Non solo ricreazione: giochi senza frontiere didattiche

in Giochi senza frontiere didattiche/Tavola Rotonda di
Giovanni Lumini, ludologo e titolare di un negozio di giochi a Firenze, si presenta e ci parla dell’importanza del tempo del gioco (anche) a scuola

La parola “serendipità”, neologismo poco usato nella lingua italiana, deriva da Serendip, l’antico nome persiano di Sri Lanka. Il termine fu coniato dallo scrittore Horace Walpole, ispirato dalla lettura della fiaba persiana “Tre prìncipi di Serendip” di Cristoforo Armeno nel cui racconto i tre protagonisti trovano sul loro cammino una serie di indizi, che li salvano in più di un’occasione. Serendipità è lo scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. Ma il termine non indica solo fortuna: per cogliere l’indizio che porterà alla scoperta occorre essere aperti alla ricerca e attenti a riconoscere il valore di esperienze che non corrispondono alle originarie aspettative.

Nel 2007 a Maggio ero a Edimburgo, in Scozia, in missione per presentare un workshop a una conferenza e l’occasione è stata quella di tornare a visitare una delle più interessanti città d’Europa e, perché no, anche
la National Gallery of Scotland. Qui del tutto inaspettato e, come i tre prìncipi di Serendip senza cercarlo, appare un quadro: De dorpsschool volgens (La scuola del villaggio) di Jan Steen (1672), capolavoro che
mostra, “in tutto il suo splendore”, una classe “incasinata”. Da Steen, osservando bene quel quadro “estremo”, possiamo cogliere un messaggio: a scuola ci può essere anche un tempo “non didattico”, non strettamente indirizzato a un apprendimento di tipo “scolastico”.

Quando devo scrivere una mia mini biografia di presentazione di solito scrivo che “mi occupo di gioco praticamente da quando sono nato” e tutta la mia esperienza, ormai trentennale, come animatore, formatore, esperto ludico e da quattro anni anche come titolare di Parpignol, negozio di giochi a Firenze, è fortemente impregnata di gioco, di dinamiche ludiche, dell’idea che il gioco è un fenomeno culturale di straordinaria portata. É molto sconfortante invece vedere che in Italia, in generale, il gioco viene visto come tempo libero o tempo perso o tempo per riprendersi dal lavoro, e non come tempo di vita, parte essenziale della vita, non solo dei bambini ma anche dei giovani, degli adulti e degli anziani.

Ma l’aspetto che ritengo sia purtroppo molto “italiano” è quello, forse ancora peggiore, legato a un’accettazione del gioco solo a patto che questo sia configurato e fortemente caratterizzato come “un mezzo per imparare”. In questo senso, in Italia, a scuola il gioco purtroppo entra poco. Può entrarvi a patto che sia proposto come mezzo “didattico”. La scuola è una “cosa seria” e quindi se il gioco dovesse mai entrarvi è essenziale che sia controllato attentamente e sia strettamente legato a “imparare le discipline”. Se c’è un secondo fine, però, questo tempo è solo apparentemente di gioco e il gioco scompare nel momento esatto in cui perde la sua natura fondamentale: essere libero.

Sento molto la responsabilità di diffondere l’idea che giocare non è un atto neutro, e che giocare deve avere diritto di cittadinanza in ogni situazione, scuola compresa: che anche a scuola il tempo del gioco è fondamentale e deve andare anche al di là della ricreazione: deve essere una proposta diretta dell’insegnante in orario “scolastico”, di un’insegnante consapevole del valore del gioco sia nell’aspetto relazionale sia nella sua valenza insita di apprendimento, meno formale certo, ma non meno importante. Per fortuna il mondo del gioco da tavolo in Italia è un po’ cambiato negli ultimi anni e non esistono solo Monopoly, Risiko, Indovina Chi?, Forza 4, Scarabeo, Cluedo e Uno, tanto per citare i soliti classici. Ci sono giochi da tavolo migliori di questi, validissimi per essere utilizzati in classe e pronti per far parte di un’ideale ludoteca di classe. Ma sono necessari anche insegnanti che credano in questi giochi e siano disponibili a utilizzarli come uno straordinario strumento operativo. Nei prossimi articoli quindi vi farò conoscere degli straordinari giochi, sperimentati più e più volte in tante occasioni, con le età più disparate e anche a scuola, in classi di ogni ordine e grado, affinché piano piano, magari in ogni classe, si formi quella ludoteca ideale.

Tornando a Steen e al suo mirabile quadro, un particolare interessante è un ragazzino sulla destra che offre un paio di occhiali a un gufo, rappresentando con l’azione un proverbio olandese: A cosa serve dare una candela o un paio di occhiali se il gufo si rifiuta di vedere? Vorrei riuscire a dare candele e occhiali a tutti quelli che ancora non vedono che il gioco è rivoluzionario, che insegna, che favorisce le relazioni positive fra gli individui. Vorrei trovare, in questo senso, sempre meno persone che si rifiutano di vedere e sempre più persone che accettando occhiali e candele, per serendipità, improvvisamente aprono gli occhi e vedono, vedono “il gioco”. Come disse il ricercatore biomedico americano Julius H. Comroe:
«la serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino».

Rubriche

Giochi senza frontiere didattiche

di Giovanni Lumini

Ora di Alternativa

di Valerio Camporesi

Fra cattedra e finestra

di Sabina Minuto

Maschile singolare

di Ivan Sciapeconi

Tracce di scuola intenzionale

di Sonia Coluccelli

Sentieri tra i banchi

di Fabio Leocata

Virgolette

di Paola Zannoner

Luoghi Interculturali

di Mariangela Giusti

La Facile Felicità

di Renato Palma

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