comprendendo. Cioè mettendo in atto strategie precise che io cerco di insegnare o meglio di far “vedere” perché loro le applichino poi da soli. Prevedere , visualizzare , fare domande al testo, fare inferenze, ripetere, riassumere, monitorare la propria comprensione sono alcuni dei passi che facciamo insieme. Questo non puoi impararlo né leggendo brani da solo su una antologia e facendo relativi esercizi, né ascoltando la spiegazione di un docente, anche bravissimo, né ripetendo i contenuti per una interrogazione. Ma questa è la scuola italiana ancora oggi. La maggioranza dei docenti lavora così ed è convinta che sia corretto e giusto. Io non discuto, Forse lo sarà. Allora però, se ciò è vero, (e magari lo è, puó darsi) sarebbe meglio non fare più i test Invalsi. Perché questi “fotografano “ altro. Non dico di meglio o di peggio. Altro. Sarebbe meglio dirci a chiare lettere che Invalsi deve cambiare rotta, oppure iniziare da zero una applicazione realistica di un insegnamento per competenze.

Sono stata invitata a parlare a Roma al convegno Invalsi in ottobre. Ho percepito interesse per una didattica diversa e nuova. Invalsi sa bene che deve farsi una mossa. Mi hanno pure fatto più di una intervista telefonica. Non so se mai sarà resa nota. In ogni caso la loro visione a me è apparsa chiara. Stanno cercando di modulare i test (e si vede negli ultimi anni) sulle competenze vere. Il problema che Invalsi è Invalsi. Un’agenzia esterna al ministero. Sembra infatti che non si parlino. Forse dovrebbero iniziare a farlo. Ma una proposta similare comporterebbe la rifondazione di tutta una didattica convalidata da anni di “abbiamo sempre fatto così”. Il che in effetti mi sembra davvero durissimo.

Credits immagine: https://photogrist.com/dreamlike-louis-kellner/

Don Milani, oggi: tanto frainteso quanto necessario?

in Ora di Alternativa di
il maestro, Silei - Massi, Orecchio Acerbo, don milani,
Donmilanismo e celebrazioni agiografiche a parte, l’attualità del Priore di Barbiana nelle parole di Valerio Camporesi, docente, mezzo secolo dopo “Lettera a una professoressa”

Ogni volta che leggo le pagine di Lettera a una professoressa di Don Milani mi commuovo: bastano le note a piè di pagina che spiegano chi fosse Bach, la preposizione sbagliata di a prima media o l’inversione di aggettivo e nome in a pieno tempo per entrare dentro un’Italia diversa che non c’è più, un’Italia minore che chiedeva il riconoscimento del proprio diritto di esistere e d emanciparsi. Un’Italia povera ma vera, fatta di sentimenti umani che oggi sembrano sempre più rari: il passaggio dall’I care all’I like tanto agognato nella società dei socia media suona inclemente, come se in tutti questi anni fosse maturata una frattura insanabile, come se a distanza di cinquant’anni i due mondi non potessero comunicare più.

Eppure Lettera a una professoressa comunica molto anche alla scuola e all’Italia di oggi, a partire dal richiamo alla difesa degli ultimi che esistono eccomi anche oggi: non sono più i ragazzi mandati nei campi come allora ma quelli a cui la scuola ha comunque chiuso la porta per incapacità o indifferenza, quelli che ogni anno si perdono per strada nell’atroce calderone della dispersione scolastica. Certo i termini son cambiati, e non solo per la scomparsa della civiltà contadina: son cambiati i parametri delle fasce più deboli, entro le quali stanno anche i professori sottoposti oggi al dileggio e al discredito collettivo, sminuiti nella loro professionalità e additati qualunquisticamente come fannulloni anche da qualche ministro. Son cambiati, e per fortuna in meglio, tanti aspetti della scuola: gli alunni ripetenti alle elementari sono ormai un lontano ricordo, le nostre aule si sono aperte già dagli anni Settanta agli studenti con handicap, il classismo imperante nella scuola dell’epoca si è forse ridotto. Ma i messaggi del libro restano: la scuola come luogo di amore e non di competizione, di apprendimento che serva anzitutto per emanciparsi e vivere una vita degna, la necessità di dare ascolto anche agli ultimi; tutto questo fa di Lettere a una professoressa un testo quanto mai attuale, per non dire urgente.

Perché di un po’ di anima e di un po’ di amore si ha bisogno sempre nella vita, e più di tutti ne hanno bisogno i bambini e i ragazzi, e ogni insegnante può forse combattere in primo luogo come individuo questa battaglia (sì, lo è) contro la disumanizzazione della scuola, contro la volontà di introdurre anche nelle aule d’insegnamento i principi della vita come competizione ad ogni costo.

La scuola è altro e deve fare altro. La scuola basta a sé.

E di richiami ce ne sono molti anche a livello concreto: dall’importanza decisiva della competenza linguistica – senza la quale non si sarà mai alla pari dei più forti – alla centralità dell’educazione civica, che un recente provvedimento ha forse reintrodotto ma con modalità tutte da verificare. E quanto è importante l’attualità, il saper leggere un giornale, il conoscere il mondo, le questioni dell’oggi. Tutto questo dovrebbe far parte integrante di una scuola viva ora come lo era un tempo quella di Barbiana, una scuola che va difesa dai messaggi collettivi che – dai media al passaparola – diffondono una vera e propria celebrazione della scuola come luogo della noia per antonomasia.

Come sempre, anche il messaggio del Priore e dei ragazzi di Barbiana va attualizzato, fuori – sia detto chiaramente – da ogni donmilanismo e da ogni celebrazione agiografica. E va anche, in alcuni casi, sottratto ad alcuni equivoci che si sono sommati nel tempo, primo tra tutti l’atteggiamento ‘buono’ che l’insegnante donmilaniano sarebbe chiamato ad avere: un insegnante può anche essere severo, come lo era Don Milani (“Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare“), anzi a volte lo deve, pena il ridursi come una mia collega dichiaratasi seguace di Don Milani dove le mura delle cui classi, però, tremavano dalla confusione. Nella severità a volte necessaria c’è l’amore e, come dicono i ragazzi di Barbiana, “in questo secolo come vuole amare se non con la scuola?“.

Credits immagine: “Il maestro” di Fabrizio Silei e Simone Massi, Orecchio Acerbo editore

Che busta scegli? Tempo di concorsi, maturità, errori e risposte efficaci

in Maschile singolare di
Dalle 24 ore per organizzare una lezione al concorso docenti ai 60 minuti dove ti giochi la maturità. Il maestro Ivan non perde tempo: ecco le sue riflessioni

Allora, la cosa va così. Io ho un nipote che ha sette anni e che di punto in bianco mi chiede: “Ma l’infinito è pari o dispari?” Inizio a rispondere più o meno con parole di buonsenso, le parole di uno zio che si trova a costeggiare al baratro della matematica, ma sul più bello mi fermo perché ho l’impressione che la domanda sia molto più competente della risposta. Non è una bella sensazione, specie se sai l’immensa fiducia che il nipotino ripone nelle tue risposte. Ci vorrebbe un aiutino da casa, che so, una telefonata. Non squilla il telefono nel senso canonico, ma arriva un bip di Whatsapp. È una collega che mi chiede una mano per il concorso. Già, il concorso. Guardo negli occhi il nipotino che attende una risposta definitiva sull’infinito (matematico) e mi perdo dietro la siepe (poetica) del concorso docenti

Metto in stand by la matematica, d’altra parte mio nipote è molto tollerante con me, e provo a ragionare sul quesito della collega. Per chi non lo sapesse, il concorso oggidì funziona così: estrai una domanda e hai ventiquattr’ore di tempo per organizzare una lezione. Ventiquattr’ore, ai tempi di Whatsapp, è un tempo infinito, appunto. Il nipotino mi guarda da dietro gli occhiali e sembra domandarmi, severo: “E adesso che fai? Suggerisci?”. Mi vien da pensare che la collega non abbia scritto solo a me, ma abbia esteso l’SOS a tutti quelli che portano i capelli bianchi: è colpa lieve -me la gioco così – condivisa con tanti. Sì, dai, diamo una mano. Voglio bene alle mie colleghe, io. Apro il computer, sicuramente ho qualche file già pronto da passare, tutto sta a trovarlo.

Solo che c’è questa strana abitudine, questo modo di iniziare da Facebook prima d’ogni altra attività. Una scrollata, giusto per vedere quello che combinano gli amici. E così, tra la foto di un gatto e un piatto ben guarnito, mi ritrovo a leggere le considerazioni di un ragazzo che ha appena sostenuto la prova orale dell’esame di maturità. Già, la maturità. Per chi non lo sapesse, la prova orale dell’esame di maturità funziona così: tu arrivi, scegli una delle tre buste e parli per un’ora di quell’argomento lì, quello secretato dentro la busta. Un argomento che non sai, un argomento che non hai mai studiato, ma che ti deve servire per intavolare una discussione colta, brillante, possibilmente sicura.

Mondo cagnolino, non ho mica il coraggio di alzare lo sguardo. Sono sicuro che, negli occhi del nipote matematico, leggerei tutte le domande del mondo, altro che infinito. “Ma come”, questo sta pensando il piccolo, ne sono sicuro. “A voi gente grande e grossa danno un giorno intero per prepararvi e a questi pischelli appena spuntati li costringete a buttar giù un ragionamento in quattro e quattr’otto? Vi piace prendervela con i più deboli o che cosa?”.

Con le spalle al muro, prendo il coraggio a due mani e provo a cavarmela con la sincerità. È sempre la miglior cosa, la sincerità. “L’infinito”, dico, “non è pari o dispari, ma positivo e progressivo. Perché è la soluzione che ogni generazione dà agli errori della generazione precedente”. Ecco, l’ho detta, e il mio nipotino sorride, sdentato. Ha capito. Ha capito tutto. Non può essere diversamente.

Essere e fare scuola Montessori oggi: uno scorcio

in Approcci educativi/Tracce di scuola intenzionale di
Il docente deve offrire stimoli, nutrimento, sguardo senza cercare i riflettori ma soprattutto rinunciando ad interpretare la relazione educativa come centrata sul potere e sul controllo

Una classe Montessori è un cantiere. Un cantiere pieno – ma non troppo- di muratori, mattoni, cemento, attrezzato con tutto ciò che occorre perché la costruzione sia precisa, solida, sostenibile. Siete dei costruttori, bambini. Ciò che imparerete dipende da voi, io da maestra ho il compito di mettervi a disposizione un ambiente preparato perché possiate muovervi (si può davvero costruire qualcosa stando fermi immobili?) e gli strumenti e le occasioni adatti alle vostre forze e alle vostre capacità per realizzare il compito che portate dentro voi stessi, quello di imparare a imparare, così da poterlo fare sempre nel corso della vostra vita. Imparare attraverso la scelta autonoma e libera di ciò su cui sapete di aver bisogno di lavorare, attraverso l’autocorrezione che è l’unico modo perché l’errore possa davvero essere maestro (per dirla con Rodari…), attraverso quelle meravigliose astrazioni materializzate che una donna straordinaria ha pensato per voi ormai quasi 100 anni fa.

Astrazioni materializzate, così Maria Montessori chiamava i materiali di sviluppo che troviamo in ogni aula montessoriana, perché la mano è lo strumento dell’intelligenza e quei mattoni della conoscenza li afferro meglio se posso montare, smontare, associare, maneggiare i concetti matematici, geometrici, grammaticali. E la maestra (o il maestro, certo) cosa fa senza una cattedra? Il suo compito è altissimo ma difficile da interpretare correttamente, sta tutto in questo passaggio straordinario:
Questa è la nostra missione: gettare un raggio di luce e passare oltre. (…)
Stimolare la vita lasciandola però libera di svilupparsi: ecco il primo dovere dell’educatore. Per una simile e grande missione occorre una grande arte che suggerisca il momento giusto e limiti l’intervento: non disturbi o devii, senza aiutare, l’anima che sorge a vita e vivrà in virtù dei propri sforzi.

La maestra deve quindi offrire stimoli, nutrimento, sguardo senza cercare i riflettori ma soprattutto rinunciando ad interpretare la relazione educativa come centrata sul potere e sul controllo.

Pochi cenni ed è facile capire la completa assenza di rinforzi positivi e negativi, di premi e punizioni per orientare i bambini verso ciò che più o meno arbitrariamente consideriamo un comportamento adeguato, ma un’idea di disciplina visionaria perché si coniuga in modo strettissimo con quella di libertà, Non è detto che sia disciplinato un individuo allorchè si è reso artificialmente silenzioso come un muto o immobile come un paralitico. Quello è un individuo annientato, non disciplinato. Noi chiamiamo disciplinato un individuo che è padrone di se stesso e quindi può disporre di se’ ove occorra seguire una regola di vita.

Per me essere montessoriani oggi è ancora, purtroppo, portare innovazione nella scuola. Sì, purtroppo. Sarebbe infatti bello che le parole e le pratiche montessoriane fossero, come molti sostengono, superate e antiquate, sarebbe bello che la scuola avesse ovunque recepito questi principi: il bambino costruttore, la libera scelta, l’autocorrezione, l’ambiente preparato e funzionale, i materiali di sviluppo con le mani ponte tra la conoscenza e la realtà, l’autoregolazione. Invece è ancora una rivoluzione parlarne e ancora di più provare a fare scuola in questo modo, mantenendo quello sguardo sul bambino che va ben oltre e più in profondità delle sole procedure di presentazione dei materiali e di allestimento di un’aula da rivista

Ciò che però di più attuale ci lascia Maria Montessori e di cui abbiamo ancora bisogno in modo vitale come adulti che accompagnano i bambini nel loro costruirsi, è il senso ultimo del nostro lavoro educativo soprattutto oggi, quello di fare della scuola un presidio di giustizia e democrazia, di diritti e di costruzione del senso di appartenenza ad una comune famiglia umana. Gli uomini non possono più rimanere ignari di se stessi e del mondo in cui vivono: e il vero flagello che oggi li minaccia è proprio quest’ignoranza. Occorre organizzare la pace, preparandola scientificamente attraverso l’educazione.

Report da Mare di Libri, il festival che ogni docente dovrebbe conoscere

in Fiere & Festival/Fra cattedra e finestra di
La prima volta di Sabina Minuto: per formare una biblioteca di classe, per informarsi sulle ultime uscite, per incontrare autori e ascoltare gli adolescenti, Mare di Libri, a Rimini , è davvero imperdibile.

Non ero mai stata (per motivi scolastici) a Mare di libri, il festival dei ragazzi che leggono, in programma quest’anno dal 14 al 16 giugno 2019. Quest’anno non ho voluto perderlo. Vuoi per motivi personali di dolore profondo, vuoi perché sono dannatamente curiosa, vuoi perché era quasi necessario per me esserci credo di avere fatto la scelta giusta. È stata una esperienza esaltante. Cercherò di darne la mia piccola visione personale.

La parte straordinaria sono i ragazzi, tutti. La loro serietà quasi mette noi adulti in soggezione. Lavorano a turno in modo composto e professionale. Si preparano, sono puntuali, sono precisi. Ma tutto è in effetti eccezionale a Rimini in quei giorni. L’atmosfera è quella di una festa, non di una fiera per addetti ai lavori o per editori. Al centro ci sono i libri e il loro essere letti e criticati da lettori adolescenti. Non c’è una occasione migliore per avvicinarsi a nuovi testi, fare incetta di titoli, chiacchiere con autori che raramente trovi tutti radunati nello stesso luogo. Lí invece, vagando per il centro storico, li trovi disseminati in orari diversi, in contesti diversi, disposti a fare dichiarazioni e a firmare il loro libro. Se ti devi formare una biblioteca di classe o se vuoi informarti sulle ultime uscite devi essere a giugno in quel luogo.

Antonio Dikele Di Stefano al cinema Fulgor, Mare di Libri 2019

Cosa ho apprezzato di più? Sono rimasta profondamente colpita da Antonio Dikele Di Stefano. Conoscevo il suo libro “Non ho mai avuto la mia età“, Mondadori, ma l’ho comprato di nuovo per regalarlo a mio figlio, con autografo. Sí perché quando ha affermato che lui, da scrittore, “fa la sua piccola parte di rivoluzione scrivendo non solo scendendo in piazza” ( cosa che non ha fatto) mi ha reso chiaro ciò che ho sempre chiamato “fare la piccola differenza”. Ognuno al suo posto, dignitosamente, con gli strumenti che gli sono congeniali. I suoi sono pure i miei: i libri. Il suo ha pure vinto il premio finale. Ci speravo perché è potente. Non è un libro a tema. Non è un libro scritto per i giovani ma scritto da un giovane. Da quel giovane, con quella storia. Niente narrativa scontata, emerge il pensiero del protagonista (Zero) con una semplicità ma anche forza sorprendente. Lui, Antonio è sorprendente, quando dichiara di non essere scrittore, di non avere ancora imparato. Come tutti noi che sempre ci arrabattiamo per migliorare, migliorarci.

“Il razzismo viene dal potere”’ ha detto. L’ho scritto sul mio taccuino perché ci voglio riflettere con i ragazzi di quinta il prossimo anno. Non dall’ignoranza, come molti dicono, dal potere.

Poi ho scoperto una voce che non avevo mai udito e mi si è aperto un mondo, che io amo in particolare: lei è Isabella Leardini, il mondo è quello della poesia. Ho già letto due volte il suo libro appena acquistato “Una stagione d’aria” (Donzelli editore). Più lo leggo, più ci trovo me stessa. Forse succederà lo stesso ai ragazzi? Io ho fiducia nella poesia in mano agli adolescenti. So che può fare miracoli . Arriva molto di più al cuore dei ragazzi e in questo Isabella è stata maestra. “La poesia nasce dal segreto” ha detto. E chi di noi non ne ha uno? Isabella cura laboratori di poesia nelle scuole superiori. Ho già provato a prenotarla per il prossimo anno. Voglio che i miei ragazzi di terza incontrino lei e la sua fede nella parola.

Loro non sanno che la parola ha tanto potere, perfino quello di chiarire te a te stesso. O meglio lo intuiscono, ma devono saperlo di più, per farne uno strumento del loro percorso personale di crescita. Le parole, se le trovi in altri o in te, ti salvano la vita.

Poi ho di nuovo sentito parlare Gabriele Clima. Dici di nuovo perché mi onora della sua amicizia ed è venuto nella mia classe. La gentilezza che lo contraddistingue emerge perfino quando parla di un romanzo così forte come “La stanza del Lupo” (San Paolo). I miei studenti lo hanno amato. Nico era sempre qualcuno di loro, ogni volta che leggevamo. Le connessioni personali e con il mondo non si contavano. Le domande scaturivano originali sui personaggi e sulle loro scelte.

Perché un buon libro per i ragazzi a mio avviso deve lasciare domande e non fornire troppe risposte. Deve essere profondo ma gentile, scavare senza fare troppo male come da fare Gabriele.

Infine, ma non per ordine di importanza, vorrei ricordare Carlo Greppi. È uno storico prestato alla scrittura. Ha presentato con le domande dei ragazzi due suoi libri “Bruciare la frontiera” e “Non restare indietro” (Feltrinelli) che ho letto. È vero sono libri a tema, ma. Ma sono ben scritti. Del resto Grepppi è uno storico con una visione personale della storia. Ne ha parlato a Rimini. La sua visione della “storia piena di storie” di tante persone e non di date a me piace molto. Collegare avvenimenti e riflessioni importanti a vicende personali e umane inventate dall’autore può essere una chiave per discuterne in classe. Specie con alunni non lettori forti come i miei. Credo che in quinta, per l’anno prossimo, sceglierò uno di questi libri da leggere ad alta voce. Perché ciò mi permetterà di far godere di una storia, di una narrazione ma anche di introdurre avvenimenti e concetti storici importanti. Ad esempio il senso della parola “frontiera”. Cosa è per noi? Per chi esce? E per chi vuole invece entrare? Greppi ha messo insieme due storie diverse con due punti di vista diversi. Nella mia classe penso che la discussione sarebbe interessante e produttiva.

Per finire: sono davvero contenta. Sono rientrata “piena” come dai “viaggi”, non dalle vacanze, come mi piace dire quando parto e quando torno. “ Mare di libri” è un viaggio. Una esperienza.

Nuova maturità: in classe, immaginando un orale possibile

in Attività in classe/Fra cattedra e finestra di
Sabina Minuto all’Ipsia di Savona ha lavorato quasi solo con il metodo WRW e i suoi studenti affrontano la maturità. Le sue speranze, i suoi timori

Il 19 Giugno iniziano gli esami di maturità. È anche il mio esame, in fondo. Per la prima volta affronto un impegno così oneroso avendo lavorato quasi solo con il metodo del Writing Reading Workshop. Non è l’anno buono? O lo è? Tutte queste novità dell’ultimo secondo (oserei dire) sono un’opportunità per noi o una condanna? Che cosa temo? In cosa invece confido? Andiamo con ordine. Cambiare in corsa non è mai bello. Cambiare in corsa senza idee chiare è difficile. Cambiare in corsa senza ancora avere avuto al 30 maggio indicazioni certe sull’orale dei ragazzi (nemmeno l’USR ce le ha date) è una pazzia.

Detto questo io per natura sono per trovare soluzioni non per esasperare problemi che, in ogni modo, non ho creato io.

Quindi non mi sono mai disperata ma rimboccata le maniche. Questo nuovo esame a me (che cerco di lavorare su competenze non su presunti programmi) non dispiace. Anzi. Obietto solo che forse sarebbe stato il caso di prendere tempi più distesi e spiegarlo per bene a noi docenti in primis, e ai ragazzi. In secondo luogo ci sono incongruenze che vanno sanate e a cui credo dovrebbe mettere mano la singola commissione d’esame nella sua autorevolezza.

Cosa ho dunque fatto? È da settembre che in realtà io lavoro sulle immagini. In storia davvero funziona. Ci abbiamo pensato io e Grazia Amoruso di Bisceglie costruendo insieme percorsi e mini lessons per avvicinarli alla lettura e alla scrittura con un metodo che se non è WRW, poco ci manca.

Abbiamo cercato di dare ai ragazzi conoscenze fattive che diventino cultura condivisa e costruiscano pensiero

Abbiamo scritto tanto in classe: potenziando la fluency e lavorando per strategie, simulando sia io che gli studenti testi modello a cui fare riferimento. Questo lavoro ha cambiato davvero il modo di scrivere dei ragazzi. L’uso di testi mentore per me è davvero un grande punto di svolta. Analizzare, smontare, riscrivere è un modo per fare proprio e riprodurre. Le immagini rappresentano, per i nostri alunni con così tanti problemi nell’esposizione orale, un buon punto d’appoggio.

Avendo poi scoperto la questione delle tre buste mi sembrava di essere stata previdente. Ma qui tutto si è complicato: cosa ci debba stare dentro le buste nessuno credo lo abbia tanto chiaro. La norma è stata interpretata così tante volte in modi diversi che mi sono sentita persa. Non ho voluto agitare i ragazzi più del dovuto e quindi è da un po’ che cerchiamo di immaginarci un orale possibile. Io non credo che debbano “sapere tutto” come dicono i colleghi. Credo che debbano orientarsi usando competenze acquisite. In realtà questo orale dovrebbe addirittura semplificate non rendere difficoltoso il percorso.

Ma c’è un enorme problema: è un orale che dà per scontate le competenze o meglio che tutti abbiamo lavorato così. Non è vero. Vuoi per affezione a didattiche tradizionali, vuoi per tipologie di discipline, vuoi per altri miliardi di motivi così non è. Io me ne accorgo in questi giorni: nelle simulazioni i ragazzi fanno molta fatica. pensano anche in modo profondo ma poi magari non sanno del tutto i contenuti. Fanno connessioni interessanti e sanno farsi domande, ma cadono se si arriva al nozionismo.

Chi interrogherà i ragazzi quest’anno avrà un bel dubbio da discernere: COME? Il mio dirigente ci ha più volte spiegato che non si devono fare domande disciplinari (!) ma solo invitare a creare collegamenti. Lo studente si muoverà da solo per dimostrare davvero la sua maturità. Sarà fattibile? Non lo so. Io non sono preoccupata in effetti. So come ho lavorato. Ancora oggi abbiamo fatto l’ipotesi di trovarci di fronte alla foto del muro di Berlino e da lì i ragazzi hanno argomentato arrivando a Trump, i muri metaforici e fisici, i limiti, e altre idee interessanti. Basterà? Non lo so. Davvero non lo so. Credo non lo sappia nessuno.

Di una cosa sono sicura: io ho lavorato per l’esame ma a mio modo. E il mio modo implica l’insegnare ad annotare sempre nello schema a Y: impressioni, connessioni, domande. Sempre. Vedremo i risultati. So che sarà durissima. Che ci saranno sorprese anche negative. Rimpiango tanto di non aver avuto più tempo. Per il resto aspetto a vedere prima di dare un giudizio. E intanto cerchiamo di portarli tutti all’esame perché « la scuola pubblica li promuove tutti perché li prepara tutti” ovviamente ognuno a suo modo. Una riflessione che viene da lontano ma che dovrebbe guidarci ogni giorno nel nostro lavoro.

Didattica differenziata: dalla teoria alla pratica, mondi lontani

in Ora di Alternativa/Tavola Rotonda di
Sarah mazzetti didattica differenziata
Valerio Camporesi analizza la questione: una didattica differenziata per ogni alunno resta probabilmente un traguardo irrealistico, ma qualcosa si può e si deve fare

Per parlare di didattica differenziata si può partire dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo del 2012: “ogni scuola deve pensare al proprio progetto educativo per persone che vivono qui e ora, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato. Alla scuola l’arduo compito di praticare l’uguaglianza del riconoscimento delle differenze”. Si capisce fin da qui la complessità del tema, che tocca anche, ma non solo, le questioni degli alunni con handicap o altri deficit (più o meno chiaramente) accertati. Per loro infatti sono predisposti rispettivamente appositi piani educativi personalizzati (PEI) e una certificazione di bisogni educativi speciali (BES). E sono sigle che spesso alle orecchie degli insegnanti suonano come un incubo e che si traducono in quantità di modulistiche da riempire, spesso con fini meramente burocratici.

Ma il tema è molto più complesso e riguarda tutti gli studenti che possono essere inseriti in un’area di svantaggio, sempre più ampia anche a causa degli effetti delle disparità economiche e sociali sempre più marcate.
La scuola ha indubbiamente fatto un suo percorso verso l’elaborazione di una pluralità di forme e contenuti differenziati al fine di raggiungere quelli che – anche in sede di documentazione europea – vengono definiti i grandi obiettivi della scuola: inclusività, intelligenza e sostenibilità. I programmi stessi sono ormai adeguati a questa esigenza, tanto che – a testimonianza di questa ‘flessibilità‘ – anche in sede ministeriale si parla di Indicazioni e non di programmi ministeriali.

Fin qui tutto bene: sorge, in seguito, una domanda: come attuarla davvero, la didattica differenziata? Si può davvero pensare di non trovarsi di fronte alle solite grida manzoniane quando pensiamo alle classi delle nostri scuole, spesso sovraffollate e prive di mezzi e strutture adeguati?

È, questo, uno dei tanti casi in cui alle parole non sempre sembrano corrispondere i fatti che, in parte, hanno preso una piega opposta
Per citare un esempio: le ore di compresenza introdotte negli anni Ottanta, quattro ore assai preziose nelle quali la classe veniva divisa in due o più gruppi differenziati per fasce di livello permettevano che la didattica differenziata venisse svolta davvero. Purtroppo, come è noto, le ore di compresenza sono state eliminate dalla riforma Gelmini.
Spesso si dice riforma, ma si legge “tagli selvaggi finalizzati a ragioni di bilancio” (e di distruzione consapevole dell’istruzione pubblica?).
Di riforma, in effetti, si dovrebbe parlare solo nel caso di una modifica fondata su studi scientifici e valide ragioni pedagogiche, elementi assenti in questa come in molte altre … riforme.

È, invece, questa dell’inclusività, una sfida decisiva per la scuola e la società italiana, se davvero si vuole ridurre la crescente emarginazione degli strati sociali più deboli.

Basti pensare alle esigenze che vengono dal mondo degli alunni stranieri: manca una seria programmazione – con tanto di investimenti – sui laboratori di Italiano lingua 2.
E sono sempre maggiori i condizionamenti che le disparità di ceto sociale determinano sui percorsi di vita degli studenti che trovano sempre più raramente ella scuola un luogo in cui colmare lacune di partenza dovute al loro status sociale.

Non si può far niente, dunque? Niente affatto: ogni scuola è un mondo a sé, con risorse esperienze e persone diverse, e non mancano casi in cui la differenziazione della didattica può essere praticata.
Una parte la può giocare anche il dirigente scolastico, intervenendo nell’organizzare modi e tempi dell’attività didattica e insistendo verso una didattica inclusiva.

Qualcosa (più di qualcosa) può fare l’insegnante: acuire il suo sguardo, per esempio, e saper cambiare di volta in volta. Non tutte le classi sono uguali. Una didattica differenziata per ogni alunno resta un traguardo irrealistico ma un insegnante che ascolta può decidere quali strategie usare.
Banalmente, magari in una classe è meglio non intestardirsi con il Parini (con il dovuto rispetto) ma trovare alternative, leggere insieme qualche pagina del giornale o, magari, vedere insieme un approfondimento sull’attualità.

Perché – una cosa è certa – se la scuola negli anni non è ancora cambiata abbastanza, gli studenti lo sono senz’altro.

Credits immagine: Sarah Mazzetti http://www.bolognachildrensbookfair.com/media-room/photogallery/illustratori-selezionati-2019/9141.html

Chi ha paura del libro cattivo?

in Attività in classe/Sentieri tra i banchi di
Billi acchiappa paura
Attività sulla paura rivolte ai bambini della scuola primaria – ma che possono essere declinate anche per la scuola dell’infanzia – seguite da specifiche letture da fare insieme

La paura è un’emozione che fa parte del nostro patrimonio genetico, una sensazione forte che tutti noi conosciamo, ed è presente e visibile fin dalla nascita.

Da un punto di vista biologico, quello che accade è una specie di incredibile e super velocissima reazione a catena: l’ipotalamo, posto alla base del cervello, produce un ormone, che a sua volta stimola l’ipofisi, la quale secerne un altro ormone che entra nel sangue, il quale a sua volta spinge i surreni a produrre altri ormoni, che a loro volta metabolizzano gli zuccheri e regolano l’equilibrio idro-salino… insomma, roba da paura davvero!

Ok, viene da dire, ma tutto questo a cosa serve? La risposta qui è un po’ più semplice (si fa per dire…), perché la paura, come tutte le altre emozioni, è come una cara vecchia amica che, se tenuta sotto controllo e se sappiamo ascoltarla, può darci dei giusti consigli per vivere meglio.

Perché allora non lavorarci in classe? Giocare con la paura non solo è divertente, ma anche stimolante per tutti i bambini! Quella che vi proponiamo, dunque, è un’attività sulla paura rivolta ai bambini della scuola primaria – ma che può essere declinata anche per la scuola dell’infanzia – seguita da specifiche letture da fare insieme.

Da dove cominciare? Ma dalla domanda più importante… sì, ma qual è? Probabilmente la maggior parte dei bambini dirà: che cos’è la paura? No, non è questa… è una domanda importante, certo, ma non molto utile, e poi rischiamo di perderci. La domanda giusta è: a cosa serve la paura?

Proviamo a partire da qui, ponendo questa domanda ai bambini, poi ascoltiamo le risposte e annotiamo le più interessanti alla lavagna. Aiutare la discussione, dicendo che la paura è un po’ come il dolore.

Spieghiamo ai bambini che il senso del dolore che tutti noi possiamo avvertire, ad esempio se qualcuno ci pesta un piede mettiamo una mano su un oggetto molto caldo, non è altro che un messaggio spedito al nostro cervello, un messaggio repentino che ci avverte di una cosa importante: togli subito quel piede (o quella mano) da lì, altrimenti potresti farti molto male!

Se ci pensiamo bene quindi, avvertire il dolore, anche se non ci piace, è una cosa positiva. Beh, la paura, se vogliamo, funziona un po’ allo stesso modo. La paura è un’emozione che, fin dalla nascita, ha lo scopo di informarci dei pericoli, è come una specie di sentinella che ci dice: ‘Fai attenzione, potrebbe capitare qualcosa di poco piacevole’, e quindi è meglio organizzare una difesa.

E la cosa straordinaria è che la paura ci suggerisce ogni volta come comportarci: di fuggire subito, di rimane immobili, addirittura di contrattaccare!

Adesso è arrivato il momento di dare un volto alle nostre paure. Sì, perché la paura può avere tante facce e un buon modo per esorcizzarle è visualizzarle. Chiediamo dunque a ognuno di raccontare la propria: possiamo parlarne tutti insieme, dando il tempo a ognuno di parlare; possiamo scriverle su un foglio, ognuno la propria, poi leggere i “messaggi” a voce alta e metterli tutti in una scatola, la scatola delle nostre paure, che terremo da qualche parte nascosta in aula; ma possiamo anche, con i bambini più piccoli, provare a disegnarle e appenderle poi su un grande
cartellone-mostro!

Possiamo concludere l’attività con delle letture. Per la scuola dell’infanzia, proponiamo: Lupo lupo, ma ci sei?, edito da Giunti editore, un classico scritto da Giusi Quarenghi e illustrato da Giulia Orecchia, per divertirsi con la paura e cercare un lupo… che non c’è!

Il mostro peloso, edito da Emme edizioni, una storia di Henriette Bichonnier che racconta in maniera umoristica la fiaba della Bella e la Bestia.

Per la scuola primaria, invece, proponiamo:
Billi Acchiappapaura, edito da Librì progetti educativi, di Maria Loretta Giraldo e Giulia Orecchia, per scoprire tutte le paure dei bambini: del buio, dei temporali, di non piacere agli altri…

E Fiabe da far paura (appena appena, non tanto), edito da Mondadori, che raccoglie una scelta delle straordinarie Fiabe italiane di Italo Calvino.

La telecamera in classe è davvero una buona idea?

in Maschile singolare/Tavola Rotonda di
sicurezza
La riflessione del maestro Ivan sull’ultima novità in fatto di sicurezza: la telecamera in ogni classe un po’ ci sta. Però a pensarci bene…

Quando ho sentito questa cosa della telecamera nelle scuole, mi sono detto: “un po’ ci sta”.

In un Paese che non si fida più dei politici, di quelli che vengono da fuori e che guarda con un po’ di sospetto anche chi ha un mega curriculum, perché ci si dovrebbe fidare degli insegnanti?

Così, quando ho letto che dopo gli asili e le scuole dell’infanzia le telecamere dovrebbero essere accese anche nelle classi dei più grandi, mi sono detto: “un po’ ci sta”, specie perché dovrebbero servire per difendere prof. e maestri dalle aggressioni di studenti e genitori.

Per quanto mi riguarda, a parte la scocciatura di vestirmi da fighetto tutti i giorni (perché se so che c’è una telecamera in giro, un po’ ci tengo a non fare brutta figura), per il resto non ho problemi con le telecamere, io. Non voglio dire di trovarmi a mio agio, ma un po’ di spettacolo posso pure farlo.
Solo che questi signori che hanno pensato di mettere le telecamere nelle scuole son tutte persone che hanno dimenticato i detti antichi, quelli di una volta. Prova a seguirmi.

Il genitore è a casa o al lavoro o per strada e dà un occhio al telefonino per vedere quel che succede a scuola. A questo punto, il povero genitore, magari un papà, vede il proprio figliolo alzar la mano e prendere la parola:
Ieri mio papà ha dormito sul divano e la mamma ha pianto. E tanto, anche.” Son cose che capitano. Sì, certo, il papà può dormire sul divano, poverino, ma capita soprattutto che i bambini raccontino tutto quel che succede a casa.

Il segreto familiare non esiste, a scuola. I bambini depositano sulla cattedra dei maestri intenzioni di voto, giudizi sui vicini, evasioni fiscali, truffe anche solo immaginate, piccole diatribe e grandi guerre. Fortuna che a scuola ci sono i maestri, gente seria e capace di filtrare.

Per tornare ai detti di una volta, quello che i signori delle telecamere non hanno preso in considerazione è che “il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”.

Tu pensi un modo per controllare quello che succede in classe e ti ritrovi in mano uno strumento per sputt… (sì insomma hai capito) la famiglia: la mamma ieri è tornata a fare la ceretta dopo mesi perché esce con le amiche e il papà non l’ha presa bene (o viceversa, non vorrei essere accusato di sessismo).

E non pensare che basti togliere l’audio: come controllare la pressione psicologica, la violenza verbale? Come fidarsi pienamente del cinema muto?

Ecco, la conclusione è banale, ma come tutte le cose banali di tanto in tanto va ricordata perché la gente dimentica facilmente le conclusioni banali e i detti antichi.

La crescita è una grandiosa manifestazione di fiducia. Nessuno è mai diventato realmente grande sotto lo sguardo indagatore delle telecamere, degli educatori, dei genitori. Tu dai fiducia e il bambino ti torna a casa con l’esperienza, il confronto, l’elaborazione di un punto di vista diverso.

La fiducia è il più grande antidoto alla paura e forse per questo fa così paura.

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Il ricalco, scrive Sabina Minuto, ti obbliga a smontare un testo, conoscerne la struttura e rimodellarla sul pensiero o sentire personale. Non è parafrasare: é carpirne fino in fondo i segreti
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catalizzatori
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La riflessione di Sonia Coluccelli sui test Invalsi (italiano, matematica e inglese) previsti, nei prossimi giorni, nelle seconde e quinte primarie
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Inclusione scolastica: in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down (il 21 marzo) alcune riflessioni e qualche suggerimento.

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Rubriche

Fra cattedra e finestra

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