Marie-Louise Gay quinta

Prima, seconda, terza, quarta, quinta … Eppoi ciao! Anzi, no, arrivederci!

in Maschile singolare di
Il maestro Ivan Sciapeconi  ci porta alla fine di un anno scolastico, ma non di uno qualunque, di quello che fa la differenza tra il prima e il dopo, tra il tu e il lei. Benvenuti in quinta elementare.

Ecco, a me piace quando i bambini se ne vanno: mi piacciono i saluti finali, l’ultimo giorno di quinta, il ciao ciao del sipario che scende. Fetente? Ma no… è il ciclo della vita. Almeno per i maestri. Tu sei lì e in prima ti arrivano degli gnometti, tutti in punta di piedi per arrivare a vedere cosa c’è sulla cattedra. E poi ti si aggrappano alle gambe, i bimbi di prima, difendono Babbo Natale dai laici e dai cinici e non ti chiedono posso andare in bagno, ma devo far la cacca. Papale papale.

Poi ti arriva un indistinto giorno di quinta e ti accorgi che quegli stessi bambini stanno a fatica dentro i banchi. Appena possono, fanno i balli di Youtube e ci tengono a dirti che sarai pure nabbo, perché non stai su Fortnite, ma farebbero volentieri un camperone a casa tua. Sei un raga della banda, anche se sei maestro e, certo, torneranno a trovarti, l’anno prossimo. E allora capisci che sì, forse è meglio lasciarli andare. E se lo vorranno, effettivamente, sapranno dove trovarti: alle prese con quelli nuovi. Nuovi gnometti in punta di piedi che cercano di capire cosa c’è sopra la cattedra.

E sì, qualcuno torna pure. Lo trovi un po’ sformato, a dire il vero, con i brufolini e la voce che non sai se è di contrabbasso o di flauto dolce. Quelli che tornano troppo presto un po’ ti fanno preoccupare: chissà cos’hanno trovato là fuori, di brutto, da riportarli indietro in così poco tempo. Gli altri, quelli che ti vengono a salutare più avanti, tu li accogli come quando erano bambini, ma bambini davvero, solo che ogni volta è la stessa storia.

«Buongiorno, come sta?»“” Così, dicono. Ed è un saluto che proprio non ti aspetti.
«Come sta chi?» Rispondi, un po’ da stupidello, esattamente come facevi quando ancora erano alunni tuoi.
«Lei»
«Lei? Casomai lui… va@@aboia, io sono ancora un maschio».
Confusione, evidente. Sparata a mille. Allora sei fetente. Be’, sì, effettivamente vista così può essere. Il fatto è che proprio questa storia del saluto mica mi va giù, mi sta proprio sul gozzo.

Facci caso.

Intorno a te c’è solo gente molto friendly, gente che fa la moderna e ti dà del tu. Vai a comprare dei vestiti e i commessi ti danno del tu. Avranno trent’anni meno di te e ti danno del tu. Vai dal prete e questa volta tocca a te dargli del tu, perché anche lui ci tiene a fare il moderno e non è che lo puoi offendere. Con il dottore? Stessa cosa. E adesso ci si mettono anche i presidi: ne conosco almeno una decina che hanno deciso di cancellare il lei. Siam tutti lì, tutti più o meno anglosassoni: il tu dallo spazzino alla regina. È democratico, facile, moderno.

E gli unici moderni davvero, i ragazzi, quelli che per fare due passi prenderanno un taxi per la Luna, non possono farlo. Io quasi quasi non glieli mando più, i miei alunni, alle medie.

Illustrazione di copertina di Marie-Louise Gay

Rubriche

Fra cattedra e finestra

di Sabina Minuto

Giochi senza frontiere didattiche

di Giovanni Lumini

Didattica e diritto

di Gianluca Piola

Ora di Alternativa

di Valerio Camporesi

Maschile singolare

di Ivan Sciapeconi

Tracce di scuola intenzionale

di Sonia Coluccelli

Sentieri tra i banchi

di Fabio Leocata

Virgolette

di Paola Zannoner

Luoghi Interculturali

di Mariangela Giusti

La Facile Felicità

di Renato Palma

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