Chi legge non è solo

in Virgolette di
Mi stupisce il solito stereotipo monacale della lettura come solitudine, come ripiegamento e riflessione e anche fantasticheria personale, fuga dalla realtà, pura evasione. La lettura è una forma di relazione, non soltanto banalmente tra scrittore e lettore, ma tra lettori”

Non appartengo al genere di scrittori che hanno imparato ad amare la lettura nella biblioteca di famiglia, dove attingevano durante le vacanze estive o  natalizie, per scacciare la noia. Non ho mai avuto una biblioteca in casa, la prima l’ho creata io con i miei acquisti di liceale peraltro abbastanza squattrinata.


Ho cominciato ad amare la lettura per imitazione e per stare nel gruppo delle amiche. La mia amica del cuore di quando avevo quattordici anni, Marzia, mi chiese se avessi letto “Un albero cresce a Brooklyn” di Betty Smith e, quando io scossi la testa, me lo pose tra le mani con gli occhi sfavillanti, raccomandandomi di leggerlo. “Poi mi dici” m’intimò, e io lessi. Lessi finalmente un romanzo, dopo il mio preferito di quando ero piccola, “Piccole donne”, per me imparagonabile a qualsiasi altra lettura  che non riusciva a restituirmi una simile emozione, un tale piacere. Purtroppo, non  avrei mai incontrato una delle favolose insegnanti da college inglese che avrebbero potuto consigliarmi Jane Austen o Charlotte Bronte, e mi stavo rassegnando a un destino di secchiona non particolarmente avvezza alla narrativa.

Al liceo classico, difatti, si leggevano appunto i classici, ma non quelli del Novecento, come adesso. I classici latini, i classici antichi. Così, dopo Betty Smith, chiesi alla mia amica di consigliarmi qualche altro libro e mi si spalancò davanti l’immensità della letteratura contemporanea, soprattutto americana, che lei leggeva: Maugham, Hemingway, Fitzgerald, Truman Capote, Philip Roth, e poi tutti gli scrittori italiani ancora viventi in quegli anni, Calvino, Cassola, Sciascia, Moravia, Morante… Andavamo nella libreria Feltrinelli, che aveva appena aperto ed era una libreria innovativa rispetto a quelle tetre e simili alle biblioteche-archivio, e diventavamo matte.

Avremmo comperato di tutto, ma ci accontentavamo di prendere un paio di tascabili, sognando di acquistare tutta la collana Struzzi Einaudi, bianca come una collana di perle, quando saremmo diventate grandi e di sicuro più ricche, perché naturalmente avremmo lavorato e ci saremmo permesse delle vere biblioteche, nostre e personalizzate.

Leggevamo e commentavamo, discutevamo, certi brani li scrivevamo sul diario. Eravamo lettrici a volte un po’ compulsive, eravamo fissate, gli altri compagni ci prendevano in giro, noi sempre con il naso nei libri.

Perché non riesco a parlare al singolare? Perché non ero sola, come vuole lo stereotipo del lettore, ma in quella dualità femminile che permette alle donne di riconoscere, potenziare le passioni attraverso un rispecchiamento come lo è sentirsi sostenute se siamo in due a scegliere un vestito o partecipare a un concorso, e divertirsi il doppio se con le amiche si va a sentire un concerto, a una mostra, a iscriversi in palestra o a un corso.

Mi stupisce il solito stereotipo monacale della lettura come solitudine, come ripiegamento e riflessione e anche fantasticheria personale, fuga dalla realtà, pura evasione. La lettura è una forma di relazione, non soltanto banalmente tra scrittore e lettore, ma tra lettori. Lo è stato in passato quando si leggeva ad alta voce non solo i testi sacri, ma anche le poesie e i romanzi (Charles Dickens leggeva i suoi romanzi in pubblico, e addirittura utilizzava un bagaglio oratorio e teatrale per spingere verso la commozione o la risata). Lo è stato nell’epoca dell’accesso alla conoscenza e alla scolarizzazione democratica, quando i libri non erano più soltanto per una classe sociale, ma per tutti.

Il lettore è sempre unico e molteplice: è il pensiero che dà immagine alle parole, l’unico che rielabora il racconto dando voce e corpo ai personaggi e alla storia, ma  è anche parte di tanti lettori che concordano nell’amare un libro, e che si sentono dal quel libro uniti, accomunati.

Personalmente, dall’educazione sentimentale attraverso la lettura ho imparato ad avvicinarmi per affinità letterarie agli altri, e a essere molto in sintonia con alcuni che condividono la mia passione per certi autori o storie. Viene naturale, tra amici, consigliarsi romanzi che ci sono piaciuti e non rimanere mai delusi, perché il libro consigliato era effettivamente molto bello.

La lettura come qualcosa che ti sottrae al mondo e anche a te stesso, dunque ti permette di evadere dalla noia e dalla frustrazione, non è l’unica funzione ascrivibile all’atto di leggere. La lettura ti restituisce uno spazio personale di libertà e dunque ti restituisce a te stesso; può scavare dentro di te pensieri che restano a girare per molto tempo come ospiti finché non diventano decisamente pensieri tuoi. Lo stesso fa con le parole: ti distribuisce una bella manciata di frasi, che fanno sedimentare verbi o sostantivi da usare al momento opportuno, con grande naturalezza, perché sono diventati tuoi. Ma la cosa davvero bella della lettura è che non ti farà distinguere, ma accomunare agli altri. Chi non sa dire, si sente solo. Chi non legge, è abbandonato.

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