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Per una vera esperienza digitale serve un metodo nuovo

in Scienza e Tecnologia di
La riflessione di Francesco Leonetti, esperto di editoria digitale scolastica, autore del tool epubeditor, formatore,  che ci spiega perché, secondo lui, i supporti digitali, “sono strumenti che richiedono nuovi metodi. Se non si cambia il modo di fare scuola, è inutile cambiare strumenti”.

Sono almeno 30 anni che si parla di computer a scuola, nelle sue varie denominazioni: la classica e ingessata “informatica”, poi la psichiatrica “TIC” (Tecnologie dell’Informazione e Comunicazione) e oggi l’ecumenica “digitale”. Diciamolo, un fallimento su tutta le linea. Prova ne è che siamo ancora qui a parlarne. Perché?

Si potrebbe essere tentati di dire che le iniziative hanno fallito perché gli insegnanti non sono abbastanza formati all’uso delle nuove tecnologie. Non è vero. Tutti gli insegnanti, dalla neo-recluta fino alla prof prossima alla pensione, sanno benissimo come funzionano le “nuove tecnologie“, ci mancherebbe. Alzi infatti la mano chi oggi non usa ad esempio Whatsapp o Skype o un qualche sistema di comunicazione digitale per dialogare con colleghi, amici, parenti, figli, nipoti, eccetera. Invece quel sistema, una volta entrati in classe, si spegne. Anzi, si sequestra. In classe ci si imposta in “modalità scuola”, e a scuola queste cose non c’entrano. In tutti i sensi.

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Guarda ad esempio il banco degli studenti che si accingono a conseguire il “Diploma di Stato“, quello che noi tutti in realtà chiamiamo ancora – e giustamente – “Diploma di Maturità”. Qual è lo scopo di quest’esame? Vedere se dopo 5 anni di scuola superiore, 3 anni di scuola media, 5 anni di scuola elementare (ok, scuola secondaria secondo grado, primo grado, uffa, dai, ci siamo capiti), questi ragazzi sono pronti ad affrontare il mondo che è là fuori: l’università, il lavoro, il mondo reale.

Guarda cosa c’è sul loro banco. Niente. Al più un pesantissimo e ingombrante tomone, il Sacro Dizionario. E poi qualche pezzo di carta e una penna. Punto.

Conosci un posto di lavoro, uno qualunque, persino un calzolaio – oggi – dove non c’è uno smartphone, da cui magari ricevere notifiche di ordini, eventi, effettuare ricerche, approfondimenti, chiedere consulenze, trovare informazioni, eccetera? Dimmi, c’è un luogo, fuori dalla scuola, sul cui tavolo di lavoro c’è solo una carta e una matita?

Ed è così che vogliamo vedere se i nostri ragazzi sono pronti ad affrontare il mondo? Quale mondo? Quello definito dalla dimensione foglio e matita, forse. Ma molto forse. Insomma, un disastro. Anche gli insegnanti lamentano questa cosa. Si fa un gran parlare di “didattica per competenze” e poi gli esami si basano esclusivamente e strettamente su conoscenze disciplinari di impianto gentiliano. Ed è proprio questo, secondo me, il motivo profondo per il quale la “modalità scuola” non prevede l’uso delle tecnologie, facendo fallire tutti i vari piani di introduzione del digitale a scuola.

sono tecnologie che non servono

Semplicemente perché sono tecnologie che non servono. Le metodologie didattiche con le quali mediamente si fa scuola, la logistica, l’organizzazione, tutto l’impianto scolastico non richiede l’uso di tecnologie se non al più per rendere più efficienti determinati processi, che rimangono gli stessi, solo digitalizzati, anzi, si potrebbe dire, meglio, elettrificati. Pensa ad esempio al “registro elettronico” oppure alla “LIM” (Lavagna Multimediale Interattiva) e infine, per arrivare al cuore della riflessione, al libro di testo.

Mi chiedi: come mai gli ebook non prendono piede? Perché non sono ebook. Sono libri elettrici. Ok, libri digitali. Ma comunque libri. Sono cioè robe per le quali la prof può dire: “ragazzi, aprite il tablet a pagina 15”. Che cambia rispetto a: “aprite il libro a pagina 15”? Niente. D’altra parte, il libro di testo, nel formato che conosciamo, va benissimo e l’ebook non deve/dovrebbe essere niente affatto alternativo/sostitutivo al libro cartaceo, tutt’altro. Anche questo è un grande equivoco. Non sono oggetti in competizione ma in collaborazione.

Non sono oggetti in competizione ma in collaborazione

Competono quando vogliono fare la stessa cosa. E in quei casi in genere è il digitale a perdere. Quando l’ebook, cioè, si limita a scimmiottare il libro di carta, con persino la patetica animazione che simula il foglio che si gira, perde clamorosamente.

Ancora un equivoco che voglio fugare. Quando parliamo di “digitale”, noi informatici pensiamo al codice con il quale le informazioni sono rappresentate: codice binario. Zeri e Uno nella memoria che nel loro insieme rappresentano informazioni e dati. Quello è il digitale.

Il formato digitale non è sufficiente a conferire all’esperienza d’uso che se ne fa, l’attributo “digitale”, nell’accezione più ampia che vogliamo dare noi, in generale e in particolare a scuola. Se cioè, ad esempio, si sta leggendo Anna Karenina, pari-pari come l’ha scritto Tolstoj su un Kindle o su un iPad, non si sta facendo un’esperienza digitale o comunque qualcosa di diverso dalla lettura dello stesso romanzo su carta. L’ebook sul Kindle è un libro. Non è una cosa “digitale”, se non nel formato tecnico informatico con il quale i contenuti sono rappresentati, è digitale cioè solo se ci fermiamo a vedere gli zeri e gli uno, ma solo per quello. Tutto il resto, l’esperienza d’uso che se ne fa, è analogica e tradizionale. Un videogame ispirato ad Anna Karenina, magari un’avventura letteraria con sfide e prove da superare, è invece un’esperienza “digitale”. Un “Promessi Sposi” raccontato con bivi non lineari (cosa sarebbe accaduto se Don Abbondio avesse affrontato con coraggio i Bravi?) è un’esperienza “digitale”, specie poi se viene proposta come attività da far svolgere agli studenti: “ragazzi, inventatevi un videogame ispirato ai Promessi Sposi!”.

Un ebook, dove i luoghi sono geolocalizzati, i personaggi descritti da una scheda con profilo, relazioni, caratteristiche, eccetera, è un’esperienza “digitale”.

Un ebook i cui contenuti cambiano in dipendenza dell’ora in cui lo apri, del luogo, del tempo che fa fuori (piove, fa freddo, è caldo, etc) è un’esperienza “digitale” (Carofiglio ha scritto davvero un ebook “adattativo” di questo tipo e Fabrizio Venerandi è andato oltre, scrivendo un ebook di poesie che si possono leggere solo in digitale perché stampate non funzionano, poesie che si toccano, i cui versi cambiano, si muovono, spariscono, eccetera).

Ora, qual è la morale? Che deve cambiare il modo di fare scuola. Solo così la scuola può chiedere di usare tecnologie digitali.

Se stai mangiando la solita minestra, non ti serve la forchetta. Basta e avanza il cucchiaio.

Strumenti, anche open source o comunque gratuiti, ce ne sono a iosa: epubeditor, twine, padlet, scratch, hai voglia.

Ma sono strumenti che richiedono nuovi metodi. Se non si cambia il modo di fare scuola, è inutile cambiare strumenti. Gli insegnanti hanno voglia di cambiare modo di fare scuola? Sì, se gli si crea attorno un ambiente adatto e coerente. No, se devono ogni giorno lottare contro i mulini a vento e sentirsi pure addosso l’ostilità dei colleghi magari più amanti del “quieto vivere” che vedono di malocchio tutto questo agitarsi e innovarsi.

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Per saperne di più su Francesco Leonetti

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