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L’ultimo faro, il primo Premio Strega Ragazzi

in Virgolette di
La riflessione di Paola Zannoner, vincitrice del Premio Strega Ragazzi 2018 con “L’ultimo Faro”di DeA Planeta: per conquistare giovani lettori bisogna uscire dalle pagine e incontrare le persone, invitarle a confrontarsi, a dialogare, a immaginare e inventare anche altre storie.

Ho vinto il Premio Strega ragazzi 2018. Un premio letterario tra i più prestigiosi, con un libro impegnativo, sia per me che l’ho scritto che per i lettori adolescenti. I quali si ritrovano tra le mani una storia di stampo realistico, che non li fa viaggiare in altri mondi, né metaforizza il presente in altrove distopici, non li lusinga con storie sentimentali consolatorie e fantasiose o romanzi strappalacrime, ma li trasporta in un luogo affascinante dove i personaggi sono chiamati a entrare in relazione e ad autonarrarsi.

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Romanzo corale, romanzo di formazione ma soprattutto romanzo di finzione su uno scenario realistico e con personaggi che prendono ispirazione dai ragazzi di oggi, dal contesto sociale contemporaneo: sembrava una sfida per me e per l’editore che ha accettato l’idea, eppure questa proposta ha incontrato migliaia di lettori, oltretutto di una fascia d’età oggi piuttosto restia a farsi conquistare dai libri, e cioè i ragazzi oltre i tredici anni.

Cosa significa? Che ci vuole il libro “giusto”? Non sono così sicura. Invece, credo che con gli studenti, con i ragazzi, ci voglia un progetto “forte”, e cioè un libro e un grande  lavoro che completi la storia, che esca dalle pagine e vada a incontrare le persone, le inviti a confrontarsi, a dialogare con la lettura, a immaginare e inventare anche altre storie. Cerco questo dialogo da sempre.

Molti miei libri hanno attraversato differenti linguaggi: sono stati drammatizzati e rappresentati, vi sono stati realizzati intorno booktrailer, videoclip, testi multimediali, sono stati parafrasati in canzoni, trasposti in manga, sono state studiate copertine alternative. Restando invece sul testo, i romanzi sono stati usati come modello per scritture di “una pagina in più” oppure di un nuovo personaggio da inserire nel racconto, di finali alternativi, di episodi nuovi. Pratiche didattiche che annoiano? Posso ben dire di no, visionando i risultati e soprattutto testimoniando l‘entusiasmo con cui i ragazzi (soprattutto delle medie) hanno lavorato.

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Certo, c’è un’autrice, ci sono io che seguo, sostengo l’insegnante durante il lavoro, partecipo di persona. Oppure mi metto direttamente in gioco, lavoro con un gruppo di studenti, li stimolo e li incoraggio nella scrittura, come è successo con L’ultimo faro, che fin dall’inizio ho pensato come modello metanarrativo per la realizzazione di racconti da parte degli studenti della secondaria di secondo grado. I quali, candidamente mi dicono che scrivono poco o niente, anche a scuola, perché i “temi” sono diventati rari, in una scuola che lotta contro il tempo, che deve adeguarsi a regole burocratiche e far riempire test.

Non si scrive, in un’età in cui la scrittura è chiave per la riflessione, per la scoperta del caleidoscopico sé in formazione, e non si legge, nell’età dell’esplorazione che comporta insicurezza, dubbio, inquietudine.

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Qualcuno mi dice che le storie sono state sostituite dalle “ottime serie televisive“. Ma queste indubbiamente ottime serie rientrano nel filone della narrazione popolare di fotoromanzi o feuilleton, che non ampliavano mai la conoscenza, ma servivano come intrattenimento soprattutto del pubblico popolare e femminile.

La letteratura sviluppa, oltre che un gusto letterario su trame, personaggi, strutture complesse, e oltre che una maggiore padronanza linguistica che permette l’articolazione espansiva del pensiero, una grande capacità di concentrazione (oggi assoluto rimedio contro la distrazione), una forte empatia e la capacità di comprensione degli altri, che secondo gli studiosi di metacognizione migliora in chi legge letteratura.

Un romanzo letterario chiede al lettore di partecipare alla costruzione della storia (come spiegava Umberto Eco) e come confermano molte ricerche che siano sociologiche o neurologiche, impegna quindi permettendo l’allargamento della conoscenza, e della molteplicità della condizione umana, un grande antidoto a tanti mali, primo tra tutti l’incapacità di comprendere se stessi.

Non voglio paragonare il mio libro ai grandi romanzi letterari, ma il mio modello è letterario ed è quello che vorrei trasmettere ai lettori, attraverso i molti richiami, le citazioni, le fonti cui attingo e che molti lettori riescono a cogliere, se, come me, amano leggere e confrontarsi con un mondo sofisticato e così specificamente umano come l’invenzione letteraria.

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