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Antonella Capetti, la maestra che va… A scuola con gli albi

in Approcci educativi di
Intervista ad Antonella Capetti, insegnante di scuola primaria e autrice del saggio “A scuola con gli albi” (Topipittori). Il grande vantaggio di conoscere approfonditamente la letteratura per l’infanzia, dice, consiste nella possibilità di costruire, prima nella propria mente, poi in classe, una solida rete di connessioni.

Il dibattito attorno alla promozione alla lettura e ai risultati prodotti in questi ultimi anni, da parte di chi se ne è occupato a vario titolo e nei luoghi più variegati, è all’ordine del giorno e quanto mai acceso. Nelle scuole spesso si fa ricorso a operatori esterni e le iniziative di promozione del libro sono veri e propri eventi. Come si fa promozione alla lettura in classe, invece, e come questa pratica possa diventare parte dell’attività didattica lo abbiamo chiesto ad Antonella Capetti, insegnante da sempre di scuola primaria.
«Mai riesco a utilizzare il termine “promozione” accostato alla parola, per me mirabile, “lettura”. La promozione mi sembra sempre abbia a che fare con un ambito prettamente economico (non riesco a non pensare alle promozioni degli articoli in vendita), o alla promozione come passaggio da un grado (scolastico, lavorativo) a quello superiore. Per me esiste solo l’educazione alla lettura: sicuramente perché, essendo insegnante, il termine educare fa parte della mia vita, del mio lavoro, di ciò in cui credo fermamente; ma, soprattutto, perché l’educazione è una pratica quotidiana, che si dà, a mio parere, solo in presenza di una relazione efficace. Così io penso che l’educazione alla lettura a scuola non possa essere soggetta alle regole dei progetti, che sono episodici e spesso contrassegnati da iniziative particolarmente “visibili”, ma debba avere la sua principale caratteristica nella quotidianità: leggere a voce alta, fin dalla prima infanzia, leggere tutti i giorni, leggere più volte al giorno; e lasciare che i bambini abbiano sempre a che fare con i libri, non considerarli intoccabili, ma sempre a disposizione di quelle piccole mani e di quegli occhi che stanno crescendo. Preferisco correre il rischio di un libro stropicciato o segnato che aver perso anche un solo lettore o una sola lettrice. Io credo che solo così l’educazione alla lettura possa diventare momento essenziale della vita di un bambino o di una bambina».

l’educazione è una pratica quotidiana

È una differenza linguistica importante quella che suggerisci, una riflessione sul significato delle parole e sul valore che attribuiscono alle cose e ai gesti. Una riflessione dalla quale ripartire. La lettura quotidiana in classe e l’esposizione costante ai libri in una scuola, per una buona pratica educativa, presuppone la presenza di una biblioteca di classe e/o di una biblioteca scolastica, con tutti i problemi annessi e connessi alle due situazioni, reperibilità dei fondi, educazione del genitore, rispetto per i bambini quando si dona un libro. Come ti organizzi nelle tue classi?
«Utilizzerei il condizionale: presupporrebbe. Purtroppo, non sempre tutto quel che è auspicabile è anche concretamente possibile: spesso mancano gli spazi e, soprattutto, i fondi necessari. E allora, si fa virtù di quell’arte, tipicamente italiana, chiamata “di arrangiarsi”: si creano dei piccoli spazi riconoscibili all’interno delle aule, gli insegnanti portano i propri libri o si convenzionano con le biblioteche civiche, oppure, ancora, suggeriscono alle ragazze e ai ragazzi, in particolare ai più grandi, di portare i propri libri per creare una piccola biblioteca di classe. In questo modo, è più probabile che i titoli siano aggiornati e, soprattutto, che rispecchino davvero i gusti e le passioni dei lettori, e non quelli degli adulti di riferimento.
Da noi – quest’anno ho le prime – il cambio del libro è sempre un momento particolarmente atteso: il venerdì pomeriggio togliamo da un vecchio scaffale tutti i libri, li disponiamo sui banchi e dedichiamo il tempo necessario alla scelta».

Una delle cose che mi ha colpita di quello che scrivi nel tuo saggio A scuola con gli albi edito Topipittori è che a un certo punto tu dici di riprendere in una terza l’albo illustrato che avevi letto in prima facendo due operazioni importanti: la prima è dimostrare che gli albi illustrati non sono solo per i più piccoli o patrimonio della scuola dell’infanzia, molte insegnanti preferiscono prime letture non sempre di qualità a vantaggio di un testo più lungo, con tante parole. E la seconda è che riprendi per un nuovo approfondimento un libro già letto. È un lavoro che programmi o è solo una coincidenza? È possibile secondo te costruire un percorso di lettura e riflessione su più anni?
«Nel ciclo precedente, la lettura ad alta voce degli albi illustrati mi ha accompagnato dalla prima alla quinta, e credo che sarà così anche per questo nuovo ciclo. Certo, ci sono state anche letture di testi più lunghi e di veri e propri romanzi. L’albo però, rispetto a questi ultimi, ha l’indubbio vantaggio di essere doppiamente inclusivo, perché alla lettura ad alta voce da parte dell’insegnante si unisce l’ulteriore – e altrettanto significativa – possibilità di interpretazione e comprensione, ovvero la lettura delle immagini. Questo è vero sia per bambini e bambine di 6 anni sia per ragazze e ragazzi più grandi, tanto che so di colleghi della secondaria, sia inferiore che superiore, che continuano ad utilizzare gli albi illustrati come attivatori, in particolare per la scrittura. Difficilmente riesco a programmare letture a lungo termine, soprattutto perché, nella scelta di queste come dei temi, preferisco seguire le suggestioni che derivano dalla vita quotidiana e dalle riflessioni condivise in classe con bambine e bambini. Quando è capitata la rilettura di uno stesso albo a distanza di anni (penso, ad esempio, a A che pensi, di Laurent Moreau, Orecchio acerbo, letto e rielaborato, anche graficamente, sia in prima che in quinta), ciò è avvenuto proprio sulla spinta di una riflessione condivisa sulla crescita e sul potere e l’importanza del proprio pensiero».

Come affronti la lettura a voce alta in classe, quali sono le modalità di approccio al libro. Scegli tu in base al tuo gusto, a tematiche magari emerse in classe o ti fai aiutare dai bambini?
«Io sono la maestra dei libri, la maestra che legge. Le bambine e i bambini, anche i miei piccoli che mi conoscono solo da pochi mesi, sanno bene la mia predilezione per “l’oggetto libro” e si aspettano che ce ne sia almeno uno nuovo, ogni giorno, ad accompagnare il nostro lavoro. E in genere è così: spesso la lettura introduce, prepara il terreno alle attività successive (è il caso, per esempio, del lavoro in prima, dove sono i libri, attraverso i loro protagonisti, a presentare le lettere dell’alfabeto che impariamo via via). A volte, invece – e ciò accade in genere nelle classi successive-, la lettura diventa approfondimento di temi scelti dal team docente o, meglio ancora, emersi durante le riflessioni e le condivisioni in classe.  Mentre parlo con i bambini, i ragazzi, e li ascolto, ci sono spesso parole, collegamenti, suggestioni che mi suggeriscono nuovi libri, nuove letture che paiono scritte proprio per noi. Ecco, credo che il grande vantaggio di conoscere approfonditamente la letteratura per l’infanzia consista proprio nella possibilità di costruire, prima nella propria mente, poi in classe, questa solida rete di connessioni tra il mondo delle bambine e dei bambini e i libri. La lettura a voce alta permette tutto questo, e molto di più: crea inclusione, perché l’adulto che legge permette a tutti, anche a chi è maggiormente in difficoltà con l’automatismo della lettura, di comprendere il contenuto del testo (e lo fa, certo, anche attraverso la lettura espressiva, che, quasi per osmosi, passa come competenza alle ragazze e ai ragazzi – talvolta, e mi fa sorridere, insieme a certi vezzi dell’adulto, come, nel mio caso, toccare la pashmina intorno al collo o carezzare le pagine del libro); costruisce la relazione con l’adulto e tra i pari, perché, nel dipanarsi della lettura, tutti siamo protagonisti, ognuno a suo modo; perché arricchisce il lessico, migliora la sintassi, aiuta a trovare il proprio stile, anche nella scrittura; e perché, soprattutto, permette di guardare le cose da diversi punti di vista, e da diversi punti di vista riflettere su di esse».

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