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Invalsi: pensieri bambini e cronometro, mondi inconciliabili?

in Tracce di scuola intenzionale di

La riflessione di Sonia Coluccelli sui test Invalsi (italiano, matematica e inglese) previsti, nei prossimi giorni, nelle seconde e quinte primarie

Si celebra in questi giorni per i bambini di seconda e quinta primaria un momento ormai rituale della scuola italiana con la somministrazione (termine già molto suggestivo del clima e delle logiche di queste ore) dei test Invalsi di accertamento delle competenze dei bambini in italiano, matematica e inglese (solo per la classe quinta).

Il tutto dovrebbe servire per una rilevazione su scala nazionale del livello di conoscenze e competenze raggiunto dalle diverse classi, operando con criteri di comparazione di risultati medi. Si tratta di test molto differenti dalle prove di verifica che normalmente vengono proposte dagli insegnanti e che riempiono i vari libri ed eserciziari in uso nella scuola.

Vengono somministrati dei test senza alcuna differenziazione obbligatoria visto che prevederla o meno è a discrezione della scuola: “Le alunne e gli alunni con disturbo specifico di apprendimento (DSA) partecipano alle prove INVALSI di cui agli articoli 4 e 7 del decreto legislativo n. 62/2017. Per lo svolgimento delle suddette prove il consiglio di classe può disporre adeguati strumenti compensativi coerenti con il piano didattico personalizzato” (nota MIUR n° 1865 del 10-10-2017). Per gli alunni che presentano disturbi di apprendimento o per gli alunni migranti con ancora limitata competenza nella lingua italiana nulla di specifico è previsto, incredibilmente.

Per gli alunni che presentano disturbi di apprendimento o per gli alunni migranti con ancora limitata competenza nella lingua italiana nulla di specifico è previsto

L’ansia da valutazione che prende per l’occasione la gran parte degli insegnanti (oltre all’effetto alone che possiamo immaginare essa abbia sui bambini) porta a cercare di evitare “brutte figure” con un allenamento intensivo che inizia almeno un paio di mesi prima e che porta sia in orario scolastico che nei compiti a casa a simulazioni della prova stessa e ad esercizi per affinare la comprensione delle domande. Esistono ormai tomi e siti internet pieni delle prove degli scorsi anni o di test analoghi per impostazione e contenuti.

Senza un buon allenamento registrare una buona prova il giorno fatidico è infatti molto difficile; già, perché la formulazione dei quesiti non è proprio immediata, anche per un adulto competente messo di fronte alle domande cui dovrebbe rispondere un bimbo di seconda elementare in poco tempo e in una condizione di presumibile agitazione data dal trovarsi in una situazione di verifica così caricata di significati e con di fronte un insegnante semisconosciuto. Domande trabocchetto a cui sopravvivere, appunto, solo con molte simulazioni che hanno il solo scopo di superare con risultati dignitosi, rispetto alla famosa media nazionale, la prova.

le simulazioni hanno lo scopo di superare con risultati dignitosi, rispetto alla famosa media nazionale, la prova

Un problema dell’insegnante questo, direi, meno dei bambini che dell’immagine e della collocazione in una scala nazionale della loro classe e della scuola a cui sono iscritti interessa forse
pochino. Ore, giornate, perse (e non ho dubbi nell’affermare che lo siano) per evitare di finire sotto quella media, quando poi mancano i momenti, pena l’inammissibile non conclusione della programmazione definita ad inizio anno, per organizzare un progetto espressivo, un’uscita in più sul territorio, un approfondimento stimolato dalla curiosità di uno o più bambini.

Tutto per rimanere in una logica di valutazione del sistema che, dopo l’imposizione dei voti numerici a bambini di sei anni, suggerisce che sia la furbizia, prima e dopo, a salvare i nostri bambini da una riflessione critica sugli esiti dei percorsi di apprendimento che realizziamo, e della fragilità di essi, di cui invece abbiamo riscontro in altri tipi di misurazioni delle competenze su scala europea.

Il giorno delle prove Invalsi nella scuola primaria è possibile scegliere, da insegnanti e da genitori se partecipare o meno a questo rito, se salire o meno su questa giostra. Per i docenti è possibile aderire ad uno sciopero indetto nelle giornate delle prove e per i genitori è possibile compiere il proprio gesto di obiezione non mandando a scuola i figli per quelle ore della mattinata. Una possibilità di scelta alternativa e di coerenza con la propria coscienza e convinzione esiste, sempre. Teniamolo presente.

Una possibilità di scelta alternativa e di coerenza con la propria coscienza e convinzione esiste, sempre

I bambini verranno fatti sedere “in banchi disposti in fila opportunamente distanziati”, dice la comunicazione per gli insegnanti, e i test verranno somministrati da un docente diverso dall’insegnante di classe che per un tempo rigorosamente stabilito verificherà che ciascun bambino risponda senza suggerimenti, senza confrontarsi con nessuno, solo cercando tra le parole di quel foglio e nella sua mente un po’ sottosopra per lo straniamento di una situazione a cui “i grandi” sembrano dare tanta importanza, la risposta giusta su cui mettere la crocetta. Penso ai bambini della seconda Montessori con cui lavoro, penso al nostro progetto di una scuola che vede il bambino, lo vede e lo rispetta, lo attende, lo ascolta.  Di una scuola che ha fiducia nelle risorse diverse che ciascun alunno porta dentro di sé e nel gruppo con cui percorre questa strada.

Penso a Franco Lorenzoni, invitato in università, convegni, studi televisivi che spiega con parole perfette come funziona la mente dei bambini:  “I pensieri dei bambini sono sottili. A volte sono così affilati da penetrare nei territori più impervi arrivando a cogliere, in un istante, l’essenza di cose e relazioni. Ma sono fragili e volatili, si perdono già nel loro farsi e non tornano mai indietro. Così alla maggior parte delle bambine e dei bambini non è concesso il diritto di riconoscere la qualità dei propri pensieri e rendersi conto della loro profondità. A molti non è concesso neppure arrivare ad esprimerli, perché un pensiero che non trova ascolto difficilmente prende forma e respiro. Una moltitudine innumerevole di associazioni, intuizioni, connessioni e vere e proprie folgorazioni infantili restano dunque nascoste sotto terra, scavando un labirinto di canali che non arriveranno mai alla luce del sole, perché privati della dignità che nasce dal credere nella propria capacità di pensiero“.

Che distanza, che abisso tra questi due sguardi, tra questi due modi di pensare il fare ed essere scuola! Le prove Invalsi e il rispetto dei bambini, dei loro pensieri sottili. Inconciliabili. Come maestra e come mamma non ho dubbi: o di qua o di là. Almeno in questi due giorni. Io quindi sciopero. Non sarò a scuola a somministrare nulla, su questa giostra non salgo.

E ringrazio quei piccoli sindacati di cui poco si parla per il fatto di garantire a me, e a chi quei test li sente incompatibili con la propria storia dentro la scuola pubblica, il diritto di esprimere la propria posizione in modo così chiaro, il diritto ad un’obiezione di coscienza che mi fa ritrovare il respiro scoperto quando da ragazzina ho capito che potevo scegliere da che parte stare. Di anni a ottobre ne compio 49 ma oggi quando ho messo la crocetta nella casella del sì allo sciopero e no alle prove INVALSI mi batteva il cuore come quando sono andata a votare la prima volta.

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