E se non parlassimo di gita d’istruzione, ma di viaggio?

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La gita può essere espressione di coesione intorno a tematiche di interesse comune, di mediazione tra opzioni differenti, di responsabilità organizzativa

Finalmente usciamo dalle aule: Galli della Loggia mette al nono punto del decalogo un paletto rigoroso sulle mete dei viaggi di istruzione (la gita!). Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L’Europa comincia a casa propria.

gitaQui mi arrendo, anzi vorrei arrendermi tanto mi pare evidente la povertà dei presupposti di questo obbligo che si vorrebbe imporre alle scuole. I nostri alunni, soprattutto quelli che hanno un’età per gite di più giorni e ad una certa distanza, hanno accesso a conoscenze, comunicazioni, relazioni che di fatto oltrepassano i confini nazionali, basta osservarli, ascoltarli e vediamo la loro capacità di pensarsi più grandi e più in grande rispetto al loro passaporto sguardo che è incalcolabile ricchezza, carburante per il loro futuro. Il momento della gita scolastica può essere l’occasione della connessione tra mondi interni ed esterni dei nostri ragazzi. L’occasione per valorizzare saperi che spesso sono considerati acerbi o addirittura impropri, scorretti e invece sono il trampolino di lancio per apprendimenti che lascino traccia non solo sul registro del professore.

E se non parlassimo di gita d’istruzione, ma di viaggio?

Credo che sia quella dimensione, quella del viaggio, a dover essere considerata parte necessaria del curricolo scolastico e se così fosse, iniziando sin dai più piccoli (e penso alla scuola primaria). Se fossimo capaci di offrire ai nostri bambini prima e ai nostri ragazzi poi viaggi autentici allora gli orizzonti potrebbero sì aprirsi progressivamente. Fino a che ci limiteremo ai parchi faunistici, alle fattorie didattiche, al Museo Egizio, all’Acquario di Genova e persino a Leolandia, per poi passare a Firenze, Ravenna, Bologna e Pisa come gite d’istruzione di ordinanza in tutte le scuole primarie del regno (almeno nel centro nord, a questi nomi altri possono esserne sostituiti dai colleghi che insegnano sotto Firenze) nutriremo la schizofrenia tra le conoscenze reali e quelle virtuali, tra quelle di fantasia e quelle possibili. I pacchetti della visita sono già tutti predefiniti, arriva il depliant a scuola e si sceglie tra opzione a.b.c, poi si prenota treno o pullman e via, insalamati. E se ci fosse un’alternativa?

I grandi viaggi hanno questo di meraviglioso, che il loro incanto comincia prima della partenza stessa. Si aprono gli atlanti, si sogna sulle carte. Si ripetono i nomi magnifici di città sconosciute.
(Joseph Kessel)

Se le gite fossero progettate dai ragazzi forse sarebbero meno soggette ad essere, in Italia o altrove, un mesto pascolare di giovani corpi che si risveglieranno solo al calare del sole, quando arriva l’ora della libera uscita. E se fossero progettate dai ragazzi richiederebbero conoscenza dei luoghi, attivazione di interesse, pianificazione sulla base di informazioni fondate, valutazione delle diverse opportunità. Perché e come organizziamo insieme questo viaggio? Questo permetterebbe ai ragazzi di sentirsi a casa propria ed allo stesso tempo di potersi incantare davanti al nuovo, altrimenti ogni luogo è estraneo, poco importa che lingua si parli e che bandiera sventoli davanti agli edifici istituzionali.

creiamo percorsi significativi e occasioni di incontro

Creiamo, Ministro, un percorso che definisca un modello partecipato di progettazione delle gite scolastiche, che siano espressione di percorsi significativi, di coesione intorno a tematiche di interesse comune, di mediazione tra opzioni differenti, di responsabilità organizzativa. Perché quel viaggio sia occasione di apprendimento sin dal primo momento, magari anche scoprendo quanto poco si conosce la cittadina poco distante e interrogandosi sulla poca abitudine di ciascuno a conoscere ed esplorare, a farsi viaggiatore sempre. E facciamo sì che i viaggi siano occasione per i ragazzi di incontro con le persone che abitano i luoghi dove transiteranno per qualche giorno, che siano loro coetanei o cittadini impegnati in qualche associazione oppure gruppi o singoli di diverso profilo. Non si dà comprensione di alcun luogo senza l’incontro con chi lo abita e può farcene il suo personale racconto.

Le parole di Claudio Magris mi pare possano consegnarci il senso profondo di questo cambiamento di prospettiva:

Viaggiare è una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un’altra.

A proposito di scuola, e di viaggio.

Tutti gli articoli pubblicati di Sonia Coluccelli sui dieci punti della lettera di Galli della Loggia:
1 – a partir dalla pedana per parlar di democrazia
2 –
tutti in piedi l’illusoria idea di obbligare al rispetto
3 –
autogestioni: pretesti per non studiare o momenti formativi?
4 –
fuori le famiglie dalla scuola? L’equivoco del genitore cliente
5 –
riunioni e consigli, tra burocrazia e confronti necessari
6-
Il mito delle scuole giapponesi, tra pulizie e responsabilità
7-
Una scuola senza smarthone, falso vituosismo
8-
Letture di ordinanza o diritti del lettore (e del docente)?
9-
E se non parlassimo di gita, ma di viaggio?
10-
Il nome della scuola: semplice lustro o scelta consapevole?

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