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Fuori le famiglie dalla scuola? L’equivoco del genitore cliente

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Una riflessione di Sonia Coluccelli su ruolo e importanza delle famiglie all’interno della scuola a partire dal punto 4 della lettera di Galli Della Loggia, che vorrebbe invece estrometterle in modo definitivo.

Ernesto Galli Della Loggia, nella “lettera sulla scuola” pubblicata il 5 giugno 2018 nelle pagine del Corriere, al quarto dei dieci punti per una scuola (a suo parere) migliore suggerisce la “cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.
Misha-GordinSiamo alla cancellazione di ogni misura legislativa che dia ruolo alle famiglie all’interno della scuola. I genitori sono considerati come clienti e utenti di un servizio seguendo le analogie proposte (pazienti, automobilisti, contribuenti). La classificazione non solo è scorretta ma anche impropria nelle conclusioni che un po’ approssimativamente l’opinionista trae: il Ministero della Salute prevede infatti in diverse normative e disposizioni il coinvolgimento dei pazienti nei processi decisionali e nel monitoraggio dell’offerta di cura ed assistenza fornite, mentre sappiamo bene come diverse associazioni agiscano in rappresentanza dei consumatori o degli utenti di servizi per garantire i loro diritti laddove vengano lesi.

garantire i diritti laddove vengano lesi.

Qui temo che tanta convinzione e assertività manchino di conoscenze minime di carattere costituzionale e, di più, temo che l’autore del decalogo intenda riferirsi ai soli Decreti Delegati (nel dpr 416 in particolare) che nel 1974, 44 anni fa, hanno introdotto gli organi collegiali come strumento di partecipazione e di democrazia all’interno della scuola con organismi come i Consigli di Interclasse, di Classe e di Istituto che vedono rappresentanze di genitori e studenti in queste sedi consultive e deliberative a fianco del dirigente scolastico e degli eletti del corpo docente ed amministrativo della scuola.

È il 1974 e quel decreto è uno dei tre di quell’anno che apre la scuola non solo alle rappresentanze di genitori ed alunni ma anche alla sperimentazione e alla ricerca educativa, di fatto rendendo applicativi i principi espressi ben prima di quella data e di quelle norme nell’articolo 30 della Costituzione: è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.

articolo 30 della Costituzione: è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio

Il diritto e dovere di occuparsi non solo del mantenimento e dell’educazione dei bambini ma anche della loro istruzione è dunque in capo alla famiglia, non alla scuola, dovremmo ricordarcelo più spesso. Alla scuola la famiglia delega il compito che le appartiene, quello di istruire i propri figli, e lo fa da vent’anni nella logica di quello che la legge sull’autonomia scolastica declina in modo molto chiaro: L’art. 21 della Legge 15 marzo 1997 n. 59 infatti recita: “L’autonomia didattica è finalizzata al perseguimento degli obiettivi generali del sistema nazionale di istruzione, nel rispetto della libertà di insegnamento, della libertà di scelta educativa da parte delle famiglie e del diritto ad apprendere”.

Tre sono dunque i pilastri su cui si regge la scuola in coerenza con i principi della Carta Costituzionale: la libertà d’insegnamento, sancita all’articolo 33 (L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi), la libertà di scelta educativa delle famiglie che esprime il diritto dovere dell’articolo 30 e il diritto ad apprendere che discende dall’art. 34: la scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

Una scuola che chiuda fuori dal portone i genitori, che non sieda con loro per decidere, valutare, progettare l’offerta formativa e i suoi esiti negli apprendimenti di bambini e ragazzi è una scuola che non solo tradisce la Costituzione proprio nei suoi principi fondanti, ma che rinuncia a pensarsi e ad agire come comunità educante

Una scuola che chiuda fuori dal portone i genitori, che non sieda con loro per decidere, valutare, progettare l’offerta formativa e i suoi esiti negli apprendimenti di bambini e ragazzi è una scuola che non solo tradisce la Costituzione proprio nei suoi principi fondanti, ma che rinuncia a pensarsi e ad agire come comunità educante, cerchio di adulti che con competenze e punti di vista complementari assume la responsabilità del crescere ed insegnare ad imparare.

Che sia facile non lo possiamo dire, soprattutto in una fase culturale e sociale di individualismi esasperati e di grande autoreferenzialità per i quali la difesa prima deve avvenire sull’interesse personale più che sul bene comune. Quella costruzione è però di certo agevolata dall’esplicitazione consapevole di quella libertà di insegnamento a cui tutte le norme ci richiamano.

Sono gli insegnanti in grado di costruire con la famiglia un patto educativo che parta da una visione consapevole ed esplicita di come un bambino apprende e cresce così da poter condividere strumenti coerenti con questa visione e DALVAND Reza famiglieda permettere ai genitori di compiere una scelta in cui riconoscersi e all’interno della quale fare un percorso di collaborazione con gli insegnanti? E’ tutta qui la condizione per la costruzione di un patto educativo: nel dichiarare noi insegnanti che scuola faremo e perché, nel mettere in campo competenze effettive e non presunte. Perché spesso la demagogia, facilmente praticata da chi si esercita in opinioni su tutto senza mai partire da alcuna esperienza diretta, sta proprio nel sostenere un’idea di scuola con insegnanti la cui professionalità e intenzionalità educativa sarebbero implicite, in virtù del loro sedere in cattedra. Così non è.

Allora mi piacerebbe chiedere al Ministro non di tenere fuori dai cancelli le famiglie ma al contrario di prevedere per tutte le scuole l’esplicitazione di un patto educativo autentico e di contenuto pedagogico e didattico che permetta un incontro tra insegnanti e genitori non sulla base di stereotipati elenchi di adempimenti ma della volontà di agire come educatori che ogni giorno provano ad agire in coerenza con una visione riconoscibile e di un modello, magari in evoluzione ma non casuale. Che quel patto educativo sia elemento di scelta e di confronto, richiamo a una coerenza quotidiana tra principi e pratiche, cornice entro la quale riconoscersi come comunità educante.

Un genitore che chiede di capire che visione dell’apprendimento e dell’educazione abbiano gli insegnanti a cui sta per delegare il suo diritto/dovere, quindi, non solo sta agendo in modo fedele a quanto previsto dalla prima delle Leggi, ma soprattutto fornisce alla scuola l’opportunità preziosa di porsi domande su quale bussola orienti l’azione di ciascun docente e sulla necessità che ciascuno ne abbia in mano una, per realizzare quella circolarità perfetta: la libertà di insegnamento, la libertà di scelta educativa delle famiglie e il diritto ad apprendere di bambini e ragazzi. Scriviamolo sui muri delle scuole, che questa non è demagogia.

Tutti gli articoli pubblicati di Sonia Coluccelli sui dieci punti della lettera di Galli della Loggia:
1 – a partir dalla pedana per parlar di democrazia
2 –
tutti in piedi l’illusoria idea di obbligare al rispetto
3 –
autogestioni: pretesti per non studiare o momenti formativi?
4 –
fuori le famiglie dalla scuola? L’equivoco del genitore cliente
5 –
riunioni e consigli, tra burocrazia e confronti necessari
6-
Il mito delle scuole giapponesi, tra pulizie e responsabilità
7-
Una scuola senza smarthone, falso vituosismo
8-
Letture di ordinanza o diritti del lettore (e del docente)?
9-
E se non parlassimo di gita, ma di viaggio?
10-
Il nome della scuola: semplice lustro o scelta consapevole?

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